Tra la memoria e i ricordi: “Il salto” di Sarah Manguso

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di Giacomo Giossi

Quando Harris scompare, scompare per dieci ore. Quando Harris muore, lo fa uccidendosi, lo fa schiantandosi contro il treno in corsa della metropolitana. La storia finisce qui, anzi a dire il vero nemmeno ha da cominciare, quello che resta della storia, i brandelli di un discorso interrotto tra Harris e gli amici diviene il reale protagonista di un libro intenso privo di retorica e alcun ammiccamento verso il dramma o la tragedia.

Punto d’ombra: le fotografie di Teju Cole

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(le immagini sono tratte dal libro: ringraziamo la casa editrice Contrasto)

«Una mattina del 2011 mi sono svegliato, dopo aver letto la sera prima Virginia Woolf, ma non sto dando la colpa a lei, e non ci vedevo dall’occhio sinistro. Raggiungo il lavandino, mi sciacquo, non mi faceva male però non ci vedevo. Dopo due giorni la visione è tornata. Il responso di accurati consulti medici è stato: “Boh, però se ne andrà”. La chiamano sindrome della grande macchia cieca, della quale non si conosce la causa e può ripresentarsi. La relazione con il mio lavoro è segnata, influenzata anche dal fatto che potrei svegliarmi la mattina e non vederci da un occhio», racconta Teju Cole.

Lo scrittore d’origine nigeriana, classe 1975, fotografo e critico per il New York Times, una delle voci più interessanti della letteratura e delle arti d’oltreoceano che, dopo l’esordio brillante di Ogni giorno è per il ladro, un ritorno politico alle proprie origini, ha stregato la critica e i lettori su scala mondiale con il libro bellissimo Città aperta non abbandona mai l’urgenza di assecondare la propria sensibilità visiva. Cole tira fuori dalla propria borsa la macchina fotografica, che l’ha già accompagnato in trenta paesi, lì sempre alla ricerca della prossima immagine da scattare quasi a curare l’ossessione per il vedere. Dopo un passaggio romano per il Festival Letterature, l’autore ha raggiunto il Sud Italia e poi approderà a Malta.

Le cose che restano, il primo romanzo di Jenny Offill

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(fonte immagine)

In italiano si dice codice crepuscolo: è la traduzione più fedele a violet hour, l’ora in cui il cielo si avvicina alla notte, ma la luce resiste ancora; è il modo in cui si definisce l’ora in cui sei chiamato a affrontare la morte e i confini incerti di una scomparsa, il buco nero in cui le cose vengono risucchiate. Le cose che restano, il debutto di Jenny Offill, scritto nel 1999 e tradotto adesso da una magnifica Gioia Guerzoni inizia così: con una madre che racconta di quando una volta non esisteva il buio assoluto e una bambina che sa che sta parlando di morte e che, forse, non arrendersi all’oscurità è un modo come un altro per tenere tutto, non dimenticare niente.

La luce (e l’ombra) nello sguardo di Teju Cole

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Questo pomeriggio al Maxxi (ore 18.30), Teju Cole presenterà il suo nuovo libro Punto d’ombra, insieme a Goffredo Fofi. Domani lo scrittore sarà invece a Milano, negli spazi di Forma Meravigli, dove verrà inaugurata una mostra che rimarrà aperta fino al 29 giugno. Il pezzo che segue è uscito sul Venerdì (fonte immagine).

Il paradiso degli animali di David James Poissant

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo. (Immagine: Pannello in opus sectile con tigre che assale un vitello, Musei Capitolini)

Il paradiso degli animali, prima raccolta di racconti di David James Poissant, americano, deve il suo titolo a un’omonima poesia di James L. Dickey. Riportata in calce all’edizione italiana del libro – tradotto con grande efficacia da Gioia Guerzoni per NNEditore – la poesia si chiude così: “Sotto l’albero/cadono/sconfitti/si rialzano/si rimettono in cammino”.