Contro la normalizzazione dell’insolito. Sulle orme di Robert Walser

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di Alice Pisu

Natale 1956, Herisau, Svizzera orientale. Una foto immortala il corpo disteso sulla neve di Robert Walser. Sono i suoi utimi passi verso il bianco, dopo oltre vent’anni “inchiodato dai suoi doveri quotidiani” nella casa di cura dell’Appenzell Ausserrhoden. Quello trascorso prima a Waldau poi a Herisau, è un tempo segnato dalla totale chiusura nel silenzio e dall’abbandono della scrittura in mancanza della condizione fondamentale di libertà per esprimerla. L’autore de I fratelli Tanner amato da Musil e Kafka, sarà conosciuto in Italia solo dal 1961, con l’uscita di Una cena elegante, a cura di Aloisio Rendi, a cui sarebbe seguito L’assistente e quasi dieci anni dopo Jakob von Gunten, La passeggiata, I temi di Fritz Kocher.

Tra la vasta produzione in ricordo dello scrittore svizzero, dai ritratti di Winfried Georg Sebald in Soggiorno in una casa di campagna, alle riflessioni di Walter Benjamin sino alle Passeggiate con Robert Walser di Carl Seeling e agli appunti di Elias Canetti in Un regno di matite, spicca l’omaggio di Paolo Miorandi, Verso il bianco, Exorma, come contributo significativo nel riconsegnare centralità a uno dei massimi autori in lingua tedesca del Novecento, rimasto a lungo in ombra.  Un viaggio sulle orme di Walser che parte proprio dalle tracce sulla neve: gli ultimi sette passi richiamati, anche nella struttura, da sette capitoli che non si limitano a dare forma a un omaggio, ma intendono porsi come l’esito di un’esplorazione anzitutto fisica dei luoghi di Walser, oltre che letteraria, nel fitto tessuto reso nella sovrapposizione della voce dell’autore-guida con quella di quanti, da Peter Bichsel a Fleur Jaeggy, avrebbero contribuito a ricordarlo.

Rogitare anziché investire in cultura a Roma (e altrove). La miseria dei privati ricchi.

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Da qualche giorno Repubblica Roma dedica molte delle sue pagine alla situazione della cultura nella capitale. Non sono pezzi teneri. Interpellato sull’argomento, ho ritenuto di dover parlare per una volta tanto dei privati. Quello che scrivo per Roma credo valga per molti altri luoghi d’Italia. Almeno nell’editoria, la sproporzione tra gli abbienti sensibili alla cultura e i reali investitori mi sembra penosa. Ho anche elaborato un mio personalissimo parametro di frequentabilità. Chiunque abbia un reddito annuale superiore ai 100mila euro (al netto delle tasse) e/o un patrimonio (immobili inclusi) superiore ai 2 milioni di euro e si lamenti dello sfascio culturale italiano senza aver investito denari o magari dissipato somme considerevoli sull’altare della causa, non mi si avvicini per le lamentazioni di rito a meno che proprio non mi voglia male e non abbia altri obiettivi nella vita. Se progressista, non si avvicini per le suddette lamentazioni a meno che non voglia male anche a se stesso.

Difficile negare che negli ultimi anni Roma abbia perso posizioni anche sul piano della sua importanza culturale. Mi limito ad analizzare il fenomeno guardando al settore che conosco meglio, editoria e letteratura. Da questo punto di vista la città sconta un paradosso. Da una parte, a livello di iniziative spontanee, c’è grande vitalità. Librerie indipendenti che organizzano serate a tema. Riviste. Reading. Associazioni culturali. Dall’altra, mancano contenitori di peso che tesaurizzino e moltiplichino le energie in circolo. Avere buoni muscoli ma niente biciclette. Ottimi piloti e niente motori.