Verso dove eravamo partiti: il cuore oscuro dell’Europa

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Questo pomeriggio alle 18, presso la galleria Carlo Virgilio in via della Lupa, Roma, si inaugura “La Ville Noire – The dark heart of Europe“, mostra fotografica con gli scatti di Giovanni Troilo. Pubblichiamo il testo che Lorenzo Pavolini ha scritto per il catalogo della mostra.

di Lorenzo Pavolini

Il gomito di un gasdotto si staglia sul cielo rosso, sopra i tetti più neri dell’ardesia e la cortina di mattoni velata di fuliggine. Non sembra pesare sulle grondaie e sugli infissi delle finestre chiuse, né sulla vita dietro le tende. Nella sua scomoda virata il tubo incatramato appare collegato al nulla. Il bagliore di un tramonto siderurgico illumina la scena ideale per le sequenze di un Blade Runner europeo. Ma il racconto a cui introduce non si svolge in un prossimo futuro indesiderabile. Non ha nulla di profetico. Il mondo che abita dietro quelle finestre è qui adesso, a pochi chilometri dalle sedi politiche d’Europa, e consuma psicofarmaci in quantità, traffica con le armi e con i corpi in una cruda quotidianità da cui il sogno stesso di un’istituzione capace di far fronte alla sua crisi è stato espulso da tempo, e ormai senza rimedio.

Nuovo cinema paraculo: la vita e le chiappe di Adèle

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La palma d’oro Vita di Adele sta al cinema radical-chic francese come Sacro Gra sta al cinema radical-chic italiano. Se il nostro (nostro di aspiranti borghesi, mettiamola così) appetito di realismo, non desiderava altro che un regista italiano ci esimesse – con un documentario non troppo punitivo – dall’ansia di occuparci di quello che succede oltre la cintura urbana, nelle occupazioni, nelle baracche dei migranti, tra chi non ha nel 2013 l’acqua potabile in casa, tra chi lotta per il diritto alla casa (giusto per dire), ecco che la nostra coscienza disfunzionale nelle relazioni sentimentali ma conformista nei suoi consumi sessuali, non cercava altro che un regista francese ci confezionasse un film con una doppia morale perfettamente assortita: vizi pubblici, private virtù (ossia la formuletta che la fine delle ideologie ci assicura da anni come una scelta non troppo gravosa di impegno politico).

“Sacro Gra” e la non fiction

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Sono nato a Roma. La casa in cui sono cresciuto è in un quartiere molto verde appena a ridosso delle mura aureliane, abitato in grande maggioranza da liberi professionisti e dai loro vecchi genitori – sorprendentemente quasi tutti ancora vivi – che invece lavoravano per lo stato o per gli enti.

Me ne sono andato di casa relativamente presto e, per le stesse ragioni economiche di molti miei coetanei trentenni, l’allontanamento dalla famiglia ha significato la cacciata dall’Eden in cui ero vissuto e avrei voluto continuare a vivere: grosso modo Roma compresa tra il fiume e la tangenziale est.

Dove vivo adesso, tra la Prenestina e la Casilina, più vicino al raccordo che al centro, gli immigrati comprano gli appartamenti dalle famiglie che vivono della pensione minima degli anziani. Anche gli italiani sembrano stranieri e non c’è una libreria o un cinema raggiungibili a piedi.

Il Leone d’Oro a “Sacro Gra” di Gianfranco Rosi

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Sabato scorso – in un’edizione che alcuni commentatori hanno definito storica – è stato assegnato a Sacro Gra di Gianfranco Rosi il Leone d’Oro per la Settantesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Dopo quindici anni, ha vinto un regista italiano. Per la prima volta nella storia della Mostra, ha vinto un film documentario. Come non facilmente succede in seno alle grandi manifestazioni internazionali, è stata inoltre premiata un’idea di cinema indipendente. Questo ha provocato (sta provocando) un terremoto sulla complicata scena del cinema italiano. Ringraziamo Dario Zonta (il produttore creativo di Sacro GRA) per averci concesso di pubblicare questa sua testimonianza uscita ieri su “L’Unità”.

di Dario Zonta

Il Leone d’Oro a Sacro Gra dovrebbe essere letto, nella sua dirompente eccezionalità, come un segnale fortissimo che viene dato al sistema del cinema italiano. L’eco del ruggito di questa settantesima Mostra, una volta superata la laguna si trasforma in un urlo di gioia e di rabbia per dire che non solo esiste un “altro cinema” italiano, documentario, sperimentale, innovativo e indipendente, ma che questo può affermarsi in competizioni internazionali scalzando talvolta la concorrenza di produzioni consolidate spesso votate alla reiterazioni di dispositivi consumati.

Shall we doc?

Sul blog Le parole e le cose abbiamo pescato questo interessante articolo di Daniela Brogi dove vengono elencate cinque semplici mosse per fare più spazio al cinema documentario in Italia. Ve lo riproponiamo perché ci è sembrato molto interessante e completo, e ringraziamo l’autrice e il blog per la condivisione.

di Daniela Brogi

1.

Uscire dall’abbraccio dello specialismo.

Assumere che l’arte contemporanea vive, oltre che attraverso i generi più tradizionalmente frequentati (letteratura, musica, pittura, teatro, danza, architettura, cinema…)