“1982 Janine”, la letteratura elettrica di Alasdair Gray

1g (1)

Così in piena estate leggi un libro che ti lascia stupefatto. Non nel  senso (o non soltanto) per gli aggettivi che a volte usiamo nelle recensioni: meraviglioso, eccezionale, sorprendente, per non parlare di capolavoro (la più usata, la più temuta, la più sprecata).

Si tratta di 1982 Janine dello scrittore scozzese Alasdair Gray, pubblicato da Safarà (che continua a regalarci libri indimenticabili) e tradotto (magistralmente, immaginiamo le difficoltà) da Enrico Terrinoni, un romanzo che lascia senza fiato e che mina alcune certezze circa le possibilità che offre la scrittura e di conseguenza la lettura.

Vite di Carlo Coccioli. “Il grande karma” di Alessandro Raveggi

1karm

«Luego, lui mi ha rimandato a “luego”: che qui significa, ho imparato a mie spese, tra due minuti, nella prossima vita, forse davvero mai. Hastaluego che ha il senso di un “ci vediamo all’Inferno”».

Uno scrittore che vuole raccontare la vita di un altro scrittore come fa? La prima strada è quella della biografia tradizionale. Parliamo di ricostruzione storica, dati oggettivi, fonti, confronti, apparati critici magari, note, approfondimenti, rimandi. Questa è una via che si addice a qualcuno che ha scritto, che ha scritto opere importanti ma che è facilmente inquadrabile, soprattutto trovabile.

Il Messico dove nascondersi: “Le omissioni” di Emiliano Monge

1monge (1)

“Questi sono soltanto gli accadimenti. E gli accadimenti non sono mai la storia. Neanche i fatti sono la storia. La storia è la corrente invisibile che smuove tutto sullo sfondo”.

La storia di una famiglia, tre uomini e uno solo. Tre uomini, i Monge, nonno, padre e figlio, destinati ad allontanarsi, in qualche modo a sparire. A ciascuno il suo modo di sottrarsi, di omettere, di non dire, di mostrare ciò che serve allo scopo, di tacere – se necessario – per molti anni. Tre uomini molto diversi, l’affetto è una cosa che non li riguarda, eppure intorno a loro ruota una famiglia e loro stessi ruotano intorno a un nucleo che è il Messico.

“Gli anni invisibili”, le invenzioni di Rodrigo Hasbún

1inv (1)

«Il problema è che si può essere in un solo posto alla volta, ed è quest’appartamento il posto dove lui ora vuole essere».

Sono, quelli recenti, anni in cui la scrittura autobiografica è molto presente nei cataloghi delle case editrici, il memoir se la gioca ad armi pari con la narrativa tradizionale. Non vince, non perde, non pareggia, ciò che è interessante è sempre la qualità della scrittura. Se la lingua dello scrittore, la sua sintassi, la struttura del libro reggono, creando uno spazio dentro il quale il lettore possa stare bene, riesca a fantasticare, soffrire, lasciarsi stanare, non importa più a nessuno che la storia raccontata sia vera oppure no, sia inventata di sana pianta oppure no.

Le lettere scontrose di Giovanni Arpino

1arp

“La vita o è stile o è errore”, si legge in Passo d’addio (Einaudi) di Giovanni Arpino, un bellissimo romanzo del 1986 che tratta il tema dell’eutanasia. Un libro, come spesso è accaduto con quelli scritti da Arpino, che ha anticipato i tempi. Questa frase mi è tornata in mente intanto che leggevo Lettere scontrose (minimum fax, 2020), raccolta della rubrica che l’autore tenne per Il Tempo, settimanalmente, tra l’ottobre del 1964 e il novembre del 1965. Nel caso di Arpino, la vita e la scrittura molto hanno avuto a che fare con lo stile, non conosco l’aspetto che riguarda (o che possa riguardare) l’errore, ma qui questo aspetto non ci interessa.

Ritorno a Holt. “La strada di casa” di Kent Haruf

1har (1)

“A metà pomeriggio dell’ultimo giorno di dicembre del 1976, Jack Burdette scomparve. E non tornò a Holt per molto tempo, quando ormai il danno era fatto, e si trattava di un danno molto grave.”

Molti di noi sono stati a Holt, in Colorado, ci siamo stati alcune volte negli ultimi anni. Nulla di strano, il Colorado è uno dei territori più affascinanti di tutti gli Stati Uniti. Nulla di strano, a parte il fatto che Holt non è esiste. Holt è la città inventata dallo scrittore Kent Haruf, somigliante idealmente a Yuma, verosimile perciò più vera di un posto vero. Holt esiste ed è il teatro in cui il bravissimo Haruf ha costruito la maggior parte delle sue storie, di certo le più belle e riuscite.

“Un uomo felice”, le poesie di Hai Zi

1hanzi (1)

«Io e il passato  dividiamo una terra nera / io e il futuro dividiamo un’aria senza suono».

Il 26 marzo del 1989, un uomo di 25 anni esce di casa e si dirige alla stazione ferroviaria  di Shanhaiguan, ha con sé una borsa con quattro libri: la Bibbia, i racconti di Conrad, Walden di Thoureau e Kon-Tiki di Thor Heyerdahl, lascia un biglietto «La mia morte non ha a che vedere con nessuno». Si stende lungo i binari e aspetta che il treno lo travolga. Da lì a qualche mese avverrà il massacro di piazza Tian’an Men. Si chiama Hai Zi ed è uno dei maggiori poeti cinesi contemporanei.

California, il nuovo numero della rivista di John Freeman

1f

“[…] Era anche un tempo in cui le stelle erano tornate di moda / senza che se ne conoscessero il nome o le proprietà fisiche, / ma le si usava per i vaticini o anche solo per diagnosticare / i tratti di personalità. Molti si rivolgevano alle stelle sentendosi abbandonati […]”

La California, la terra del nostro sognare, ma del sognare di tutti. Desiderata meta di viaggio territoriale e interiore. La California dello spazio, degli alberi, dei tramonti, della visione. I giorni che spostano sempre il futuro più in là. Tutte quelle strade di Los Angeles, tutte le salite di San Francisco. La California della musica, degli hippie, del cinema, di Joan Didion.

Tutto chiede salvezza, il memoir di Daniele Mencarelli

menc

«Che cura esiste per come è fatta la vita, voglio dì, è tutto senza senso, e se ti metti a parla’ di senso ti guardano male, ma è sbagliato cerca’ un significato? Perché devo avere bisogno di un significato? Sennò come spieghi tutto, come spieghi la morte? Come se fa ad affrontare la morte di chi ami? Se è tutto senza senso non lo accetto, allora vojo mori’.»

Da qualche anno ho la fortuna di essere tra i curatori del Festival dei Matti di Venezia; dico fortuna perché dal lavoro svolto all’interno di questa manifestazione ho imparato molto sulla salute mentale, una parte del nostro mondo di cui conoscevo molto poco.

“Atene (venìndo zo dal Licabéto)”, mistero e fascino nella poesia di Andrea Longega

lonz

Questo articolo è uscito originariamente sulla rivista Letteratura e dialetti, che ringraziamo.

“[…] Atene che da in alto ti vedevi / bianca e sterminada / desso da novo se te mostra / grigia, e sui muri tuta scrita […]”

Si dice, sovente, quando si parla di un particolare dialetto che si tratti di una lingua; lo si dice pensando alle sue peculiarità, alla particolare efficacia, alla ricchezza del vocabolario, alla rarità della sintesi. alla capacità musicale che ogni singola parola ha e ai molti significati attribuibili allo stesso termine, che lo si accenti diversamente o che lo si ponga in un punto diverso della frase o che gli si cambi il soggetto o l’aggettivo.

Potremmo dire, perciò, che si definisce lingua un dialetto perché gli si sta facendo un complimento. A me piace definire lingua quel particolare dialetto che sia in grado di raccontare storie anche molto distanti da quelle avvenute sul pezzo di terra dove quel parlato risiede.