Su Georgia O’Keeffe

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Questo articolo è uscito su Flair, che ringraziamo.

La sua camera da letto è spartana, quasi monastica. Si vede un letto singolo e quasi niente intorno. Appesa alla parete, una mano di Buddha dorata. Basta muovere di poco lo sguardo e un’immensa finestra si apre su un paesaggio di rocce gialle e cespugli verdi. In lontananza, le pareti bianchi di un canyon dove Georgia O’Keeffe amava andare a camminare… Cambio di scena: uno dei suoi quadri più celebri esposto al Metropolitan Museum di New York si chiama “Cow’s Skull: Red, White, and Blue”, è del 1931.

Ed è esattamente quello che dice il titolo: un teschio di mucca su un fondo rosso, bianco e blu. È il primo della lunga serie di teschi di animali che insieme a fiori esageratamente grandi e paesaggi del Southwest hanno reso celebre O’Keeffe. I teschi come li raccoglieva quando non c’erano fiori, proprio in quei suoi felici vagabondaggi nelle campagne intorno a Lake George o nei deserti del New Mexico, per portarseli a casa e avere qualcosa da dipingere.

Il grande deserto americano

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

È stato immortalato dalle foto di Paul Strand e Anselm Adams, dai quadri di Georgia O’Keeffe e da un’infinità di canzoni country. Lì sono andati a vivere D.H. Lawrence e Cormac McCarthy, Frank Lloyd Wright e Dennis Hopper, Tony Hillerman e Bruce Nauman. E come loro decine di scrittori, artisti, architetti, musicisti, attori o registi che nel Southwest americano hanno deviato, temporaneamente o definitivamente, il corso di arte e vita.

Se nell’ottocento ci si andava per amore del pericolo, o per forgiare il carattere, il secolo dopo è diventato meta di chi va in cerca di spiritualità e armonia. Gli indiani navajo lo chiamano hozho, e si traduce “camminare nella bellezza”, o anche “essere in armonia con ogni cosa”, paesaggi inclusi. Si dice che le montagne del Southwest d’America siano sacre. “Se le montagne ti sono ostili te lo dimostreranno”, è una delle cose che ti vengono dette se ti trovi a passare qualche giorno nei paraggi di una delle infinite montagne della regione. E a quel punto l’unico desiderio che hai è compiacerle. Stabilisci una relazione quasi privata con la montagna che hai a portata di sguardo, e dopo qualche giorno di frequentazione diventa parte della tua vita al pari di una persona. Se non è la spiritualità ad averti avvicinato alla natura, di sicuro la natura del Southwest ti porta a essere più spirituale.

Ancora Zelda

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Il 10 marzo 1948 moriva Zelda Fitzgerald. Pubblichiamo un intervento di Tiziana Lo Porto, autrice insieme a Daniele Marotta di Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax). (Fonte immagine)

Il fatto è che a un certo punto Zelda Fitzgerald ritorna sempre. Protagonista o personaggio minore, da quasi un secolo la ritroviamo dentro racconti e romanzi (a partire da quelli del marito F. Scott), film per il cinema e la tv, videogiochi, collezioni di moda, negozi vintage, nomi di riviste, ristoranti, marmellate, tacchini, qualunque cosa. E nessuno si è stancato di lei. C’è stato un momento, mentre scrivevo la sceneggiatura di Superzelda, in cui avevo deciso di aggiungere un’appendice in fondo al libro per dare testimonianza della presenza di Zelda dopo la morte di Scott. Poi il capitolo continuava a crescere e mi sono resa conto che sarebbe stato più lungo del resto libro. Ho lasciato perdere.

Intervista a Ellen Forney

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Questa intervista è apparsa su Repubblica Sera.

Intorno ai trent’anni ha scoperto di soffrire di disturbo bipolare, ma non ne ha fatto un dramma, anzi. Ellen Forney, americana di Seattle, fumettista, ne è stata quasi contenta: anche lei, come tanti altri da Michelangelo a Van Gogh, era ufficialmente “un’artista pazza”. Ma non sapeva cosa la aspettava: l’ammettere di essere malata, l’affrontare cicli di depressione ed euforia, l’accettare e cercare una cura farmacologica in grado di stabilizzare il suo umore. Tanta sofferenza, tante difficoltà che, quando finalmente è riuscita a superarle, a controllarle grazie a una corretta terapia, ha raccontato in un graphic novel, Marbles. Mania, depressione, Michelangelo e me (Edizioni Bd, collana Psycho Pop), un lavoro autobiografico che colpisce, diverte e inquieta allo stesso tempo. E quando si arriva alla battuta finale, «sto bene», si tira un sospiro di sollievo.

Scritture vagabonde

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Piet Mondrian, Albero Grigio.)

The Faraway Nearby (“la lontana vicinanza”), ossimoro ripreso da una frase della pittrice Georgia O’Keeffe, è il titolo dell’ultimo libro di Rebecca Solnit, scrittrice e giornalista americana, molto più nota in patria che in Italia, dove è stata tradotta piuttosto parzialmente. Conosciuta soprattutto per il suo impegno sul fronte dei disastri (uragano Katrina) e dell’eco-attivismo, con The  Faraway Nearby, uscito da poco per Penguin, la Solnit ha scritto il suo libro più intimo ma allo stesso tempo universale, un testo che nasce come memoir sull’Alzheimer dell’anziana madre e diventa un magnifico collage di collegamenti culturali, vite vissute e viaggi, che investiga le misteriose concatenazioni tra esseri umani. Accoglienza: paragoni con Sebald formulati con note di entusiasmo sulla stampa americana e inglese; recensioni che lo eleggono a lettura fondamentale.