L’utopia irresistibile: “Zero maggio a Palermo” di Fulvio Abbate

palermo

Questo pezzo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo (fonte immagine).

di Giacomo Giossi

Quando nel 1990 Zero maggio a Palermo compare per la prima volta nelle librerie il passato non ha ancora preso la forma di una definitiva scatola nera fatta di nostalgia e rimpianto, ma è ancora una materia viva capace di restituire una visione del presente. Gli oggetti di cui è composto il passato non simboleggiano ancora un’epoca che si misura sulla qualità dell’impossibile, ma danno forma ad una possibilità che ancora resiste nel sogno a tratti dolcemente ingenuo di un’utopia del concreto. Un’utopia attiva e praticabile in tutta la sua irresistibile bellezza. Zero maggio a Palermo di Fulvio Abbate racconta così in maniera formidabile un periodo istantaneo che precede il crollo e anticipa la disillusione.

Un romanzo di post-formazione in cui non è la crescita l’elemento cangiante di un percorso intellettuale, politico e formativo che coinvolge i due giovani protagonisti, bensì l’attesa che viene prima della scomparsa. Ale e Dario – i due protagonisti – sono infatti immersi in una onirica quanto palpabile Palermo di fine anni Settanta, in cui il comunismo celebra i suoi riti all’italiana e le sirene dell’anarchia si mischiano con nuovi seducenti amori mentre sullo sfondo si impone ingombrante e invalicabile l’epica dei Beati Paoli.

Tra la memoria e i ricordi: “Il salto” di Sarah Manguso

123

di Giacomo Giossi

Quando Harris scompare, scompare per dieci ore. Quando Harris muore, lo fa uccidendosi, lo fa schiantandosi contro il treno in corsa della metropolitana. La storia finisce qui, anzi a dire il vero nemmeno ha da cominciare, quello che resta della storia, i brandelli di un discorso interrotto tra Harris e gli amici diviene il reale protagonista di un libro intenso privo di retorica e alcun ammiccamento verso il dramma o la tragedia.

La quarta parete, ritornare umani

beirut

di Giacomo Giossi (fonte immagine)

Non tutti i muri servono a dividere o a tenere lontani, alcuni sono utili ad unire specie per la loro invalicabilità. Il più famoso è quello definito anche quarta parete, ossia quel muro immaginario che dal lato del palcoscenico separa gli attori dal pubblico, ma allo stesso tempo li unisce in un patto in cui la finzione è accettata e il dubbio sospeso.

La quarta parete (Keller editore, traduzione di Silvia Turato) è anche il titolo di un intenso e tragico romanzo di Sorj Chalandon in cui il protagonista, un giovane ricercatore parigino è chiamato a portare a termine dall’amico regista una rappresentazione a Beirut dell’Antigone. Siamo all’alba degli anni Ottanta, il Maggio francese è passato da poco lasciando sul terreno disillusione e un generale senso di sconfitta, in Libano invece infuria una guerra civile ed è su quel terreno che Sam un regista greco di origini ebraiche vuole rappresentare l’Antigone quale elemento sia di inclusione delle varie fazioni religiose (ad ogni religione spetterà un ruolo) sia di liberazione del conflitto.

La disperata felicità di Sylvia

nylovers

di Giacomo Giossi

(fonte immagine)

Limiti, opportunità, realtà e immaginazione. Poi ancora percezione, lavoro, amore, occasioni e bisogni: tutti elementi sparsi e spesso confusi di una biografia, di una vita che tenta di districarsi, di darsi forma e come spesso si ripete oggi darsi visione. Un obbligo di natura si potrebbe dire, ma spesso nulla più che un piatto amaro di conformismo.

Di certo oggi il pensiero anche e soprattutto quello su di sé vive fortemente all’interno di questa coercitiva suddivisione e analisi di ruoli e sensazioni. Un inseguimento perenne ad una performance in realtà priva di ogni senso se non nella cornice di un illusorio istante che tuttavia all’istante si condanna e si perde.

La Trilogia del Minnesota di Vidar Sundstøl

minnesota1

Questo articolo è uscito in versione ridotta sul Manifesto, che ringraziamo.

di Giacomo Giossi

Con soli tre titoli (La terra dei sogni, I morti e I corvi), Vidar Sundstøl  è già diventato un autore di culto. L’autore norvegese ha vinto nel 2008 il prestigioso Riverton Prize proprio per La terra dei sogni che apre la trilogia pubblicata ora da Einaudi. La particolarità della scrittura di Sundstøl va ricercata in una attenta costruzione dell’intensità che scaturisce da un confronto quasi sensoriale dei protagonisti con l’ambiente circostante.

Un confronto audace e silenzioso, fatto di respiri e ombre, colori sfuocati e improvvisi movimenti. Sundstøl interpreta il genere thriller in chiave ambientale: un’angosciante dinamica che si dipana con sorprendente intreccio tra la Norvegia e un selvaggio ed invernale Minnesota.

La strategia della farfalla di Marco Belpoliti

sid

Questa recensione è uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

di Giacomo Giossi

Si susseguono ormai con puntuale sadismo allarmi ed emergenze, annunci di nuove crisi e ribaltamenti di scenari politici. Quello che eravamo abituati a definire, sostanzialmente dalla fine della seconda guerra mondiale, come Sistema, oggi pare ormai incapace non solo di rigenerarsi, ma ancor meno di tenere una posizione ferma attorno a quei principi che fino a pochi anni fa erano ritenuti fondanti delle nostre comunità.

La precarietà delle nostre esistenze, che per certi versi a lungo è stata occultata da un’organizzazione di Stato e di Mercato, ora è davanti ai nostri occhi con tutta la sua crudezza, antecedendo ogni altro problema seppur fondamentale.

Le case che siamo tra essere e abitare

home

di Giacomo Giossi (fonte immagine)

Tornare a casa, riposarsi tra le mura. Chiudere la porta alle spalle e salire faticosamente le scale come fa Gilbert Valance interpretato meravigliosamente da Michel Piccoli nel commovente eppure stoico film di Manuel de Oliveira Je rentre à la maison. Tornare a casa non è staccare dalla vita, uscire dalle relazioni e ancor meno è un gesto di nostalgico abbandono. Tornare a casa è riprendere spesso l’ordine del discorso, quel dialogo intimo capace di riattivare un discorso pubblico, politico.

E attorno alla casa si aggira un po’ guardingo e un po’ stupito il seducente volumetto di Luca Molinari, Le case che siamo da poco portato in libreria da nottetempo. Molinari non ha scritto un libro di architettura e non ha scritto un libro sentimentale attorno al tema, come spesso purtroppo capita da quando l’architettura ha superato la nazionale di calcio nei discorsi del mattino al bar e gli architetti al pari dei cuochi dominano le tristi cronache mondane.

Bugaro: L’effetto domino di un desiderio oscuro

veneto1

di Giacomo Giossi

L’inseguimento di un’ossessione, un oscuro desiderio che fagocita denaro, relazioni, passioni e vite. I protagonisti di Effetto domino (Einaudi, 2015), l’ultimo romanzo di Romolo Bugaro, sono infatti tutti rappresentanti di quella tipologia di sconfitto contemporaneo che negli ultimi anni ha invaso cronache giudiziarie come di gossip o di affari. Sconfitti che recitano il ruolo di avvoltoi, ma che si rivelano alla prova del nove inadatti anche al ruolo di vittime: uomini semplici relegati al ruolo di comparse all’interno di un’ideologia obbligata a macinare e frantumare per non fermarsi mai.

L’America di James Agee

James Agee photo by Walker evans

(Nella foto: James Agee ritratto da Walker Evans)

di Giacomo Giossi

A Death in the family di James Agee comparve per la prima volta in Italia nel 1960 da Garzanti con il titolo Il mito del padre, titolo decisamente evocativo di una storia che ha al centro una famiglia americana di provincia (della sterminata provincia americana), la morte del padre e la formazione del figlio, protagonista unico del romanzo con la madre e la sorella. Una morte in famiglia (Il Saggiatore, 2015) ripristina così l’aderenza al titolo originale sempre nella traduzione di Lucia P. Rodocanachi (già proposta nei primi anni duemila da e/o) e contestualmente toglie ogni impressione epica ad una storia dura e in parte violenta.

Sopravvivere nel sogno: l’autoritratto di Manea

10HEIGHTON-articleLarge

di Giacomo Giossi 

Norman Manea è uno dei pochi autori in grado di riconoscere il corpo frammentato del Novecento – trasformandolo in densa letteratura – e di portarlo in viaggio fino nel nuovo secolo. Non è la nostalgia e non è la malinconia la cifra di un autore da sempre straniero in primis alla propria stessa terra. In viaggio (e non in fuga) da un secolo che ha rimosso nell’ideologia ogni origine, che ha schiacciato la cultura e ridotto a ridicola estetica la politica, Manea ha la consapevolezza del reduce che non si limita a sopravvivere nel ricordo di chi è caduto o è stato schiacciato, ma alimenta nella scoperta un ricordo che è una confessione di curiosità per le anime perse.