Est, l’ultimo romanzo di Gianluigi Ricuperati tra fiction e non fiction

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In Est di Gianluigi Ricuperati (tunué, 197 pp., euro 16), Piccadilly 99 è un luogo in cui non valgono le regole del ‘fuori’, del mondo esterno: un esperimento spazio-temporale, una replica esatta, una simulazione – e al tempo stesso un tentativo molto serio di ricostruire e comprendere il mondo attraverso un suo doppio. È il luogo in cui entra il protagonista del romanzo nella prima parte (Una Storia d’Amore con la Realtà), in una fase di stallo professionale e emotivo della sua esistenza: un fotografo di moda che aspira a essere fotografo-artista, e a uscire dalle gabbie che si è costruito attorno. È anche il luogo che lo cambierà per sempre.

Ogni oggetto, ogni frammento di storia rimanda agli anni Trenta dell’Unione Sovietica, e dunque a una condizione di estraneità e di estraniazione massima: in questo rapporto tra realtà e riproduzione della realtà, si gioca una partita che richiede di cambiare in profondità le modalità della propria esperienza. Lo spiega bene Igor, inventore e realizzatore del progetto Ver: “io voglio che questo posto faccia nascere tempo nella pancia delle persone. (…) Io sto dedicando tutte le mie forze a questo. Solo questo. Ho avuto la visione di un sistema senza falle, qualcosa che reggesse al caos, alla divisione, alla fretta, alla burocrazia. Lo capisci? Non è un progetto artistico. Fanculo l’arte. Fanculo Londra.”

Ballando nudi nel campo tra le discipline – alcune riflessioni su “100 Global Minds” di Gianluigi Ricuperati

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– La transdisciplinarità è complementare all’approccio disciplinare; fa emergere nuovi dati dall’incontro tra discipline, che fanno da snodo fra di esse; ci offre una nuova visione della realtà. La transdisciplinarità non punta al dominio su più discipline, ma alla loro apertura a ciò che le accomuna e a ciò che sta oltre di esse. – […]

La speculazione finanziaria fatta con gli editoriali

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Il supplemento Life and Arts del Financial Times è uno delle isole del tesoro della stampa globale, ma sabato ha pubblicato un articolo di commento che riunisce in un solo colpo i quattro difetti capitali della ‘cultura del commento’: impressionismo, riassuntismo, catastrofismo, battutismo.

Quegli stessi errori che suggeriscono a molti di lasciar perdere gli opinionisti e preferire loro i data-journalists. Ma quando il tavolo da gioco si chiama Financial Times, e l’audience è una selezionata classe di lettori globali influenti, in cui a meno di tre gradi di separazione si copre l’intero spettro del potere economico occidentale, un pezzo superficiale come quello che Simon Kuper ha dedicato al cosiddetto ‘declino italiano’ fa pensar male e sospettare peggio. L’abstract del pezzo è: ‘sono stato invitato per un paio di volte in Italia negli ultimi due mesi e vi racconto in tre colonne la differenza tra crisi e declino. Lo faccio senza citare una mezza cifra, o un dato numerico di qualsiasi tipo, intervistando persone che ho per varie ragioni intercettato lungo il cammino (quasi tutti a diversi gradi ‘opinionisti’, osservatori, a loro volta – e di ottima qualità, peraltro), senza ascoltare la testimonianza di nessun protagonista – positivo o negativo – della ‘crisi’. Il modello anglosassone della ‘letter from Rome’, o ‘from Milan’, che in un’epoca di verifiche incrociate e disponibilità di informazioni assoluta forse dovrebbe un po’ essere rivisto.

Musica, poesia e DNA – il caso Christian Bok

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Il primo suono del Ventunesimo secolo è stata la voce del Dna. Nel 2001, una manciata di mesi dopo che Craig Venter annunciò di essere riuscito a terminare la lettura del genoma umano, usciva Kid A, album dei Radiohead, potente manifesto di musica pop e insieme coltissima, la cui traccia eponima ospitava una specie di […]

Chi rende il mondo un posto dove vale la pena ricordare

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Il 27 gennaio, Giorno della memoria. Prima cosa: rileggete Maus, di Art Spiegelman. E se non l’avete mai fatto, leggetelo per la prima volta. Maus non è solo un mirabile esempio di racconto autobiografico della Shoah. Non è soltanto l’opera di uno dei maggiori illustratori del nostro tempo. Quel che conta non è l’appartenenza a un genere, il fumetto “adulto”, e neppure la nobilitazione del genere in sé. Maus è semplicemente uno dei romanzi più belli del Novecento, e se Benigni lo avesse letto veramente bene si sarebbe limitato a farne una cover cinematografica abbastanza sublime, e in definitiva avrebbe fatto un lavoro migliore. I soggetti narrativi sono organismi complessi, e reagiscono ai trattamenti come è scritto nelle loro possibilità, e nella loro fortuna. Esiste una gerarchia istintiva e selettiva nei diversi modi in cui si può approcciare a un soggetto, e quando un soggetto è legato all’Olocausto è difficile fare meglio di Maus, nella categoria “grande arte popolare racconta Auschwitz”.

Su “Rising Up and Rising Down” di William T. Vollmann

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Un giorno di fine dicembre 2003, un lunedì mattina, a Manhattan, da St. Mark’s Bookshop, mentre Paul Auster girava per i corridoi della libreria carico di romanzi gialli, ho usato gli ultimi 120 dollari del mio sesto viaggio a Ny per pagare in contanti un’opera intitolata Rising Up and Rising Down di William T. Vollmann. 3.300 pagine di storie, riflessioni politiche e filosofiche, fotografie, indici e documenti – tutti ossessivamente incentrati su un unico tema, che potremmo definire con un po’ azzardo, il battere e levare della Violenza nella storia umana. Il cofanetto e i sette volumi in stile encicopledia Rizzoli-Larousse aveva titoli in similoro che recitano più o meno così: studi e conseguenze, il mondo musulmano; il nord america; giustificazioni alla difesa violenta della patria, degli animali, dell’ambiente; sud-est asiatico, africa; il calcolo morale. Insomma – un monumento al lavoro editoriale, alle possibilità della scrittura di indagare la realtà, di dare un ordine al magma, di dire qualcosa di autentico e parzialmente definitivo sulla natura umana – un oggetto delirante e insieme pieno di buon senso, innocente e non-innocente, ma soprattutto e principalmente delittuosa.

Vollmann ha fatto una cosa che non si fa più: con ottime ragioni non si fa più e con ottime ragioni lui ha deciso di farla. Vollmann ha affrontato un argomento come un sistematore di saperi dell’età classica, o una specie di giornalista arcaico e cavalleresco, capace di mescolarsi con la materia di cui tratta senza alcun sussiego, senza cedere alla doppia tentazione che avrebbe reso tutto il lavoro irrilevante: quella di identificarsi completamente nell’attitudine dell’entomologo e quella di identificarsi completamente nell’attitudine della cimice. Ma di fronte a 3.300 pagine è meglio procedere con ordine, specialmente se vengono candidate a uno dei più prestigiosi premi letterari americani, il National Book Critics Circle Award, e riceve applausi un po’ attoniti da tutti i recensori.

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Jonathan Franzen si piega in avanti, nella sua camicia boschiva, formulando un mmm in tono ultrabasso, prima di raccogliere le forze verbali e dare la grande notizia. “Sto lavorando a una serie tv, per quanto possa sembrare strano, e sembra strano soprattutto a me – comunque ci sto lavorando, tra l’altro anche nel ruolo di produttore esecutivo, è una serie che dovrebbe durare quattro anni, tutta basata su Le Correzioni. Abbiamo iniziato un anno e mezzo fa, quando ero finalmente libero dal nuovo romanzo, e non avevo altro da scrivere.”

Le immagini nei romanzi

Questo articolo è apparso sul Sole 24 Ore.

di Gianluigi Ricuperati

John Berger. Tiziano Scarpa. Leanne Shapton. Andrè Breton. W.G. Sebald. Javier Marias. Geoff Dyer. Alberto Savinio, Aleksandar Hemon, Joyce Carol Oates. Roland Barthes. Bruno Schulz. Marco Belpoliti. Susan Sontag. Roberto Calasso. Luc Sante. Lawrence Weschler, Andrea Cortellessa, Alain Robbe-Grillet. Gianni Celati. Julio Cortàzar, Matteo Codignola, Ben Marcus, Rick Moody, Italo Calvino, Georges Perec.

Listen to This!

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L’ascoltatore perfetto è un animale fantastico che a un certo punto, nel sonno silenzioso in cui accordi e note diventano necessità, vede spuntare dal fianco una proboscide simile a una cornucopia, o alle tasche di Eta Beta, colma di suoni trasformati in immagini, immagini piene di senso, senso e conoscenza venuti al mondo sotto forma di amore musicale.

The Last Newspaper

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Siamo in Cina, all’inizio del Ventunesimo Secolo. Una telecamera riprende una donna che accarezza un gattino, passa le dita facendo pelo e contropelo, poi lo adagia sul pavimento e infine lo schiaccia brutalmente con il tacco della scarpa, uccidendolo. Il video finisce su internet e circola all’impazzata, suscitando orrore e riprovazione