Sandro Veronesi e l’architettura della narrazione

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Dirò un’enormità, termine che piace moltissimo a Sandro Veronesi e che usa spesso nel suo Terre rare  (Bompiani, pag. 416, euro 19,00): il nuovo romanzo di Sandro Veronesi, una sorta di imprevisto sequel di Caos calmo (Premio Strega 2006), è il libro più divertente che abbia letto negli ultimi anni – divertente anche, e soprattutto, nel senso etimologico del termine di dèvertere, “far prendere un’altra direzione”. Maestro della digressione, come i suoi idoli Thomas Pynchon e David Foster Wallace, Veronesi è però attentissimo al senso dell’insieme e costruisce qui un romanzo che ha del miracoloso: pur traboccante di deviazioni– così simili ai quei cambi di direzioni apparentemente insensati che prendiamo ogni giorno navigando su Internet – Terre rare è calibrato, solido, verrebbe da dire, sodo. Come un palazzo costruito da un architetto molto capace, e un po’ visionario, che sta in piedi benissimo nonostante sembri cadere da un momento all’altro. (Sandro Veronesi, oltretutto,è laureato in Architettura con una tesi su Victor Hugo e viene il sospetto che, avesse fatto l’architetto, avrebbe costruito case stupefacenti).