Dalla Bassa: racconti di un giovane Gianni Brera

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la prefazione di Dario Borso al volume Dalla Bassa, una raccolta di quattro racconti scritti da Gianni Brera in età giovanile.

L’arte di narrare storie è sempre
quella di continuare a narrarle.
Walter Benjamin

«Ho riflettuto molte volte sulla diversa natura del descrittore e del narratore, e ho dedotto che, contrariamente al descrittore, costretto a ricoprire le cose delle sue colorite immagini e nei suoi scritti necessariamente multiforme, il narratore può essere un’anima semplice. Le vicende corrono gonfie di significati diversi dalla mente al cuore, dal cuore ancora alla mente e, senza particolari deformazioni, dalla mente alla penna».

A parlare così non è un critico, né uno scrittore al termine della sua carriera, bensì un sottotenentino che ha appena compiuto ventidue anni: Brera Giovanni, nato l’8 settembre 1919.

Il quale continua, precisando così profilo e ruolo: «Una conferma nuova mi offrì di questo il mio caporal maggiore Battaglino, che si preparava a superare gli esami di sergente.

La rivoluzione arancione di Johan Cruyff

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Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

Crujiff o Cruijff? Cruyff, è scritto in copertina dell’autobiografia del campione, scritta con Jaap de Groot e pubblicata da Bompiani: “La mia rivoluzione”. Esce a circa sei mesi dalla morte, per cancro ai polmoni. E poco importa come si scrive il cognome: tutti sanno chi era. La copertina è color arancia, un colore che prima di lui, e di quelli della sua generazione, non era nel gotha del calcio. Ed è un grande risultato, lo pensava anche lui, che quella Nazionale olandese sia ricordata a tanta distanza dagli anni ‘70, quando arrivò due volte in finale del mondiale e due volte la perse. Contro Germania e Argentina (ma nel ‘78 Cruyff non c’era), le padrone di casa, ma per chiunque allora non fosse tedesco o argentino i veri vincitori, per come giocavano, erano gli arancioni.

Per chi non avesse mai visto Cruyff in azione, valga il sintetico ritratto tracciato da Alfredo Di Stefano: “Non è un attaccante, ma fa tanti gol. Non è un difensore, ma non perde mai un contrasto. Non è un regista, ma gioca ogni pallone nell’interesse del compagno”. Il Pelé bianco, lo definì Gianni Brera, che pure non amava molto il calcio totale. “E’una squadra-cicala” diceva dell’Olanda. Preferiva le squadre-formica, e infatti puntò sui tedeschi per la vittoria in finale.

In difesa dell’ambientazione

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“Yahoo Answers”: pare che nessuno sia ancora riuscito a cogliere in castagna gli instancabili utenti che, giorno dopo giorno, rispondono a tutte, tutte, le domande più strampalate, fornendo informazioni con aplomb e serietà documentale, anche di fronte all’assurdo. “Romanzi ambientati sulla Costa Azzurra”, oppure “a Venezia”, addirittura “a Koufonisia” – potrà mai essere? –: questo sono io che digito, e che confido nelle capacità investigative della comunità.

Che brutte abitudini che ho, e le confesso pure: specialmente nell’approssimarsi di un viaggio o nelle ore più malinconiche dei ritorni, mi metto lì e vado alla ricerca di romanzi ambientati nei posti che immagino o ricordo. L’accusa: quella che io cerco non è la letteratura, ma la cartolina, perché sono un fanatico del pittoresco, dei piccoli borghi dipinti dall’occhio lucido di qualche visitatore un po’ naïf, magari straniero.

Dolcechiaré Pelé. I 75 anni di O Rei

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Oggi, 23 ottobre, Edson Arantes do Nascimento, noto in tutto il mondo come Pelé, compie 75 anni. Per festeggiare il compleanno di uno dei calciatori più forti di tutti i tempi (se non il più forte in assoluto), ospitiamo uno straordinario pezzo scritto da Gianni Brera per la partita Benfica – Santos, finale di coppa Intercontinentale del 1962. La partita si giocò a Lisbona e i brasiliani vinsero per 5 – 2, con tre reti segnate da Pelè. L’articolo è incluso nell’antologia Il principe della zolla, pubblicato dal Saggiatore, che ringraziamo.

di Gianni Brera

Dunque andiamo a Lisbona. Spira vento da sud-ovest e io domando ai portoghesi: «Par piasé, cal vent chì ’l sarà mia sciròk!?». «Nao che nao l’è scirok» mi rispondono «parché ’l sciròk u ven d’l’Afriché.»

Gianni Brera, il padano globale

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Da qualche giorno è in libreria “I cantaglorie. Una storia calda e ribalda della stampa sportiva” (66thand2nd), di Gian Paolo Ormezzano. Il libro contiene brevi ritratti di alcune tra le più illustri firme del giornalismo sportivo, da Sandro Ciotti a Candido Cannavò, fino a Mario Sconcerti e Gianni Mura. Pubblichiamo qui la voce dedicata a Gianni Brera, ringraziando l’editore.

di Gian Paolo Ormezzano

Non aveva mai stimato Bearzot, ovviamente. E adesso quel commissario tecnico gli aveva vinto un Mundial, quello dell’82. Tornavo con lui, Gianni Brera, dalla Spagna. Volo Madrid-Linate, non è ancora tempo di Schengen: c’è la frontiera, dove ci aspetta un doganiere in borghese, riconoscibile dal cartellino al collo. Gianni e io stiamo procedendo affiancati e parliamo ovviamente di vini, unico territorio di conversazione nel quale lui ammetteva una leggerissima superiorità dei piemontesi (Langhe, Monferrato, Astigiano) sui lombardi (vigneti delle sue sublimi colline pavesi). Il doganiere lo riconosce e gli getta le braccia al collo urlando: «Gianni, siamo forti!». Lui lo scosta, lo guarda gelido, gli dice: «Dietro i forti vanno a cagare i soldati». Il doganiere si ritrae di botto, come fulminato, noi due procediamo. Imbarazzatissimo gli dico: «Quel poveretto aspettava da anni di incontrarti, gli è accaduto all’indomani di un fatto che ha reso felici tutti gli italiani, e tu lo tratti in quel modo?». Replica lo stesso guardo di pochi istanti prima e dice: «Se la pensi così, ti mando a fare in culo con lui».

Perché Bianciardi

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

Potremmo iniziare dalla fine, per esempio. Un filmato Rai del 1971 mostra Luciano Bianciardi pochi mesi prima della sua morte a bordo di un tram che gira per le strade milanesi stipato di gente e addobbato di prosciutti e salami appesi al soffitto. È il “tram della cultura”, un’iniziativa dell’amministrazione per celebrare la fine della stagione culturale di quell’anno. Si vedono ragazze vestite alla moda e ragazzi incravattati; sulla vettura ci sono scrittori (Mario Castellaneta, Luciano Bianciardi, Lucio Mastronardi), musicisti e pittori. Fico, no? In un clima festoso e addirittura spensierato, l’intervistatore si rivolge agli illustri ospiti chiedendogli che ne pensano, del tram e di tutto il resto. “È un’idea molto simpatica”, fa Castellaneta. E Mastronardi, il dolente Mastronardi del Maestro di Vigevano: “È bellissimo”, dice, nel sottofondo di una canzone, si direbbe, in dialetto milanese. Invece Bianciardi, il viso gonfio, uno sguardo indecifrabile, scandisce con un dolore che appare totalmente sincero: “Io volevo dire questo… Questa gita in tram conclude una stagione culturale milanese veramente disastrosa”. Avrà continuato a parlare, perché aveva l’aria di voler spiegare tante cose, ma il montaggio si interrompe bruscamente.

Gianni Brera, un grande fiume senza mai problemi di siccità

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Torna in libreria, per Il Saggiatore, Il principe della zolla di Gianni Brera, antologia curata da Gianni Mura. Pubblichiamo di seguito l’introduzione originale alla prima edizione, anticipata su La Repubblica, e ringraziamo l’editore e l’autore. (Fonte immagine)

Curare antologie non è il mio forte, sono abituato a scrivere cose che durano al massimo un giorno. Nel caso di Brera, so che i suoi scritti dureranno ma mi pareva, in qualche modo, arbitrario stabilire che cosa proporre e che cosa no. E, ancora: scegliere con la testa o col cuore? E, una volta fatte le scelte, come ordinarle? Devo spiegazioni al lettore. Mi sento troppo breriano per indossare i panni di chi sta sopra le parti.

Qualcuno dice che sono l’erede di Brera e una volta di più io dico che non è vero. Per onestà ammetto che in un periodo della mia vita ho pensato che potevo essere come Brera, anche meglio, perché no? Avevo diciannove anni, ero passato direttamente dai banchi del liceo Manzoni a una piccola scrivania della Gazzetta, in via Galilei. Ero già un lettore di Brera ( Giorno e Guerino ) e, a dirla tutta, l’idea che esistesse Gianni Brera mi faceva accettare la realtà, per me agli inizi poco piacevole, di lavorare in un quotidiano sportivo (io, destinato a fioriti elzeviri). Dopo un po’ di gavetta, il direttore decise che era tempo di vedere come me la cavavo a scrivere. Andassi a Milanello, c’era il brasiliano Germano fermo per un infortunio, raccogliessi il suo sfogo.

I 70 anni di Gigi Riva in un’intervista storica che sembra fatta ieri

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Oggi, 7 novembre, Gigi Riva compie 70 anni. Il nostro modo di fargli gli auguri è ripubblicando quest’intervista di Gianni Mura in occasione dei suoi 60 anni, uscita su la Repubblica, e per la quale ringraziamo la testata e l’autore.

Quando Riva indossò per la prima volta la maglia numero 9 e si ruppe per la prima volta una gamba (la sinistra) a Roma, il 27 marzo del ‘ 67, lo andai a trovare. Stanza 126 del Policlinico Italia. «Vuoi un’ intervista? Va bene. Ti costerà un paio di sigarette, perché qui oltre al gesso non mi lasciano fumare». Ricordo meno il titolo che uscì sulla Gazzetta. Il concetto era: «Quando torno spero di trovare un terzino che meni». Riva era così: forza e coraggio, come le polisportive d’ una volta. Frangar, non flectar, per chi era fresco di liceo. Rombo di Tuono lo sarebbe diventato prima del Messico. Gli piaceva il soprannome? «Molto, anche se a Brera non l’ ho mai detto. Veniva da uno importante, all’estero il più intervistato dei giornalisti italiani era lui». Riva non ha mai amato i giornalisti. Poteva rispettarli (è il caso di Brera) o sopportarli (era il caso mio). Ma la sua specialità era dribblarli.

Letteratura e calcio

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

di Francesca Serafini

“Raccogliere scritti sul calcio è un po’ come raccogliere conchiglie in riva al mare: ne trovi sempre, ogni mareggiata ne porta di nuove, e ciascuno se ne può sbalordire come fosse la prima volta”. Esordiva così Sandro Veronesi nella sua Prefazione a “Panta Calcio” (Bompiani, da qui in poi PaC), uscito alla vigilia dei Mondiali di Francia del 1998. A distanza di sedici anni, proprio quando ci prepariamo a barattare ore di sonno con le emozioni di un altro campionato a molti fusi orari da qui, la similitudine è tanto più valida perché ad arricchire il panorama di scritti calcistici di vario tipo che continuano a essere pubblicati su quotidiani, riviste o libri, ora ne circolano molti altri anche in rete, nei siti (come www.ultimouomo.com) o nei blog (come www.lacrimediborghetti.com) che sono sorti nel frattempo.

La partita più bella di tutti i tempi secondo Gianni Brera

FIFA

Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Provare a indovinare quale sia stata la più grande partita della storia dei Mondiali di calcio è uno dei giochi più antichi. Ancora più antico delle nostre infanzie (e qui intendo le infanzie di coloro i quali, dalla settimana prossima fino alla metà di luglio, rimarranno incollati al televisore, sospendendo ogni altra attività umana). O per lo meno antico quanto la trasformazione di quello che Gianni Brera definiva “un dramma agonistico completo”, intriso di epos in ogni suo anfratto, in evento planetario.