La sorte di Ivan Illich: inventario dopo la catastrofe. Un dialogo tra Leonardo Caffo e Raffaele Alberto Ventura

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Raffaele Alberto Ventura

Caro Leonardo, io inizierei con una domanda: perché noi due ci troviamo qui a dialogare su Ivan Illich? Vogliamo riesumare un autore passato di moda, un ferrovecchio della controcultura degli anni Settanta, oppure al contrario ci accingiamo a salire sul carro di coloro che oggi ancora ne celebrano il culto? Personalmente se penso all’uso che del suo pensiero fanno i sostenitori della “decrescita serena”, mi vengono i brividi. E capisco che, alla luce di questa tradizione interpretativa, per molti Illich sia semplicemente una specie di santone hippie chic che predicava l’austerità e il ritorno alle tradizioni. Si inizia con la convivialità e si finisce a tavola con Carlo Petrini! O nella migliore delle ipotesi, a fare le biciclettate collettive con i ragazzi di Critical Mass.

Clément e il genio naturale

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Questo pezzo è uscito sul Sole 24 Ore. (Fonte immagine)

Leggere i libri di Gilles Clément vuol dire seguire la traccia di un breviario laico che un volume dopo l’altro si va via via componendo. Vuol dire fare esperienza dello spazio, del tempo, del politico e del metafisico per via botanica. Leggere di che cos’è un giardino, di chi è un giardiniere, e scoprire quali e quante quote di complessità sono ininterrottamente disponibili in ogni fenomeno (botanico animale umano culturale) al quale siamo disposti a prestare attenzione. Leggere i libri di Clément vuol dire anche confrontarsi con una ben precisa propensione etica, quella che si esprime nell’esigenza, rinnovata a ogni libro, di definire precisamente il contesto che ha scelto come oggetto della sua riflessione (perché «ciò che ha un nome esiste, ciò che non ha un nome non esiste»). Per il saggista francese ogni singolo termine che contribuisce a questa definizione è in sé sensibile e non può mai essere dato definitivamente per acquisito.