Le strade di Ottavio Bottecchia

Portrait of Italian cyclist Ottavio Bottecchia taken in the mid 20's who won the Tour de France in 1924 and 1925. Bottecchia became the first rider to wear the yellow jersey of leader during the whole Tour de France after winning the first stage between Paris and Le Havre 22 June 1924. (NB)

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Il 3 giugno 1927 Ottavio Bottecchia si svegliò alle 5 del mattino, non della sera, e andò incontro al suo destino come il torero di Garcia Lorca. Era di cattivo umore, disse la nipote Elena, perché la sera prima il fedele gregario e amico Alfonso Piccin (cui aveva regalato una casa) gli aveva detto che non l’avrebbe accompagnato in allenamento il giorno dopo. Doveva andare a trovare la morosa.

La Barcellona di Manuel Vázquez Montalbán

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Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, la prefazione di Gianni Mura al libro di Giuliano Malatesta El niño del balcón, uscito per Giulio Perrone editore.

Non è un colpo basso perché è un colpo al cuore sapere com’è fatta la piazza che Barcellona ha dedicato a uno dei suoi cantori più assidui e appassionati: Manuel Vázquez Montalbán. Nell’orgia di cemento che è la plaza dura Pepe Carvalho si fermerebbe solo per pisciare, magari in compagnia di Biscuter, dopo una robusta mangiata in una trattoria del Raval. Quanto a Manolo, troppo educato per farlo. El ni- ño del balcon, diventato el hombre del balcón, guarderebbe scuotendo la testa. Essere ricordati così male è peggio che essere dimenticati.

Storia di Alfred Nakache, il nuotatore sopravvissuto all’Olocausto

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Alfred Nakache si guarda intorno e cerca di scaldare Paule, sua moglie, che tiene in braccio la piccola Annie, due anni. Prime luci di un’alba pesante. Nakache sa di non aver mai fatto nulla di male a nessuno, ma è ebreo. Anche Paule è ebrea. Alfred è nato nel 1915 a Costantina, in Algeria. Da bambino aveva terrore dell’acqua. L’ha vinto buttandosi in una piscina. È diventato un campione di nuoto. S’è trasferito alla piscina del Racing Club di Parigi, se n’è andato perché dalla tribuna riceveva insulti. Parigi è occupata dai tedeschi, Alfred si sposta nella zona libera, a Tolosa. Nuota e insegna nuoto, Paule è la capitana della squadra di basket. Si sono sposati nell’ottobre del 1937. Alle Olimpiadi del ‘36, in casa di Hitler, Alfred ci è andato, perché pensava, e anche adesso che il treno sta per partire si sforza di pensare, che lo sport non ha nulla a che vedere con la politica.

La rivoluzione arancione di Johan Cruyff

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Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

Crujiff o Cruijff? Cruyff, è scritto in copertina dell’autobiografia del campione, scritta con Jaap de Groot e pubblicata da Bompiani: “La mia rivoluzione”. Esce a circa sei mesi dalla morte, per cancro ai polmoni. E poco importa come si scrive il cognome: tutti sanno chi era. La copertina è color arancia, un colore che prima di lui, e di quelli della sua generazione, non era nel gotha del calcio. Ed è un grande risultato, lo pensava anche lui, che quella Nazionale olandese sia ricordata a tanta distanza dagli anni ‘70, quando arrivò due volte in finale del mondiale e due volte la perse. Contro Germania e Argentina (ma nel ‘78 Cruyff non c’era), le padrone di casa, ma per chiunque allora non fosse tedesco o argentino i veri vincitori, per come giocavano, erano gli arancioni.

Per chi non avesse mai visto Cruyff in azione, valga il sintetico ritratto tracciato da Alfredo Di Stefano: “Non è un attaccante, ma fa tanti gol. Non è un difensore, ma non perde mai un contrasto. Non è un regista, ma gioca ogni pallone nell’interesse del compagno”. Il Pelé bianco, lo definì Gianni Brera, che pure non amava molto il calcio totale. “E’una squadra-cicala” diceva dell’Olanda. Preferiva le squadre-formica, e infatti puntò sui tedeschi per la vittoria in finale.

Il calcio di Agostino Di Bartolomei

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La mattina del 30 maggio 1994 il calcio italiano perdeva uno dei suoi protagonisti migliori, Agostino Di Bartolomei, ex giocatore di Roma (di cui fu capitano) e Milan. Lo ricordiamo con la prefazione di Gianni Mura al suo Manuale del Calcio edito da Fandango e curato dal figlio di Agostino, Luca (le illustrazioni, presenti nel volume, sono di Davide Reviati).

Oggi che essere serio è quasi una tara, oggi che molti calciatori hanno più tatuaggi che idee, oggi che Luca Di Bartolomei mi manda le bozze del libro che ridà voce a suo padre, oggi mi arriva addosso una grande nostalgia (che mi tengo) con qualche pensiero che non mi tengo, e scrivo.

Sul desiderio del figlio di ridare, dopo tanti anni, voce al padre, non mi esprimo. Uno psicologo potrebbe farlo molto meglio di me. O qualcuno che abbia, tanto per citare Gadda, una cognizione del dolore profonda e comunque condivisa. Vorrei parlare della serietà nel calcio. Agostino Di Bartolomei era un calciatore serio, un vero professionista, e una persona seria. Non era isolato, ma in minoranza.

Jesse Owens e Lutz Long, all’ombra dell’olimpiade di Hitler

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Questo pezzo è uscito sul numero 200 di scarp de’ tenis: ringraziamo l’autore e la testata (fonte immagine).

Il ragazzo bianco e il ragazzo nero si vedono per la prima volta la mattina del 4 agosto 1936. Stadio di Berlino, qualificazione per la finale del lungo. Tutt’e due hanno 23 anni.

Il ragazzo nero, Jesse Owens, il giorno prima ha vinto la finale dei 100 metri, è già un idolo del pubblico. È la Germania di Hitler, ma non tutti allo stadio sono nazisti. È l’Olimpiade di Hitler. Molti Paesi hanno deciso di boicottarla. Barcellona organizza le controlimpiadi ma tutto salta con lo scoppio della guerra civile.

Anche negli Usa un forte movimento popolare ha chiesto il boicottaggio, essendo già chiari i connotati antisemiti e razzisti della politica tedesca, ma Avery Brundage, presidente del comitato olimpico Usa e uomo di estrema destra, ha dato ampie assicurazioni: a Berlino non ci saranno discriminazioni. Però gli atleti neri sono solo 10.  Owens era obbligatorio portarlo a Berlino perché in meno di due ore, nel ’35 ad Ann Arbour, aveva stabilito 4 record mondiali: 100 yarde, 220 yarde piane e a ostacoli, lungo (con 8.13).

“Io sono un messaggero”. Storia di Arthur Ashe

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Questo articolo è uscito su Scarp de’ tenis, che vi invitiamo a leggere e ringraziamo (fonte immagine).

Samuel Ashe si chiamava il primo governatore della Virginia, il cognome passò a un suo schiavo, di nome Arthur, e al figlio dello schiavo, di nome Arthur, e al figlio del figlio, di nome Arthur Robert Ashe. Che diventò un grandissimo tennista, oltre che un assiduo difensore dei diritti civili. Morì ancora giovane, a 50 anni, di Aids, infettato da una trasfusione di sangue necessaria durante un intervento chirurgico al cuore.

La fuga di Filippo Simeoni che affondò Lance Armstrong

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Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

Il 23 luglio 2004 al Tour si corre una tappa, la diciottesima, che sembra di puro trasferimento. Montagna dura il giorno prima, cronometro impegnativa il giorno dopo. I campioni si risparmiano. Gli altri, chi vuole e chi può, cercano la fuga buona. Probabile che il gruppo non vada in caccia. Una vittoria al Tour vale come minimo un rinnovo di contratto, e poi si entra nell’albo d’oro. Non è soddisfazione da poco. Si va da Annemasse a Lons-le-Saunier, 166 chilometri. Dopo una trentina  parte una fuga che può essere quella buona. Sono in sei: Flecha, Fofonov, Mercado, Joly, Garcia Acosta e Lotz. Quando il loro vantaggio è di un minuto dal gruppo esce una maglia bianconera, della Domina Vacanze, numero 198. È Filippo Simeoni che ci riprova.

Gianni Brera, il padano globale

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Da qualche giorno è in libreria “I cantaglorie. Una storia calda e ribalda della stampa sportiva” (66thand2nd), di Gian Paolo Ormezzano. Il libro contiene brevi ritratti di alcune tra le più illustri firme del giornalismo sportivo, da Sandro Ciotti a Candido Cannavò, fino a Mario Sconcerti e Gianni Mura. Pubblichiamo qui la voce dedicata a Gianni Brera, ringraziando l’editore.

di Gian Paolo Ormezzano

Non aveva mai stimato Bearzot, ovviamente. E adesso quel commissario tecnico gli aveva vinto un Mundial, quello dell’82. Tornavo con lui, Gianni Brera, dalla Spagna. Volo Madrid-Linate, non è ancora tempo di Schengen: c’è la frontiera, dove ci aspetta un doganiere in borghese, riconoscibile dal cartellino al collo. Gianni e io stiamo procedendo affiancati e parliamo ovviamente di vini, unico territorio di conversazione nel quale lui ammetteva una leggerissima superiorità dei piemontesi (Langhe, Monferrato, Astigiano) sui lombardi (vigneti delle sue sublimi colline pavesi). Il doganiere lo riconosce e gli getta le braccia al collo urlando: «Gianni, siamo forti!». Lui lo scosta, lo guarda gelido, gli dice: «Dietro i forti vanno a cagare i soldati». Il doganiere si ritrae di botto, come fulminato, noi due procediamo. Imbarazzatissimo gli dico: «Quel poveretto aspettava da anni di incontrarti, gli è accaduto all’indomani di un fatto che ha reso felici tutti gli italiani, e tu lo tratti in quel modo?». Replica lo stesso guardo di pochi istanti prima e dice: «Se la pensi così, ti mando a fare in culo con lui».

A Gianni Mura, per i suoi primi 70 anni

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Oggi, 9 ottobre, Gianni Mura compie 70 anni. Pubblichiamo per l’occasione l’intervista concessa a Malcom Pagani per il Fatto Quotidiano in occasione dell’uscita del suo ultimo libro. Festeggiamo e ringraziamo un grande maestro di giornalismo e scrittura e un grande amico di minima&moralia.

Gianni Mura: ciò che so dell’amicizia l’ho imparato a tavola.

di Malcom Pagani

A 69 anni, tra un’ammissione e l’altra: “Non so cucinarmi neanche due uova, ma il naso mi permette di salvarmi. È nelle zone impervie che si vede il vero rabdomante” Gianni Mura si è impegnato a ricordare. I ristoranti di ieri, quelli di oggi e anche certi antichi gruppi figli della passione per sigle, anagrammi e crociate che alla lancia, preferivano la forchetta: “Fondai per gioco il GRAS, il gruppo resistenza anti sushi. Amo il Kebap, non sono un purista e non ho niente contro il cibo giapponese. Il sospetto mi viene quando anche il pizzaiolo che mai avrebbe pensato di offrire crudo si inventa teorico de ll’Ikizukuri su mandato degli art director o delle fotomodelle ”. Da oppositore senza cartelli delle mode, Mura ha scritto un libro in cui raduna ostriche, bettole e memorie. Si intitola Non c’è gusto e il sapore è quello dello della nostalgia: “Cerco di combatterla, ma c’è. Per le persone e per un modo di stare insieme ormai scomparso”.