Giobbe alla grande guerra. Il nuovo film di Ermanno Olmi

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Pubblichiamo un articolo di Alessandro Zaccuri su Torneranno i prati, il nuovo film di Ermanno Olmi (nelle sale dal 6 novembre), uscito su Avvenire. Ringraziamo l’autore e la testata  (nella foto, Claudia Santamaria in una scena del film. Fonte immagine)

di Alessandro Zaccuri

Anche nel Mestiere delle armi c’era una trincea. Era quella verso la quale nel 1526 cavalcava spavaldo Giovanni dalle Bande Nere prima di essere raggiunto alla gamba da un colpo di cannone. La ferita,  l’infezione, la morte e infine l’auspicanza, puntualmente registrata da Pietro Aretino, «affinché mai più venisse usata contro l’uomo la potente arma da fuoco». Nobile proposito, ma purtroppo nobilmente inutile. Per il suo nuovo film, che arriva a tredici anni di distanza dal Mestiere delle armi  (in mezzo ci sono stati Cantando dietro i paraventi, Centochiodi, Il villaggio di cartone), Ermanno Olmi sceglie un’altra guerra, un’altra trincea. Dalla quale, questa volta, lo spettatore non esce mai, prigioniero della notte e della paura come il Delirante, il Soldato Topino, il Dimenticato e gli altri militari senza nome protagonisti di Torneranno i prati, nelle sale da giovedì 6 novembre. Un film contro la guerra, certo, come Il mestiere delle armi, e anche un apologo sul perdono, come già Cantando dietro i paraventi.

La crisi a teatro secondo Fausto Paravidino

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Questo pezzo è uscito sul numero di aprile dei Quaderni del Teatro di Roma. (Foto: Ilaria Scarpa.)

“Crisi” è una delle parole più frequentate dalla politica e dall’arte nell’ultimo quinquennio. E anche se a tutti noi è chiaro il contorno di questa parola, le sue coordinate economiche e i suoi effetti possibili sul futuro, quello che ancora è immerso nella nebbia è la sua sostanza, il modo cioè in cui i numeri della crisi si traducono nell’incandescente materia della vita, né intaccano le abitudini e le sicurezze e a poco a poco trasformano le relazioni, gli affetti, le dinamiche sociali e lavorative. Per questo Fausto Paravidino ha scelto di partire da questa parola per avviare il suo laboratorio di drammaturgia, che si sta tenendo in più fasi al Teatro Valle Occupato nel corso di questa stagione.

«Abbiamo scelto di partire dalla ‘Crisi’ perché ci sembrava un tema unificante – spiega Paravidino – Per due motivi: da un lato è un tema all’interno del quale tutti quanti si possono riconoscere, perché è quello che stiamo vivendo tutti. Dall’altro parlare di crisi significa parlare di teatro: una commedia inizia quando un ordine entra in crisi».