Le lettere scontrose di Giovanni Arpino

1arp

“La vita o è stile o è errore”, si legge in Passo d’addio (Einaudi) di Giovanni Arpino, un bellissimo romanzo del 1986 che tratta il tema dell’eutanasia. Un libro, come spesso è accaduto con quelli scritti da Arpino, che ha anticipato i tempi. Questa frase mi è tornata in mente intanto che leggevo Lettere scontrose (minimum fax, 2020), raccolta della rubrica che l’autore tenne per Il Tempo, settimanalmente, tra l’ottobre del 1964 e il novembre del 1965. Nel caso di Arpino, la vita e la scrittura molto hanno avuto a che fare con lo stile, non conosco l’aspetto che riguarda (o che possa riguardare) l’errore, ma qui questo aspetto non ci interessa.

Ritorno a Holt. “La strada di casa” di Kent Haruf

1har (1)

“A metà pomeriggio dell’ultimo giorno di dicembre del 1976, Jack Burdette scomparve. E non tornò a Holt per molto tempo, quando ormai il danno era fatto, e si trattava di un danno molto grave.”

Molti di noi sono stati a Holt, in Colorado, ci siamo stati alcune volte negli ultimi anni. Nulla di strano, il Colorado è uno dei territori più affascinanti di tutti gli Stati Uniti. Nulla di strano, a parte il fatto che Holt non è esiste. Holt è la città inventata dallo scrittore Kent Haruf, somigliante idealmente a Yuma, verosimile perciò più vera di un posto vero. Holt esiste ed è il teatro in cui il bravissimo Haruf ha costruito la maggior parte delle sue storie, di certo le più belle e riuscite.

“Un uomo felice”, le poesie di Hai Zi

1hanzi (1)

«Io e il passato  dividiamo una terra nera / io e il futuro dividiamo un’aria senza suono».

Il 26 marzo del 1989, un uomo di 25 anni esce di casa e si dirige alla stazione ferroviaria  di Shanhaiguan, ha con sé una borsa con quattro libri: la Bibbia, i racconti di Conrad, Walden di Thoureau e Kon-Tiki di Thor Heyerdahl, lascia un biglietto «La mia morte non ha a che vedere con nessuno». Si stende lungo i binari e aspetta che il treno lo travolga. Da lì a qualche mese avverrà il massacro di piazza Tian’an Men. Si chiama Hai Zi ed è uno dei maggiori poeti cinesi contemporanei.

California, il nuovo numero della rivista di John Freeman

1f

“[…] Era anche un tempo in cui le stelle erano tornate di moda / senza che se ne conoscessero il nome o le proprietà fisiche, / ma le si usava per i vaticini o anche solo per diagnosticare / i tratti di personalità. Molti si rivolgevano alle stelle sentendosi abbandonati […]”

La California, la terra del nostro sognare, ma del sognare di tutti. Desiderata meta di viaggio territoriale e interiore. La California dello spazio, degli alberi, dei tramonti, della visione. I giorni che spostano sempre il futuro più in là. Tutte quelle strade di Los Angeles, tutte le salite di San Francisco. La California della musica, degli hippie, del cinema, di Joan Didion.

Tutto chiede salvezza, il memoir di Daniele Mencarelli

menc

«Che cura esiste per come è fatta la vita, voglio dì, è tutto senza senso, e se ti metti a parla’ di senso ti guardano male, ma è sbagliato cerca’ un significato? Perché devo avere bisogno di un significato? Sennò come spieghi tutto, come spieghi la morte? Come se fa ad affrontare la morte di chi ami? Se è tutto senza senso non lo accetto, allora vojo mori’.»

Da qualche anno ho la fortuna di essere tra i curatori del Festival dei Matti di Venezia; dico fortuna perché dal lavoro svolto all’interno di questa manifestazione ho imparato molto sulla salute mentale, una parte del nostro mondo di cui conoscevo molto poco.

“Atene (venìndo zo dal Licabéto)”, mistero e fascino nella poesia di Andrea Longega

lonz

Questo articolo è uscito originariamente sulla rivista Letteratura e dialetti, che ringraziamo.

“[…] Atene che da in alto ti vedevi / bianca e sterminada / desso da novo se te mostra / grigia, e sui muri tuta scrita […]”

Si dice, sovente, quando si parla di un particolare dialetto che si tratti di una lingua; lo si dice pensando alle sue peculiarità, alla particolare efficacia, alla ricchezza del vocabolario, alla rarità della sintesi. alla capacità musicale che ogni singola parola ha e ai molti significati attribuibili allo stesso termine, che lo si accenti diversamente o che lo si ponga in un punto diverso della frase o che gli si cambi il soggetto o l’aggettivo.

Potremmo dire, perciò, che si definisce lingua un dialetto perché gli si sta facendo un complimento. A me piace definire lingua quel particolare dialetto che sia in grado di raccontare storie anche molto distanti da quelle avvenute sul pezzo di terra dove quel parlato risiede.

Dal cuore del miracolo. “Brevemente risplendiamo sulla terra” di Ocean Vuong

1vuong

«Una migrazione può essere innescata dal taglio di un raggio di sole che indica un cambio di stagione o di temperatura, di stadio nella vita vegetale o di assenza di scorte di cibo. Le femmine della farfalla monarca depongono le uova rosse durante il tragitto. Ogni storia ha più di una diramazione è la storia di una divisione. Il viaggio richiede settemilasettecento chilometri, più della lunghezza di questo intero paese. Le farfalle che volano al sud non torneranno a nord. Ogni partenza è dunque definitiva. Solo i figli tornano, solo il futuro ritorna al passato.»

Mi capita spesso quando leggo un romanzo – ma solo se il libro mi piace molto – di andare con la mente ad altre storie, a volte alle poesie, questo perché nella mia testa esiste una sorta di mappa letteraria fatta di incroci, rimandi, rette, diagonali, punti che si uniscono, frammenti che, come se provenissero da stelle esplose, guizzano lucenti da un libro all’altro, da un autore all’altro.

La vita schifa, il festival dell’ossimoro di Rosario Palazzolo

1palazz

«Quando sono morto io si fece festa, una festa stramba e inutile, ridicola come le cose ridicole, una festa che ognuno se ne stava a casa sua a gioire in silenzio, una festa senza brindo, una festa muta, una festa che se mettiamo uno passava di là non se ne accorgeva che c’era quella festa, era una festa cacchia, una festa senza cerimonie, una festa guasta[…]»

Rosario Palazzolo è da sempre un portatore (in)sano di linguaggio. Chi abbia letto i suoi precedenti romanzi, cito qui il meraviglioso Cattiverìa (Perdisa pop 2013) – un libro nel quale il linguaggio veniva reinventato pagina dopo pagina, fondendosi e scomponendosi per riscoprirsi diverso. Il dialetto siciliano, le sgrammaticature e l’italiano si reggevano tenendosi per mano, a volte si abbracciavano, altre si prendevano a schiaffi e lo facevano dentro una corsa di punteggiatura stesa a perdifiato. Una meraviglia.

Quello che resta del sogno americano: “Il giardiniere” di Jonathan Evison

1giard (1)

“Perché è questo che dovrebbero fare i bambini, dovrebbero ridere. Credo al mondo non ci sia un suono più bello e perfetto della risata di un bambino.”

Il mondo dei migranti, di chi vive in un paese – in questo caso gli Usa – da figlio di immigrati messicani, cubani, portoricani, può essere raccontato in molti modi. Il conflitto sociale non sopisce mai ma evolve, cambia il modo di rapportarsi tra i bianchi e gli altri, cambiano i livelli di integrazione, nei casi più fortunati e rari mutano i rapporti di forze, in quelli belli le etnie e i colori si mischiano. In tutte le città – specie in quelle più piccole – si distingue ancora tra quartiere di migranti e quartiere di bianchi, poi di bianchi borghesi – la classe media – e i bianchi ricchi.

Heridas: la nuova letteratura colombiana

1herid

“Irene è la cosa più bella che gli sia capitata dopo Star Wars”.

La Colombia, soprattutto. La Colombia del racconto, della nuova narrativa, perciò della lingua diversa, della capacità di elevarsi al di sopra di quello che ci è stato sempre mostrato. Una Colombia di città, di case – principalmente – di interni, di bar, scuole, università, di taxi, di locali notturni, di amori, di sbronze, di risse, di scenari familiari.

Una Colombia fatta di libri da studiare e studiati. Una Colombia di scrittori giovani ai quali interessa la tensione del racconto breve, di ciò che si può tenere fuori dalla trama, di quanto poco possa contare una trama regolare.  Ventidue scrittori nati tra gli anni settanta e gli anni ottanta che hanno voglia di misurarsi col presente e di far vedere che c’è un’altra Colombia al di fuori del mondo del narcotraffico, una nazione che non conosciamo, città che – come dappertutto – sono fatte di persone e le persone non sono mai uguali e cambiano in funzione delle relazioni che vivono con gli altri.