Distanza ravvicinata, le storie dal Wyoming di Annie Proulx

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Photo by Tara Evans on Unsplash

“Le loro ombre scivolavano sotto i loro piedi come vernice versata.”

Di molti stati nord americani sappiamo immediatamente se si trovino a sud, a nord, a est o a ovest. Sono gli stati che forse abbiamo visitato o che, più probabilmente, la letteratura e il cinema ci hanno raccontato.

La California di Joan Didion, il Texas di Lansdale, il Texas allargato in  New Mexico e in Messico di Cormac McCarthy, il New Jersey di Roth, la New York di De Lillo, e potremmo proseguire con scoperte più recenti come quella , ad esempio, del Colorado di Haruf, o andando molto indietro fino al sud creato da Faulkner. In coda a questa splendida e inesaurita mappa letteraria compare il Wyoming di Annie Proulx, più a nord del Colorado, appena sotto il Montana. Un territorio selvaggio, circondato da ogni cosa e perduto in mezzo al niente.

Dentro il mondo di Emma Reyes

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“Nelle ore di ricreazione tutte giocavano a molti giochi diversi; noi non sapevamo giocare a niente.”

I bambini non sanno giocare se non l’hanno mai fatto, se nessuno glielo ha insegnato, se non hanno incrociato altri bambini. I bambini che non sanno giocare vivono un’infanzia che non lo è, è una terribile vita da adulti in miniatura, un anticipo sui disastri che verranno.

Cosa avremmo fatto se, all’età di cinque o sei anni, ci si fosse avvicinata una bambina che non conosceva nessuno dei nostri giochi? Che non conosceva il significato della parola gioco? La avremmo isolata, con ogni probabilità, non avremmo capito. Avremmo lasciato Emma e poi Helena, le protagoniste di questo memoir, in un angolo del cortile, magari le avremmo prese in giro, magari chissà.

“La lavoratrice” di Elvira Navarro, una nuova voce nella narrativa spagnola

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“Avremmo anche potuto congedarci come due persone felici di aver soddisfatto il proprio desiderio, dato che la linea di partenza della speranza si trovava in regioni non dolorose.”

Precarietà, questa parola, uno dei termini centrali per identificare in poche sillabe i nostri giorni. Lavoriamo in condizioni di perenne precariato, viviamo in case dall’arredo provvisorio, le nostre situazioni sentimentali sono ben lontane dall’avere una qualche somiglianza con la stabilità. Siamo in contatto costante con il mondo eppure siamo soli. I nostri amici o sono lontani o non riusciamo a vederli. Nuotiamo, respiriamo a fatica in una sorta di mare di latta, una specie di miraggio bianchissimo che ricorda da molto vicino la bottiglia d’orzata in un cui galleggiava Milano di cui cantava De André.

Il punto è che non c’è più alcuna fuga in tram da tentare. Il presente è quattro mura prese in affitto in quartieri troppo lontani dal centro,  è due di queste mura che subaffittiamo perché non arriviamo a fine mese, rinunciando ad altro spazio, altra aria.

Il buio a luci accese, le piccole favole di David Hayden

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I racconti di David Hayden sono una delle scoperte più piacevoli di questa prima della metà dell’anno. Il buio a luci accese (Safarà editore, 2019, traduzione di Riccardo Duranti) è uscito intorno alla metà di aprile, da allora ho letto i racconti almeno un paio di volte, alcuni anche quattro volte, uno – quello che apre la raccolta – credo sei volte.

L’azione di rileggere un testo a così poca distanza da una lettura precedente è collegata quasi sempre allo stupore e, successivamente, alla voglia di approfondimento; nel caso di Hayden è stato lo stupore a prendere possesso del mio animo da lettore e a non lasciarmi scappare da quelle pagine. La voglia di ritornare è simile a quella che ti prende davanti alle belle poesie, la meraviglia che ti porta a riconsiderare un verso, il suono, il suo grado d incomprensibilità o di attribuirgli, a ogni rilettura, un nuovo significato.

Incontrando un capolavoro: “Il pane del patriarca” di Raduan Nassar

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Di un libro si sente dire necessario, si legge indispensabile, si arriva a usare, con leggerezza estrema, il termine capolavoro. Lo si fa con buoni libri, talvolta con ottimi libri. Chi scrive che un romanzo è necessario lo fa, diamo per scontato, con onestà. Chi sottolinea che tali pagine, di uno scrittore o di una scrittrice, sono un capolavoro, di sicuro in qualche momento ha sussultato, non dubitiamo che lo abbia pensato.

È capitato, a volte anche al sottoscritto, e capiterà. Ma quante volte è vero? Quante volte accostandoci a un capolavoro reale vorremmo non averlo detto di un altro? Almeno qualche volta, perché il capolavoro ogni tanto arriva, magari dal passato, magari da lontano, e si fa riconoscere, semplicemente esistendo.

Storie dal 1929: “La versione della cameriera” di Daniel Woodrell

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Siamo nel Missouri a West Table, un ragazzino va a passare l’estate con sua nonna. La nonna è Alma DeGeer Dunahew. L’estate che passano insieme è un periodo che concorre alla ricostruzione del rapporto tra Alma e uno dei suoi tre figli. Ti mando Alek, ti tengo io Alek, mettiamo a posto le cose.

Nel 1929 a West Table ci fu un’esplosione nella sala da ballo, molti morti, feriti, mutilati. Tra i morti Ruby, la bellissima sorella di Alma.

Nero, il gatto di Parigi: una favola di Osvaldo Soriano

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«Fu come se all’improvviso fossimo diventati due gatti e una sola paura.»

Ieri sera ho passato una splendida ora tra le pagine del racconto Nero, il gatto di Parigi, di Osvaldo Soriano, una favola, una storia per ragazzi, pubblicata per la prima volta in Italia da Liberaria editrice, con la traduzione (sempre perfetta) di Ilide Carmignani e le illustrazioni meravigliose di Vincenza Peschechera.

Quando ami un autore non lo consideri mai morto, anche se lo è o, prima o poi, lo sarà. Lo scrittore amato, il grande scrittore, rimane sempre vivo per i capolavori che ci ha lasciato. Romanzi, racconti, poesie che stanno sui nostri scaffali in bella mostra, nell’ordine che per loro abbiamo scelto, pronti a essere riletti qualche volta, a distanza di qualche anno tra una lettura e un’altra. Ogni volta troveremo una cosa nuova, ogni volta ci stupiremo e diremo cose come “Che bellezza”; e ci appunteremo un passaggio nuovo, e troveremo un nuovo (o diverso) significato.

Woodstock senza ritorno. Herlihy e la stagione della strega

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Siamo i primi figli della più bella stagione che avremmo potuto vivere, gli eredi nostalgici di un passato appena trascorso, sognato e immaginato come quando si guarda al futuro: Un passato accaduto alle nostre spalle che dovremmo ringraziare e mantenere un poco in vita senza sperperarlo, molti dei privilegi che appartengono al nostro tempo ci arrivano per gentile concessione di ciò che è capitato tra la seconda metà degli anni sessanta e buona parte degli anni settanta. Se per qualche istante ci siamo sentiti liberi è grazie a qualcuno che ha vissuto quei giorni. Siamo debitori di ogni cosa, dei jeans stinti che abbiamo indossato, delle barbe incolte, dei capelli lunghi, delle giacche consumate, del sesso libero (aspetto al quale abbiamo rinunciato alla velocità della luce in nome di qualche tipo di morale), delle canne che abbiamo fumato, di tanta musica meravigliosa che ancora ascoltiamo.

La casa del dolore altrui, il Messico di Julián Herbert

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“[Questo è un western]”, è questa la frase che Julián Herbert pone in esergo al primo capitolo del molto bello La casa del dolore altrui (Gran Via, 2018, trad. di Francesco Fava), la scelta la spiega l’autore alla penultima pagina, ciò che è certo che quel pensiero a un certo punto – stando perfettamente allineati, tenendo la ricostruzione storica a sinistra (oppure a destra) e la prosa poetica, acuta, ricca di suoni e slanci di Herbert a destra (oppure a sinistra, si capisce) – lo facciamo anche noi, o quantomeno potremmo avvicinarci.

Julián Herbert è nato ad Acapulco, è poeta, scrittore, musicista. È considerato uno degli autori più interessanti della sua generazione, è nato nel 1971.  Gran Via ha già pubblicato, nel 2014 Ballata per mia madre, romanzo intenso e importante, molto premiato. Herbert è noto per la raccolta di racconti Cocaina, uno solo di questi tradotto in italiano. Il suo lavoro più recente è la raccolta di racconti Tráiganme la cabeza de Quentin Tarantino del 2017, che attendo con grande curiosità.

Persone care: l’incanto nei racconti di Vera Giaconi

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Ho finito di leggere Persone care di Vera Giaconi (Sur 2019, traduzione di  Giulia Zavagna) da un paio di settimane e da quando ho chiuso il libro non ho mai smesso di pensarci. Il motivo per cui non ne ho scritto il giorno stesso o quello immediatamente dopo credo vada ricondotto a due sensazioni che mi avevano accompagnato durante la lettura e che non mi abbandonavano, lo stupore e l’ansia.

Avevo bisogno di ritrovare un minimo di razionalità per raccontare i dieci racconti della scrittrice uruguaiana – tradotta in italiano per la prima volta, nel solco del gran lavoro che stanno facendo i tipi di edizioni Sur sulla nuova letteratura sudamericana – anche se mi rendo conto che se avessi twittato “Stupore e ansia, tra le cose che restano dei racconti di Vera Giaconi” qualcuno avrebbe ritwittato, magari un paio sarebbero andati poi a procurarsi il libro, me la sarei cavata con poco.