“Censimento”, il viaggio di Jesse Ball

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“Pensai fra me: non posso essergli di alcuna utilità. Una volta sognavo che ce ne saremmo andati insieme, come su una zattera. Mia moglie, mio figlio, io. E invece, questo io deve andarsene prima. Mio figlio deve andare altrove, incontro a un buon inizio, in un luogo dove si possa stare. Non esiste forse un luogo simile?
Allora pensai fra me: è possibile, il bene è possibile. Per forza.”

Questo libro è un viaggio, ma prima di essere un viaggio è un cerchio, una sorta di circonvallazione dell’anima che parte dal circolo più esterno per arrivare all’ultimo, il più piccolo. L’ultimo punto per qualcuno non prevede un ritorno, per un altro è una nuova andata.

Dentro il cielo bianco. “L’uomo che trema” di Andrea Pomella

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Quando mi hanno parlato della depressione, o, meglio, di ciò che prova chi di quella malattia soffre, ho sempre immaginato un colore, il bianco. Non il bianco abbagliante della neve o quello da riempire di un foglio word, né quello luminoso delle maglie che qualche volta indossiamo per andare al mare. Piuttosto un bianco molto opaco, con alcune sfumature di grigio chiaro, molto simile al colore del cielo che io abbino agli istanti prima del terremoto, perché di quel colore era il cielo su Napoli nei minuti che precedettero il terremoto dell’ottanta. Un cielo dal quale non ti saresti aspettato nulla, né un fenomeno atmosferico, né un suono, e che metteva ansia. Un cielo gonfio di silenzio e attesa, un cielo che mai e poi mai avrebbe lasciato scampo.

Ornamento. Nell’America di Juan Cárdenas

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«Quando mi rivedrai avrò lo stesso vestito. Basta aprire la porta per scorgere l’eloquente immagine: centottantotto macchine da scrivere ammucchiate in fondo a una stanza vuota, attraversata solo dall’ombra fresca e lunga della marmaglia, a un piano vuoto di un edificio vuoto, di un edificio razionalista in passato bello e splendente, costruito a immagine e somiglianza degli edifici razionalisti in passato belli e splendenti delle città razionali. Centottantotto macchine da scrivere ammucchiate in fondo a una città irrazionale un giorno hanno battuto, su centottantotto fogli di carta intestata delle Assicurazioni Tequendama, un discorso armonioso e razionale che qualcuno avrebbe letto con devozione negli uffici e nei corridoi del Ministero della Destituzione: quando mi rivedrai avrò lo stesso vestito e non sarò milioni, sarò l’unico esempio, rotti gli schemi, l’esempio inimitabile[…]»

Storie nella storia. “Hamburg” di Marco Lupo

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La letteratura contemporanea ci porta molto spesso nei paraggi della Seconda guerra mondiale. Negli ultimi anni mi è capitato di leggere molti romanzi che muovono le loro pagine dal 1930 al 1950, oppure fino al 1960, e ai giorni nostri, ma questi ultimi raccontati come conseguenza. Come se i giorni nostri e quindi noi stessi discendessimo, derivassimo da quel conflitto, e non è così? La nostra memoria è costruita sulle memorie dei nostri nonni, è fatta di racconti di altri. Il nostro istinto, prima ancora del ragionamento, tende a custodire ciò che ci viene tramandato. I nostri primi ricordi non esistono, in realtà, ci vengono in mente storie di noi che altri più vecchi ci hanno detto.

La Puglia profonda e rabbiosa di Omar Di Monopoli

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Ho avuto sempre un’idea Faulkneriana della Puglia, di una terra aspra e selvaggia, battuta, scaldata e consumata dal sole. Una Puglia gialla e verde e misteriosa. La Puglia come gran parte del nostro sud nasconde e mostra contemporaneamente, a ogni angolo, qualcosa di cupo, un buio pronto a risucchiarti alla prima distrazione, al primo segno di abbandono. Ho detto Faulkner ma avrei potuto dire Mc Carthy, o Joe R. Lansdale. La Puglia è infinita e ci si può perdere, c’è qualcosa di oscuro nei piccoli paesi, ai confini delle masserie, nei muri screpolati, nei bar costruiti sotto case abusive, qualcosa che si avverte ma subito passa via perché poi si arriva al mare, e lì lo splendore per qualche istante ti rapisce e dimentichi il resto.

“Aspettando i naufraghi”, tra poesia e fantastico

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«L’inaspettato per una volta, è accaduto. E ha cambiato tutto.»

Qualche settimana fa mi è capitato di presentare Aspettando i naufraghi (minimum fax, 2018) di Orso Tosco; quella sera, durante la nostra conversazione, lo scrittore mi disse una serie di cose molto interessanti riguardanti il romanzo, tra queste una mi è rimasta particolarmente impressa. Tosco disse che all’origine della scrittura del romanzo c’era un suo periodo di vita decisamente difficile e complicato e si era posto una domanda: “Da chi vorrei essere portato via?” o forse più precisamente la domanda era: “Da chi vorrei essere ammazzato?”.

Emma Glass e “La carne”, uno dei romanzi più interessanti di quest’anno

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«Peach. Non scappare più. Ti amo Lincoln.»

Il male e la paura, non possiamo evitare di averci a che fare, di incontrarli, di sopportarli, di viverli. Scopriremo il male sotto la sua peggior manifestazione, saremo preda delle paure più profonde. Tenteremo di schivare, di proteggere noi e chi ci sta accanto, ma spesso falliremo. Arriverà quel male che ci seguirà passo passo, che si impossesserà di ogni centimetro di pelle, che prenderà casa nella nostra stessa carne. La paura poi ci toglierà il respiro, ci farà sentire in bilico, ci costringerà a guardarci le spalle, a tenere le luci accese, a cercare conforto e, allo stesso tempo, tacere.

Dilatare la vita: “L’esercizio del distacco”

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«Ecco quello che sentivo, l’assoluto piacere di dilatare la vita, di rallentare il futuro, come l’eccitante visione al rallenty di una pallottola che va a bersaglio e tu sai che provocherà una ferita.»

Dilatare la vita, rallentare il futuro, potrebbero sembrare due cose che stanno agli opposti; se li dilato, rendo più lunghi, infiniti, gli attimi che sto vivendo, se provo a tenere fermo tra le mani, a punta di sguardo, un momento (o addirittura giorni che mi paiono perfetti), io declino il tempo in un lungo presente perché solo quello esiste, in quel senso rallento il futuro, non gli apro la porta, non gli concedo l’agio di riguardarmi, almeno per un pezzo. Il tempo da fermare qual è se non quello dell’adolescenza? Il giorno prima che la vita adulta ci riguardi, quello è il futuro da rallentare, un futuro fatto di responsabilità e debolezze, di certezze, di noia, di inevitabili sconfitte o perdite.

Più tenace della memoria. Farabeuf di Salvador Elizondo

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«La vita era soggetta  a una confusione nella quale era impossibile distinguere il presente dal passato.»

Questa affermazione che leggiamo nelle prime pagine di Farabeuf ci dice già molto del gioco al quale Salvador Elizondo sta invitando il lettore a partecipare, solo che il lettore non lo sa, quando legge la frase non sa ancora nulla, ma è già confuso, è già irrimediabilmente catturato dall’istante che si dilaterà nell’arco della storia. Istante che si farà piccolo fino a sparire, che si espanderà fino a moltiplicarsi all’infinito, come in una rifrazione perpetua.

Città distrutte, le biografie infedeli di Davide Orecchio

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“Certo, sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite”

Leggere (per la seconda volta) Città distrutte di Davide Orecchio, appena ripubblicato da Il Saggiatore, con postfazione di Goffredo Fofi (il libro uscì per la prima volta nel 2011 per Gaffi), illumina con la certificazione del senno di poi anche la lettura dei due romanzi successivi: Stati di grazia (Il Saggiatore 2014); Mio padre la rivoluzione (minimum fax, 2017).