Parigi è un desiderio: intervista a Andrea Inglese

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di Federico Iarlori

Autobiografia, romanzo di formazione, “guida turistica letteraria”: non è facile trovare la definizione più appropriata con cui etichettare Parigi è un desiderio (Ponte alle Grazie), l’esordio romanzesco di Andrea Inglese (poeta, “studioso di romanzi” e co-fondatore del blog letterario Nazione Indiana). Di certo – mi racconta l’autore stesso –, questo libro gli è parso l’unico modo per fare i conti con una città, Parigi, che ha rappresentato un polo di attrazione geografico e sentimentale costantemente presente nella sua vita e nel suo immaginario.

Un’ossessione, o meglio, un desiderio, quello di raccontare il suo rapporto con la capitale francese, che ha spinto l’autore a mettersi in gioco e ad affrontare per la prima volta il terreno tanto nobile (e per questo tanto temuto) della forma romanzo. Nel realizzare questa operazione difficile e ambiziosa, Inglese è riuscito a smarcarsi con naturalezza dalla trappola dei cliché parigini, regalando ai suoi lettori una radiografia dell’anima oscura della ville lumière, tanto onirica e leggendaria, quanto inevitabilmente concreta e spietata, frutto di un singolare approccio “umorale” e “idiosincratico” al materiale umano, culturale e urbano con cui si è confrontato nel corso degli anni.

L’Album inedito di Roland Barthes

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All’interno delle principesche manifestazioni che lo scorso anno hanno celebrato il centenario della nascita di Roland Barthes, inclusa una superba mostra di manoscritti e lettere al museo Pompidou, l’editore Seuil ha pubblicato Album, a cura di Eric Marty: si tratta di un libro che riunisce inediti, immagini, documenti, archivi e lettere che, al di là della loro ovvia eterogeneità, costituiscono un’importante via di lettura dell’opera del semiologo francese.

Come sempre, non in ogni momento in primo piano, ma comunque sempre con arguzia tra le linee dei molti documenti qui raccolti, l’attenzione di Barthes si sofferma sulla lingua e sul linguaggio, forse il luogo dove il suo pensiero si è fatto più originale, certamente una risorsa ancora attuale: perché Roland Barthes, già da giovanissimo, aveva intuito il potere e la pericolosità del linguaggio e così, attraverso la ricerca linguistica che segnerà tutta la sua vita, tenterà di farne uno strumento di ripudio e sconfessione di quel potere che al suo interno tutto comprende.

Una strada per il romanzo: Jeff VanderMeer e Tom McCarthy

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Negli anni 70 il disegnatore e grafico Gunter Rambow produsse per la casa editrice S. Fischer Verlag undici poster che comunicavano il concetto di meta-letterarietà. Le immagini rappresentavano mani che fuoriuscivano dalla copertina per reggere il libro, libri come porte o come finestre, libri che contenevano tutte le facce di una immensa folla. Il lavoro di Rambow esprimeva un’idea piuttosto diffusa all’epoca, veicolata da diverse discipline (post-strutturalismo, semiotica, studi culturali, reader-response criticism), secondo la quale il testo non poteva essere confinato nella dimensione del libro. Roland Barthes parlava della «impossibilità di vivere al di fuori del testo infinito – sia questo testo Proust, o il giornale quotidiano, o lo schermo televisivo: il libro fa il senso, il senso fa la vita» (Il piacere del testo, prima ed. it. Einaudi 1975). Tutto questo costituiva una parte importante di quello che già allora qualcuno definiva postmoderno.

Bibliografia delle pulci

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Questo pezzo è uscito in versione ridotta su Repubblica. (Immagine: Waste Not, l’installazione dell’artista cinese Song Dong. Fonte immagine.)

Essere sonnambuli.

Non per le stanze di una casa ma all’estremità nord di una città, in una radura di settantamila metri quadri circondata dal ribollire della periferia. Vagare tra vicoli assediati da una moltiplicazione di forme, in un’emorragia di cose che sgorga da ogni bottega. Nel dormiveglia distinguere la giacca di un torero bambino, un ritratto di Platini che supera un avversario in dribbling, vecchi numeri di Paris Star e di Noir et Blanc, un lettore di diapositive Gaumont che somiglia al wall-e della Pixar, centinaia di automobiline parcheggiate dentro un cabarè per dolci. Avere la vaga certezza che tutto, lì e altrove, sia in vendita. Tutto acquistabile. Sentirsi sorgere nelle viscere gli impulsi apparentemente opposti all’accumulo e alla dispersione, la coscienza di una fame radicale e l’altrettanto radicale consapevolezza della sua insaziabilità.

Aviatori navicelle e onde radio

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Questo pezzo è uscito su IL(Immagine: Untitled, Franz Kline.)

Deja-vu (2005), il primo folgorante romanzo di Tom McCarthy, si conclude su un jet privato dirottato dal protagonista ormai al culmine della follia. L’aereo disegna senza sosta un 8 in mezzo al cielo. Sul bailamme postcomunista di Uomini nello spazio (2007) veglia la figura solitaria di un astronauta sovietico rimasto bloccato in orbita senza che nessuno, all’indomani della disgregazione dell’URSS, voglia prendersi la briga di farlo tornare indietro. A terra circola un’icona bizantina, centro focale del romanzo, dove un uomo, un santo, appare sospeso sopra un mondo dalle forme vagamente geometriche.

Dall’Odissea alle (meta)mappe: sfide di scrittura del territorio

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Pubblichiamo un articolo di Alberto Sebastiani, uscito su «Nuova rivista letteraria. Semestrale di letteratura sociale», su mappe e scrittura.

di Alberto Sebastiani

William Smith non aveva dubbi: «stava per realizzare un’opera importante, grandiosa, memorabile», la prima carta geologica dell’intera nazione, «del regno più importante – tale era la Gran Bretagna – di tutto il mondo civile. Non esisteva niente di simile per alcun paese. Ciò che stava per essere creato a Londra sarebbe divenuto un esempio da seguire per tutti. Un archetipo mondiale».

In effetti, era una mappa particolare: la geologia «era una scienza per la quale bisognava considerare una terza dimensione», e la raffigurazione delle sue scoperte è fondamentale in un mondo in trasformazione, come narra Simon Winchester in La mappa che cambiò il mondo (Guanda 2001). Della carta, stampata in quattrocento copie numerate e firmate, datata 1 agosto 1815, restano oggi pochi esemplari, tra cui quella alla Geological Society a Burlington House, Piccadilly, Londra.

Un maestro del depistaggio

Labirinto

Questo pezzo è uscito per Alias

«Per prima cosa l’occhio si poserebbe sulla moquette grigia di un lungo corridoio, alto e stretto. Le pareti sarebbero armadi di legno chiaro, dalle luccicanti guarnizioni di ottone. Tre stampe, raffiguranti l’una Thunderbird vincitore a Epsom, l’altra una battello a pale, il Ville-de-Montereau, la terza una locomotiva di Stephenson, guiderebbero verso un tendaggio di pelle, sorretto da grossi anelli di legno nero venato, che un gesto semplice basterebbe a far scorrere.

L’inventario dell’amore

Pubblicato sulla Domenica del Sole24Ore il 10 gennaio 2009. L’amore inizia come un’esperienza di invenzione e finisce come un’esperienza di inventario. Il secondo libro di Leanne Shapton, trentasettenne autrice canadese e residente in America, si regge interamente su un’idea: raccontare la nascita, lo sviluppo e la dissoluzione di una storia d’amore come se i due […]