Se le vite immaginate spiegano quelle reali

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (La foto è di Ron Haviv)

Uno degli scatti più noti del fotografo americano Ron Haviv ritrae un soldato della Guardia volontaria serba mentre sferra un calcio al cadavere di un civile musulmano. Colpendo, il militare tiene serenamente una sigaretta tra le dita della mano – il polso piegato, la postura nel complesso indolente. Ciò che di quell’immagine sconvolge è la coesistenza di segni inconciliabili: la violenza e l’ordinarietà, il furore e il quotidiano.

Il libro delle mie vite di Aleksandar Hemon (Einaudi, traduzione di Maurizia Balmelli) è l’illustrazione tenerissima e spietata di come questa coesistenza di opposti – insostenibile eppure inevitabile – non riguarda una singola foto: è tout court la struttura in cui viviamo. Nelle nostre esistenze convivono (spesso inestricabilmente connessi) elementi discordanti che mettono di continuo alla prova la nostra capacità di comprensione, costringendoci a un ininterrotto stupore.

Le narrazioni di Milano

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Carlo Orsi)

Ogni spazio è neutro, ogni origine è irrilevante. Poi arriva la scrittura che conferendo allo spazio una forma linguistica altera la neutralità, contrasta l’irrilevanza. A quel punto, quando lo spazio diventa oggetto di una narrazione, ciò che era neutro diventa emblematico (se non sintomatico), ciò che era irrilevante si fa significativo.

Dunque non c’è nulla di dato: a decidere la forza di un’origine, la sua capacità di descrivere il mondo, è l’intensità della lingua e dell’immaginazione narrativa. Ogni scrittore decide che di volta in volta Parigi, Londra, Dublino, Praga, oppure Roma, Torino, Napoli e ancora Malo, Newark e Yoknapatawpha possono essere – sono – luoghi critici attraverso i quali provare a comprendere le cose, gli epicentri di un discorso che muove dalla dimensione locale e contingente per trascenderla dando forma a un discorso che abbia come proprio oggetto non più lo spazio (o il tempo) bensì l’umano tout court.

Se lo “zio” Hitler si innamora della cassiera di una rosticceria

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Questo pezzo è uscito in versione ridotta su la Repubblica.

Esiste una pratica letteraria, non formalizzata e non canonica, che potremmo chiamare congedo. È un regolamento di conti – necessariamente provvisorio – con le figure nodali della propria vita. Il combustibile del congedo è un sentimento tanto perentorio quanto elusivo, violentissimo e struggente. Uno stato d’animo che può manifestarsi nella forma della nostalgia, del rimpianto più nero, persino della rabbia davanti all’irreversibilità degli eventi. Perché con il sentire la mancanza è difficile venire a patti. Sentire la mancanza scorre capillare sottopelle, informa di sé ogni pensiero: arriva a essere la filigrana di ogni percezione.

Delirio linguistico dell’uomo che odiava sua madre

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Modigliani)

Tra lutto e scrittura esiste un legame naturale. Un tentativo di compensazione, in forma di parole, di ciò che abbiamo perduto. Ma non solo. Questo legame può assumere un aspetto ancora più sorprendente. La scrittura desidera il lutto tanto quanto il lutto trova nella scrittura la sua manifestazione più vitale (desiderante, potremmo dire). Nel senso che la scrittura dà la parola a un sentimento che diversamente rimarrebbe laconico; al contempo il lutto, proprio per la sua costitutiva indicibilità è l’agone con cui ogni scrittura desidera cimentarsi.

Da Breve come un sospiro di Anne Philipe a Giorni contati di Lucio Klobas, da Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest fino a Dove lei non è di Roland Barthes e al Diario di un dolore di C.S. Lewis, la letteratura ha raccontato l’esperienza della perdita spesso riducendo al minimo l’impalcatura della finzione a vantaggio di una cronaca minuta della fine. Il denominatore comune di queste scritture – ciò che le accomuna al di là delle differenze stilistiche – è nella maggior parte dei casi lo struggimento sentimentale.

Padri e figli secondo Ota Pavel

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Fernand Léger)

In un suo frammento Franz Kafka immagina un padre che al cospetto dei figli cerca di tagliare con un coltello una forma di pane, solo che la lama non riesce neppure a scalfire la crosta; mentre l’uomo si ostina e i figli lo guardano sempre più imbarazzati, si impone una specie di disperazione tragicomica. Nella sua incapacità – nel fare dell’inadeguatezza a compiti ordinari una regola – il personaggio immaginato da Kafka risalta come l’emblema di che cosa può voler dire essere padre nella contemporaneità.

Un’incarnazione splendidamente commovente di questa paternità – maldestra, inadatta, magnifica – è raccontata in La morte dei caprioli belli (Keller editore, traduzione di Barbara Zane). L’autore, Ota Pavel, praghese come Kafka, nasce nel 1930 e muore nel 1973. I testi che compongono il libro – racconti che si connettono a formare un vero e proprio romanzo – sono descrizioni di un piccolo mondo accampato tra la città e la campagna e attraversato da figure dominate dalla medesima sostanza narrativa (stralunata e inventiva, argutamente ingenua) che sembra originare dal Buon soldato Sc’vèik di Jaroslav Hašek.

Breve storia della dignità

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica.

Partiamo da quello che potrebbe apparire un paradosso: «Laddove Giovanni Paolo II riteneva che la dignità richiedesse l’inviolabilità della vita umana, dal concepimento alla cessazione naturale di tutte le funzioni vitali, la famosa organizzazione svizzera Dignitas aiuta a porre fine alla propria esistenza tutti coloro che desiderano “morire con dignità”».

E ancora: se il concetto di dignità è cruciale tanto nella Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 quanto nella Legge fondamentale della Repubblica Federale di Germania del 1949, nel 2006 il presidente iraniano Ahmadinejad si rivolse ad Angela Merkel sostenendo che «è responsabilità comune di tutte le persone che hanno fede in Dio difendere il valore e la dignità umana».

Rossori letterari

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica.

Ordiniamo a qualcuno di arrossire. Presumibilmente – dopo una serie di sforzi per indursi disagio, una declinazione del metodo Stanislavskij focalizzato sulla vergogna – l’esito sarà nullo. Forse con un po’ d’impegno si arriverà a simulare, nella postura, l’imbarazzo (sguardo in basso, la punta delle dita contro le labbra), ma guance e fronte permarranno intatte.

Il rossore si sottrae all’ordine. Perché, appunto, non può essere suscitato da un comando, ma anche nel senso che coincide con un disordine del corpo, con una sua piccola impalpabile insubordinazione. Il rossore è l’irruzione improvvisa, sulla superficie somatica, di uno stato d’animo che non si è in grado di disciplinare: l’ammutinamento più lieve e silenzioso che i nostri corpi siano in grado di generare.

Bibliografia delle pulci

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Questo pezzo è uscito in versione ridotta su Repubblica. (Immagine: Waste Not, l’installazione dell’artista cinese Song Dong. Fonte immagine.)

Essere sonnambuli.

Non per le stanze di una casa ma all’estremità nord di una città, in una radura di settantamila metri quadri circondata dal ribollire della periferia. Vagare tra vicoli assediati da una moltiplicazione di forme, in un’emorragia di cose che sgorga da ogni bottega. Nel dormiveglia distinguere la giacca di un torero bambino, un ritratto di Platini che supera un avversario in dribbling, vecchi numeri di Paris Star e di Noir et Blanc, un lettore di diapositive Gaumont che somiglia al wall-e della Pixar, centinaia di automobiline parcheggiate dentro un cabarè per dolci. Avere la vaga certezza che tutto, lì e altrove, sia in vendita. Tutto acquistabile. Sentirsi sorgere nelle viscere gli impulsi apparentemente opposti all’accumulo e alla dispersione, la coscienza di una fame radicale e l’altrettanto radicale consapevolezza della sua insaziabilità.

Su “L’albero e la vacca” di Adrian Bravi

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(Immagine: Rousseau il Doganiere, Il sogno.)

di Marino Magliani

Adrian Bravi scrive nella nostra  lingua dopo essere nato in Argentina, averci vissuto più di vent’anni e aver pubblicato il suo primo libro in castellano. Scrivere nel castigliano che si parla in Argentina significa farlo in una  lingua incredibile e imprendibile come un’anguilla, che parlano solo loro, dandosi, caso unico, del vos. E’ una lingua che possiede tutte le sfumature possibili per descrivere il flâneur, o, tanto per dire, tutte le gradazioni per qualificare il brocco, intenso come ronzino, e che racconta – scarseggiando da quelle parti le antichità storiche – i luoghi come fossero miti. Da qui la magica Buenos Aires di Borges e quella malinconica di Arlt e la Pampa estrema e gauchesca di Ricardo Güiraldes.

Clément e il genio naturale

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Questo pezzo è uscito sul Sole 24 Ore. (Fonte immagine)

Leggere i libri di Gilles Clément vuol dire seguire la traccia di un breviario laico che un volume dopo l’altro si va via via componendo. Vuol dire fare esperienza dello spazio, del tempo, del politico e del metafisico per via botanica. Leggere di che cos’è un giardino, di chi è un giardiniere, e scoprire quali e quante quote di complessità sono ininterrottamente disponibili in ogni fenomeno (botanico animale umano culturale) al quale siamo disposti a prestare attenzione. Leggere i libri di Clément vuol dire anche confrontarsi con una ben precisa propensione etica, quella che si esprime nell’esigenza, rinnovata a ogni libro, di definire precisamente il contesto che ha scelto come oggetto della sua riflessione (perché «ciò che ha un nome esiste, ciò che non ha un nome non esiste»). Per il saggista francese ogni singolo termine che contribuisce a questa definizione è in sé sensibile e non può mai essere dato definitivamente per acquisito.