La vita schifa, il festival dell’ossimoro di Rosario Palazzolo

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«Quando sono morto io si fece festa, una festa stramba e inutile, ridicola come le cose ridicole, una festa che ognuno se ne stava a casa sua a gioire in silenzio, una festa senza brindo, una festa muta, una festa che se mettiamo uno passava di là non se ne accorgeva che c’era quella festa, era una festa cacchia, una festa senza cerimonie, una festa guasta[…]»

Rosario Palazzolo è da sempre un portatore (in)sano di linguaggio. Chi abbia letto i suoi precedenti romanzi, cito qui il meraviglioso Cattiverìa (Perdisa pop 2013) – un libro nel quale il linguaggio veniva reinventato pagina dopo pagina, fondendosi e scomponendosi per riscoprirsi diverso. Il dialetto siciliano, le sgrammaticature e l’italiano si reggevano tenendosi per mano, a volte si abbracciavano, altre si prendevano a schiaffi e lo facevano dentro una corsa di punteggiatura stesa a perdifiato. Una meraviglia.

Quello che resta del sogno americano: “Il giardiniere” di Jonathan Evison

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“Perché è questo che dovrebbero fare i bambini, dovrebbero ridere. Credo al mondo non ci sia un suono più bello e perfetto della risata di un bambino.”

Il mondo dei migranti, di chi vive in un paese – in questo caso gli Usa – da figlio di immigrati messicani, cubani, portoricani, può essere raccontato in molti modi. Il conflitto sociale non sopisce mai ma evolve, cambia il modo di rapportarsi tra i bianchi e gli altri, cambiano i livelli di integrazione, nei casi più fortunati e rari mutano i rapporti di forze, in quelli belli le etnie e i colori si mischiano. In tutte le città – specie in quelle più piccole – si distingue ancora tra quartiere di migranti e quartiere di bianchi, poi di bianchi borghesi – la classe media – e i bianchi ricchi.

Heridas: la nuova letteratura colombiana

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“Irene è la cosa più bella che gli sia capitata dopo Star Wars”.

La Colombia, soprattutto. La Colombia del racconto, della nuova narrativa, perciò della lingua diversa, della capacità di elevarsi al di sopra di quello che ci è stato sempre mostrato. Una Colombia di città, di case – principalmente – di interni, di bar, scuole, università, di taxi, di locali notturni, di amori, di sbronze, di risse, di scenari familiari.

Una Colombia fatta di libri da studiare e studiati. Una Colombia di scrittori giovani ai quali interessa la tensione del racconto breve, di ciò che si può tenere fuori dalla trama, di quanto poco possa contare una trama regolare.  Ventidue scrittori nati tra gli anni settanta e gli anni ottanta che hanno voglia di misurarsi col presente e di far vedere che c’è un’altra Colombia al di fuori del mondo del narcotraffico, una nazione che non conosciamo, città che – come dappertutto – sono fatte di persone e le persone non sono mai uguali e cambiano in funzione delle relazioni che vivono con gli altri.

Un viaggio nella nuova poesia americana

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Nella bella e attenta introduzione a Nuova poesia americana Vol. 1 (Ed. Black Coffe 2019, a cura di Freeman e Abeni), tra le altre cose, John Freeman scrive che gli americani, i lettori di poesia e non solo quelli, non hanno più bisogno che gli venga spiegata cosa sia l’America, cosa accada sul piano dei diritti civili, nel mondo del lavoro e così via. Gli americani a questo punto la loro storia la conoscono, sanno ciò che avviene e se non lo sanno lo ignorano apposta.

Hanno letto i poeti del Novecento, dai più piccoli ai maggiori come Ashbery o Rich, ora hanno bisogno di sentirsi dire – e torno a Freeman – «con quanto impeto si può arrivare a desiderare un bacio», con quanta intensità si può arrivare a guadagnarlo, con quanta immaginazione si può arrivare a metterselo alle spalle, aggiungo. Il piano, perciò, si inclina e si sposta dallo storico all’intimo, dalla folla in piazza al corpo, al mistico, alla camera da letto, alla mancanza, all’amicizia, alla perdita, da un salotto a un funerale, agli abbracci e alla preghiere.

Nelle pianure di Gerald Murnane

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Photo by Ján Jakub Naništa on Unsplash

“Vent’anni or sono, quando vidi le pianure per la prima volta, lo feci con gli occhi bene aperti. Cercavo, in quel paesaggio, qualcosa che sembrasse accennare a un significato complesso, oltre le apparenze.”

Tutto quello che abbiamo visto guardando dal finestrino di un treno; la distesa – una volta d’erba, l’altra di grano – senza fine. Lo sguardo a perdita d’occhio, l’orizzonte basso, sempre più basso. Una serie infinita di parcheggi vuoti, la campagna interrotta ogni tanto dalle case, un trattore, l’insegna di un centro commerciale piazzata in mezzo al nulla. Non una collina, non una montagna. Qualche volta un fiume, stelle basse che si posano tra gli alberi, la nebbia che sale fino a confonderci, a fondere ogni cosa, a prendere parte anch’essa allo spettacolo unico che offre la pianura.

“Nessuno è come qualcun altro”, epifanie e stupore nei racconti di Amy Hempel

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“Questa era seduzione. Questa era la storia che raccontò, fra tutte le storie da ragazzo di campagna che poteva raccontare.”

C’è un racconto nella nuova raccolta di Amy Hempel (Sem, 2019, traduzione di Silvia Pareschi) – gioiello in una lunga serie di piccoli gioielli – che è anche un manuale di scrittura in miniatura. Si intitola L’agnello orfano ed è lungo soltanto mezza pagina. Tutto il talento della scrittrice statunitense esplode in poche righe e regala al lettore un condensato di perle narrative, vertici impossibili da raggiungere e non imitabili. Nel testo si tengono insieme due livelli di storia, apparentemente distanti. Nel primo una voce racconta dell’azione di qualcuno che scuoia un agnello, gesti rapidi, secchi, violenti; nelle frasi successive la pelle dell’agnello viene legata al corpo dell’orfano, in modo che la pecora in lutto avverta l’odore e lasci che l’orfano si avvicini per poppare. Stacco. La voce fuori campo cambia registro, tono, tempo e luogo, solo con una frase: O almeno così disse.

Annie Ernaux. Un memoir e un saggio

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“Ho scritto a P. che ero incinta e non volevo tenerlo. Ci eravamo salutati incerti sul seguito del nostro rapporto e provavo una certa soddisfazione nel turbare la sua indifferenza, anche se non mi facevo nessuna illusione sul profondo sollievo che gli avrebbe arrecato la mia scelta di abortire. Una settimana dopo, Kennedy è stato assassinato a Dallas. Non era già più qualcosa che mi poteva interessare.”

Qualche anno fa ho scritto un pezzo “Fotografie di Ernaux”, credendo (ingenuamente, lo ammetto) di aver esaurito il discorso su di lei, averlo esaurito per quello che riguarda l’aspetto critico, non certo dal punto di vista del lettore, non pensavo allora e non penso oggi di poter smettere di leggerla. Sono stato ingenuo perché è evidente che la scrittura di Ernaux si rinnova di volta in volta e mai esaurisce l’elemento biografico, il racconto della memoria, il suo trasferimento dentro un diario collettivo in cui ci si può specchiare, spaventarsi, commuoversi, fare i conti con il tempo che ci riguarda, con quello che ci è capitato o che abbiamo scampato, imparato, conservato, dimenticato.

“E i figli dopo di loro”, il romanzo europeo e nostalgico di Nicolas Mathieu

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“Steph lasciava un vuoto fisico. Lo sentiva nel petto e nella pancia. La vita sarebbe continuata. Era questo l’aspetto più duro. La vita sarebbe continuata.”

Ci troviamo a Heillange in Lorena, all’inizio degli anni novanta, è estate e non potrebbe essere una diversa stagione, la prima delle quattro estati, una ogni due, nelle quali si sviluppa il romanzo. Sono gli anni dei Nirvana, gli anni in cui le vite dei tre protagonisti di E i figli dopo di loro di Nicolas Mathieu (Marsilio, 2019, traduzione di Margherita Botto) scoppiano come i fiori quando fioriscono, tra l’adolescenza e il futuro, tra il poco che c’è intorno e l’ignoto a venire, in mezzo c’è quel che c’è.

Come una stanza distorta. La poesia di John Ashbery

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«Se vi può in qualche modo consolare, noi ammiriamo i primi libri di John Ashbery. / Se vi può in qualche modo consolare, non sentirete niente.»

Sono i due versi finali di una poesia magnifica di Ben Lerner (tratta da Le figure di Lichtenberg, Tlon, la poesia intera qui). Due versi che mi sono tornati in mente appena ho cominciato a leggere Autoritratto entro uno specchio convesso di John Ashbery (Bompiani, 2019, traduzione di Damiano Abeni). Il libro, un capolavoro, forse il più bello del poeta americano, di sicuro uno dei più significativi, uscì negli Usa nel 1975 e vinse tutto i premi che un poeta può vincere, con una singola pubblicazione, in America. Non è tra le primissime raccolte poetiche di Ashbery, perciò non so se, tra “i primi libri”, Lerner pensi anche a questo, ma avendo letto molto Lerner e conoscendo un pochino la poesia di Ashbery mi sento di azzardare che sì, anche questo libro è degno dell’ammirazione di quella poesia, del resto tutta quella raccolta di Lerner è permeata dall’influenza di Ashbery.

Memorie dall’esilio. “Impalcature” di Mario Benedetti

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Le dittature non finiscono con la destituzione dei dittatori, lasciano strascichi, ferite insanabili, dolori che non se ne andranno. Rimangono nelle memorie, di chi ne è stato vittima, gli atti, le torture, le fughe, le distruzioni, i morti, i cari morti, i figli, gli amici, le persone amate perdute. Le dittature prima o poi finiscono ma non se ne vanno, perché hanno intaccato un nucleo, perché hanno cucito del filo spinato sul cuore dei sopravvissuti, perché il cuore lo hanno strappato dal petto dei morti, anche prima di ammazzarli.

Le dittature non se ne vanno mai del tutto, perché il segno rimane anche sotto la pelle degli esiliati, di chi è riuscito a scappare in tempo. Il segno rimane, che torni o meno, che torni una volta sola o che torni molte volte. Anche i ritorni, come le dittature, tendono a non finire. Le dittature in Sudamerica sono state diverse, alcune di queste sono molto vicine a noi nel tempo. Sono appena accadute e mettono ancora i brividi. La dittatura di Videla in Argentina, quella di Pinochet in Cile, e i dodici anni di dittatura in Uruguay. Di quest’ultima, di un ritorno a casa dopo la sua fine, parla il bellissimo Impalcature di Mario Benedetti (nottetempo 2019, trad. di Maria Niola).