Cosa vuol dire perdere una madre

big

Questa riflessione di Marco Peano è uscita su Internazionale. Vi segnaliamo che domani, domenica 17 maggio, alle 17 Marco Peano presenta L’invenzione della madre (minimum fax) al Caffè letterario del Salone del libro di Torino insieme a Domenico Starnone.

Nell’Anno del pensiero magico Joan Didion ricorre a due metafore precise per descrivere l’espressione di chi ha subìto da poco un lutto. Per la scrittrice americana il dolore imprime sul viso lo stigma inconfondibile di qualcuno che “esce con le pupille dilatate nell’abbacinante luce del giorno” dall’ambulatorio dell’oculista. Didion rafforza l’immagine facendola seguire da un’altra appartenente allo stesso campo semantico: chi è a lutto è simile a qualcuno “che porta gli occhiali e che improvvisamente è costretto a toglierseli”.

Due metafore che hanno a che fare con gli occhi; due metafore quasi opposte: un violento eccesso di luminosità e un repentino calo della vista.

È proprio tramite lo sguardo vigile e dolente di Margherita (Margherita Buy), grazie al primissimo piano dei suoi occhi, che nei minuti iniziali di Mia madre fa la sua comparsa sullo schermo Ada (Giulia Lazzarini). Il dodicesimo lungometraggio di Nanni Moretti (che firma sia il soggetto, insieme a Gaia Manzini, Valia Santella e Chiara Valerio; sia la sceneggiatura, scritta con Santella e Francesco Piccolo) introduce così la madre del titolo mostrandola lì dove lo spettatore la vedrà stazionare per la maggior parte del film: in una stanza d’ospedale.