Come una stanza distorta. La poesia di John Ashbery

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«Se vi può in qualche modo consolare, noi ammiriamo i primi libri di John Ashbery. / Se vi può in qualche modo consolare, non sentirete niente.»

Sono i due versi finali di una poesia magnifica di Ben Lerner (tratta da Le figure di Lichtenberg, Tlon, la poesia intera qui). Due versi che mi sono tornati in mente appena ho cominciato a leggere Autoritratto entro uno specchio convesso di John Ashbery (Bompiani, 2019, traduzione di Damiano Abeni). Il libro, un capolavoro, forse il più bello del poeta americano, di sicuro uno dei più significativi, uscì negli Usa nel 1975 e vinse tutto i premi che un poeta può vincere, con una singola pubblicazione, in America. Non è tra le primissime raccolte poetiche di Ashbery, perciò non so se, tra “i primi libri”, Lerner pensi anche a questo, ma avendo letto molto Lerner e conoscendo un pochino la poesia di Ashbery mi sento di azzardare che sì, anche questo libro è degno dell’ammirazione di quella poesia, del resto tutta quella raccolta di Lerner è permeata dall’influenza di Ashbery.

Memorie dall’esilio. “Impalcature” di Mario Benedetti

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Le dittature non finiscono con la destituzione dei dittatori, lasciano strascichi, ferite insanabili, dolori che non se ne andranno. Rimangono nelle memorie, di chi ne è stato vittima, gli atti, le torture, le fughe, le distruzioni, i morti, i cari morti, i figli, gli amici, le persone amate perdute. Le dittature prima o poi finiscono ma non se ne vanno, perché hanno intaccato un nucleo, perché hanno cucito del filo spinato sul cuore dei sopravvissuti, perché il cuore lo hanno strappato dal petto dei morti, anche prima di ammazzarli.

Le dittature non se ne vanno mai del tutto, perché il segno rimane anche sotto la pelle degli esiliati, di chi è riuscito a scappare in tempo. Il segno rimane, che torni o meno, che torni una volta sola o che torni molte volte. Anche i ritorni, come le dittature, tendono a non finire. Le dittature in Sudamerica sono state diverse, alcune di queste sono molto vicine a noi nel tempo. Sono appena accadute e mettono ancora i brividi. La dittatura di Videla in Argentina, quella di Pinochet in Cile, e i dodici anni di dittatura in Uruguay. Di quest’ultima, di un ritorno a casa dopo la sua fine, parla il bellissimo Impalcature di Mario Benedetti (nottetempo 2019, trad. di Maria Niola).

Distanza ravvicinata, le storie dal Wyoming di Annie Proulx

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Photo by Tara Evans on Unsplash

“Le loro ombre scivolavano sotto i loro piedi come vernice versata.”

Di molti stati nord americani sappiamo immediatamente se si trovino a sud, a nord, a est o a ovest. Sono gli stati che forse abbiamo visitato o che, più probabilmente, la letteratura e il cinema ci hanno raccontato.

La California di Joan Didion, il Texas di Lansdale, il Texas allargato in  New Mexico e in Messico di Cormac McCarthy, il New Jersey di Roth, la New York di De Lillo, e potremmo proseguire con scoperte più recenti come quella , ad esempio, del Colorado di Haruf, o andando molto indietro fino al sud creato da Faulkner. In coda a questa splendida e inesaurita mappa letteraria compare il Wyoming di Annie Proulx, più a nord del Colorado, appena sotto il Montana. Un territorio selvaggio, circondato da ogni cosa e perduto in mezzo al niente.

Dentro il mondo di Emma Reyes

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“Nelle ore di ricreazione tutte giocavano a molti giochi diversi; noi non sapevamo giocare a niente.”

I bambini non sanno giocare se non l’hanno mai fatto, se nessuno glielo ha insegnato, se non hanno incrociato altri bambini. I bambini che non sanno giocare vivono un’infanzia che non lo è, è una terribile vita da adulti in miniatura, un anticipo sui disastri che verranno.

Cosa avremmo fatto se, all’età di cinque o sei anni, ci si fosse avvicinata una bambina che non conosceva nessuno dei nostri giochi? Che non conosceva il significato della parola gioco? La avremmo isolata, con ogni probabilità, non avremmo capito. Avremmo lasciato Emma e poi Helena, le protagoniste di questo memoir, in un angolo del cortile, magari le avremmo prese in giro, magari chissà.

“La lavoratrice” di Elvira Navarro, una nuova voce nella narrativa spagnola

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“Avremmo anche potuto congedarci come due persone felici di aver soddisfatto il proprio desiderio, dato che la linea di partenza della speranza si trovava in regioni non dolorose.”

Precarietà, questa parola, uno dei termini centrali per identificare in poche sillabe i nostri giorni. Lavoriamo in condizioni di perenne precariato, viviamo in case dall’arredo provvisorio, le nostre situazioni sentimentali sono ben lontane dall’avere una qualche somiglianza con la stabilità. Siamo in contatto costante con il mondo eppure siamo soli. I nostri amici o sono lontani o non riusciamo a vederli. Nuotiamo, respiriamo a fatica in una sorta di mare di latta, una specie di miraggio bianchissimo che ricorda da molto vicino la bottiglia d’orzata in un cui galleggiava Milano di cui cantava De André.

Il punto è che non c’è più alcuna fuga in tram da tentare. Il presente è quattro mura prese in affitto in quartieri troppo lontani dal centro,  è due di queste mura che subaffittiamo perché non arriviamo a fine mese, rinunciando ad altro spazio, altra aria.

Il buio a luci accese, le piccole favole di David Hayden

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I racconti di David Hayden sono una delle scoperte più piacevoli di questa prima della metà dell’anno. Il buio a luci accese (Safarà editore, 2019, traduzione di Riccardo Duranti) è uscito intorno alla metà di aprile, da allora ho letto i racconti almeno un paio di volte, alcuni anche quattro volte, uno – quello che apre la raccolta – credo sei volte.

L’azione di rileggere un testo a così poca distanza da una lettura precedente è collegata quasi sempre allo stupore e, successivamente, alla voglia di approfondimento; nel caso di Hayden è stato lo stupore a prendere possesso del mio animo da lettore e a non lasciarmi scappare da quelle pagine. La voglia di ritornare è simile a quella che ti prende davanti alle belle poesie, la meraviglia che ti porta a riconsiderare un verso, il suono, il suo grado d incomprensibilità o di attribuirgli, a ogni rilettura, un nuovo significato.

Incontrando un capolavoro: “Il pane del patriarca” di Raduan Nassar

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Di un libro si sente dire necessario, si legge indispensabile, si arriva a usare, con leggerezza estrema, il termine capolavoro. Lo si fa con buoni libri, talvolta con ottimi libri. Chi scrive che un romanzo è necessario lo fa, diamo per scontato, con onestà. Chi sottolinea che tali pagine, di uno scrittore o di una scrittrice, sono un capolavoro, di sicuro in qualche momento ha sussultato, non dubitiamo che lo abbia pensato.

È capitato, a volte anche al sottoscritto, e capiterà. Ma quante volte è vero? Quante volte accostandoci a un capolavoro reale vorremmo non averlo detto di un altro? Almeno qualche volta, perché il capolavoro ogni tanto arriva, magari dal passato, magari da lontano, e si fa riconoscere, semplicemente esistendo.

Storie dal 1929: “La versione della cameriera” di Daniel Woodrell

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Siamo nel Missouri a West Table, un ragazzino va a passare l’estate con sua nonna. La nonna è Alma DeGeer Dunahew. L’estate che passano insieme è un periodo che concorre alla ricostruzione del rapporto tra Alma e uno dei suoi tre figli. Ti mando Alek, ti tengo io Alek, mettiamo a posto le cose.

Nel 1929 a West Table ci fu un’esplosione nella sala da ballo, molti morti, feriti, mutilati. Tra i morti Ruby, la bellissima sorella di Alma.

Nero, il gatto di Parigi: una favola di Osvaldo Soriano

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«Fu come se all’improvviso fossimo diventati due gatti e una sola paura.»

Ieri sera ho passato una splendida ora tra le pagine del racconto Nero, il gatto di Parigi, di Osvaldo Soriano, una favola, una storia per ragazzi, pubblicata per la prima volta in Italia da Liberaria editrice, con la traduzione (sempre perfetta) di Ilide Carmignani e le illustrazioni meravigliose di Vincenza Peschechera.

Quando ami un autore non lo consideri mai morto, anche se lo è o, prima o poi, lo sarà. Lo scrittore amato, il grande scrittore, rimane sempre vivo per i capolavori che ci ha lasciato. Romanzi, racconti, poesie che stanno sui nostri scaffali in bella mostra, nell’ordine che per loro abbiamo scelto, pronti a essere riletti qualche volta, a distanza di qualche anno tra una lettura e un’altra. Ogni volta troveremo una cosa nuova, ogni volta ci stupiremo e diremo cose come “Che bellezza”; e ci appunteremo un passaggio nuovo, e troveremo un nuovo (o diverso) significato.

Woodstock senza ritorno. Herlihy e la stagione della strega

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Siamo i primi figli della più bella stagione che avremmo potuto vivere, gli eredi nostalgici di un passato appena trascorso, sognato e immaginato come quando si guarda al futuro: Un passato accaduto alle nostre spalle che dovremmo ringraziare e mantenere un poco in vita senza sperperarlo, molti dei privilegi che appartengono al nostro tempo ci arrivano per gentile concessione di ciò che è capitato tra la seconda metà degli anni sessanta e buona parte degli anni settanta. Se per qualche istante ci siamo sentiti liberi è grazie a qualcuno che ha vissuto quei giorni. Siamo debitori di ogni cosa, dei jeans stinti che abbiamo indossato, delle barbe incolte, dei capelli lunghi, delle giacche consumate, del sesso libero (aspetto al quale abbiamo rinunciato alla velocità della luce in nome di qualche tipo di morale), delle canne che abbiamo fumato, di tanta musica meravigliosa che ancora ascoltiamo.