Quello che accade ai nostri corpi: “Ipotesi di una sconfitta” di Giorgio Falco

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I corpi, la luce, le voci. A partire da Pausa caffè, il suo esordio del 2004 – dove raccontava il deflagrare del lavoro a cavallo tra il ventesimo secolo e il principio del nuovo millennio –, l’ossessione letteraria di Giorgio Falco continua a essere, coerente e inesorabile, l’avventura della materia umana alle prese con le metamorfosi della Storia.

Capace come pochi di concentrarsi sui fenomeni più minuti e di trasformarli in linguaggio, per Falco narrare è descrivere che cosa accade ai nostri organismi esposti ai paradossi e alle deformazioni del tempo, che cosa accade alla nostra pelle, agli occhi, alle bocche, agli arti, ai muscoli ai tessuti; che cosa accade allo spazio fisico in relazione alle merci e al denaro, che cosa accade al lavoro, osservato – attraverso una specie di incanto analitico – nei suoi più infinitesimali meccanismi.

Annotare la vita: su “Andanza” di Sarah Manguso

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Questo pezzo è apparso su Repubblica, che ringraziamo.

«Potevo attribuirmi un ricordo anche senza accedervi con il linguaggio?» Vale a dire: che cosa succede al tempo, sia esso il presente o il passato, se le parole non gli danno scheletro e forma, se la scrittura non evidenzia e trattiene ciò che è accaduto, arrivando addirittura a inverarlo?

Sono le domande che scorrono in filigrana in chi, affidandosi alla pratica quotidiana del diario, si ritrova a pensare che fin quando i cosiddetti fatti non si materializzano in frasi potrebbero anche non essere reali, addirittura potrebbero non essere accaduti davvero.

“Anatomia di un giocatore d’azzardo” di Jonathan Lethem

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Il protagonista di Berlin Alexanderplatz, il romanzo di Alfred Döblin del 1929, è un uomo che perde i pezzi. Per raccontare la Repubblica di Weimar, Döblin congegna il suo capolavoro come un dispositivo di decostruzione, se non di demolizione, del corpo e delle ambizioni del suo personaggio principale. Analogamente, una novantina d’anni dopo, in Anatomia di un giocatore d’azzardo (La nave di Teseo, traduzione di Andrea Silvestri) Jonathan Lethem si accanisce, affettuoso e ironico, su Bruno Alexander, per professione e vocazione giocatore di backgammon. Da un lato sbriciolandone l’esistenza tra Asia, Stati Uniti ed Europa (e dunque disorientandolo in modo radicale), dall’altro mettendolo a confronto con un’anomalia ottica che si trasformerà da limite in occasione di conoscenza.

Aldo Moro e una certa letteratura

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Dal nostro archivio, un approfondimento di Vanessa Roghi apparso su minima&moralia il 18 marzo 2013.

A trentacinque anni dal 16 marzo del 1978, una rilettura dell’iconografia dell’Affaire Moro da Leonardo Sciascia a Giorgio Vasta.

Moro e la sua vicenda sembrano generati da una certa letteratura.
L. Sciascia, L’affaire Moro, p. 479.

È incredibile a qual punto sia giunta la confusione delle lingue.
Aldo Moro lettera a Eleonora Moro, 8 aprile 1978.

La rappresentazione della storia da parte del cinema è spesso fondata su un immaginario autoreferenziale, i film si citano a vicenda, o rimandano a fonti audiovisive di tipo documentario, a fotografie, a dipinti, elementi visibili. Questo succede per ogni periodo storico ma nessun decennio come gli anni Settanta risente di un’iconografia standardizzata che spesso diventa stereotipo, luogo comune, banalità.

C’è un evento però, negli anni Settanta, il cui percorso iconografico è stato completamente diverso. Questo evento è il caso Moro. E il racconto cinematografico dei 55 giorni, più che alle fonti visive, deve il suo canone narrativo alla letteratura, una letteratura che fino alla pubblicazione del romanzo di Giorgio Vasta, Il tempo materiale, non ha mai osato discostarsi dal solco tracciato da due giganti tanti anni fa. Dal 1978, per essere precisi.

Pelle

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Se dovessi scegliere un verbo per descrivere quello che la pelle fa sempre, da sempre, sceglierei il verbo accadere. La pelle accade. Questo suo elementare superficialissimo abissale accadere è intrinsecamente un trauma con il quale ognuno di noi cerca di convivere. La pelle è un trauma perché nel confinare subito oltre la propria pellicola tutto il resto del mondo è anche l’organo dello sconfinamento, lo strumento attraverso il quale imploriamo il mondo di invaderci. Dunque, in quanto strutturalmente lamina che distingue e separa, crinale tra il nostro organismo e tutto ciò che nostro organismo non è, la pelle è crisi, è critica sensoriale, è scudo e preghiera, una membrana sulla quale concentriamo percezione conoscenza e affettività.

Quando i padri scrivono ai figli

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Questo articolo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Se per Lord Chesterfield a metà ’700 il padre è chi scrive lettere al figlio per chiarirgli quali comportamenti adottare in società, è sempre per via epistolare che durante la detenzione Antonio Gramsci raccomanda ai figli lontani di mangiare con appetito e studiare con profitto, facendo di nuovo coincidere paternità e scrittura.

Una paternità che muta nel tempo la sua sostanza: da visione del mondo salda e tetragona diventa sempre più vaga e fugace (dunque sempre più umana). Così che a inizio ’900 Kafka immagina un padre che provando a tagliare una forma di pane con un coltello non riesce neppure a intaccare la crosta: «Non è più strano che una cosa riesca anziché che non riesca?», domanda ai figli perplessi.

La voce delle pietre. L’ultimo romanzo di Claudio Morandini

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Pubblichiamo un pezzo apparso su Robinson, che ringraziamo.

Sono bizzose, imprevedibili se non del tutto arbitrarie; sono emotive, a volte tragiche ma più che altro ironiche, permalosissime e vendicative, letteralmente erratiche: e ancora sono stupide eppure strategiche, testarde e indifferenti: sono funeste, sono fatali. Quelle che sembrano le qualità di personaggi in carne e ossa, magari di un contemporaneo manipolo di erinni impegnate a perseguitare secondo capriccio una stirpe sciagurata, sono invece gli attributi di un plotone di sassi e sassolini, ghiaia e macigni, selci e rocce: organismi solo in teoria inanimati (dominati in realtà da un moto febbrile) che nell’ultimo libro di Claudio Morandini, Le pietre (Exòrma Edizioni), coincidono con una moltitudine di demoni frantumati che all’improvviso stravolgono l’esistenza di una comunità montana – dislocata tra Sostigno, a valle, e Testagno, a monte – fin lì condannata a vivere in una specie di tradizionale innocenza; solo l’irruzione delle pietre muterà la percezione delle cose spingendo i singoli e la collettività intera a fare i conti con il male (sebbene sempre d’ordine tragicomico).

Reperti, tracce, frammenti: ritratti d’artista

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Potremmo chiamarli libri-pollicino. Vale a dire quei libri che, così come il protagonista della fiaba dei Grimm segue la traccia dei sassolini per ritrovare la via di casa, si affidano a una serie di frammenti per individuare un percorso e dare forma a un disegno. Programmaticamente frammentario è il modo in cui ha proceduto Reiner Stach in Questo è Kafka? (Adelphi, traduzione di Silvia Dimarco e Roberto Cazzola).

Lavorando per oltre un decennio alla biografia dello scrittore praghese (uscita in Germania in tre volumi), Stach ha fissato 99 reperti – foto, appunti, testi di canzoni, stralci da lettere e diari –, ognuno dei quali introduce a una situazione o descrive un legame, lascia affiorare una sfumatura del temperamento, qualcosa che il setaccio biografico tradizionale non intercetta. Ne viene fuori un ritratto composto da materiali minuti, un combinarsi di elementi irrilevanti che restituiscono una percezione di Kafka radicalmente terrestre.

Vita di nullo, un racconto eroicomico

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

In Canzone quasi d’amore Francesco Guccini descrive quell’esperienza diffusa e insieme individuale che è «il vivere in provincia» attraverso l’oscillazione tra due poli che sono «la grazia o il tedio a morte»; prima ancora, per il Federico Fellini di Amarcord e I vitelloni la provincia è il luogo della vitalità e delle brume, degli impulsi incoercibili proprio malgrado trattenuti, delle attese e delle procrastinazioni: la piattaforma immobile da cui lo sguardo si allunga malinconico fino a oltre l’orizzonte a cercare qualcosa che non trova mai.

La fine dei vandalismi: la storia minima di Tom Drury

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Questo pezzo è uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Negli Stati Uniti la parola «contea» descrive tanto un territorio concreto quanto un livello amministrativo intermedio tra lo Stato e i comuni. La contea è però anche un contesto narrativo. Che coincida con un luogo reale o del tutto immaginario, quella nordamericana – dalla Madison County di Robert James Waller (e poi di Clint Eastwood) all’eternamente impronunciabile Yoknapatawpha di William Faulkner (e volendo potremmo annettere anche la Winesburg di Sherwood Anderson e la Spoon River di Edgar Lee Masters) – è uno spaziotempo concluso e insieme poroso, una regione drammaturgica che assorbe materiali da ciò che la circonda rielaborandoli in chiave letteraria.