Su “Cime abissali” di Aleksandr Zinov’ev

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Questo articolo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Docente di logica presso l’università di Mosca, Aleksandr Zinov’ev fu autore di saggi, poesie e testi scientifici. Il libro in cui concentrò le sue percezioni e le sue ossessioni, un’opera-mondo dove la scrittura dialoga temerariamente con il caos, si intitola Cime abissali, venne pubblicato in Svizzera nel 1977 ed è stato appena riproposto da Adelphi nella traduzione di Gigliola Venturi.

Le vite sbobinate di Alfredo Gianolio

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La sociolinguistica li chiama «semicolti». Sono coloro i quali pur essendo alfabetizzati hanno con la lingua madre un legame saldamente incerto, come se l’esperienza linguistica fosse soprattutto inghippo, trappola, materia fragile sulla quale è pericoloso avventurarsi. Eppure il semicolto, pur riconoscendo che la lingua madre è anche matrigna, non retrocede ma si inoltra nello spazio vacillante della frase.

Vite sbobinate e altre vite di Alfredo Gianolio (Quodlibet) può essere letto come documento storico, sociale, antropologico. A imporsi su ognuna di queste prospettive, e a compendiarle, è l’ottica linguistica: la consapevolezza di trovarsi davanti a un repertorio di voci sbriciolate ed epiche, fertilissime e inconseguenti. Voci «semicolte» che rimandano a corpi, i corpi alle persone, le persone a storie individuali direttamente connesse alla Storia (o meglio dalla Storia spesso stravolte, divelte, tagliate in due).

Albinati, Nori e la didattica della scrittura narrativa

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(fonte immagine)

In una striscia dei Peanuts – a suo modo una piccola lezione di scrittura – Snoopy è alle prese con il suo infinito romanzo. Seduto sul tetto della cuccia, le zampe sulla tastiera della macchina da scrivere, fantastica una serie di situazioni narrative fiammeggianti. Si sente l’immaginazione al lavoro, una fame di scene: quello che non si riesce a capire è come il beagle inventato da Schulz riuscirà a collegare tra loro i diversi nuclei drammaturgici. Un dubbio che presto evolve in tormento e che lo stesso Snoopy rende palese nell’ultima vignetta: «Ho paura di essermi stretto alle corde», pensa.

Gli inesauribili paradossi letterari di Juan José Saer

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

In astratto sembra un’ipotesi improbabile: prendere quella che nelle narrazioni è materia horror, vale a dire l’antropofagia, spogliarla dei suoi elementi raccapriccianti e farne l’occasione per riflettere sull’abisso umano. Eppure si tratta di un’ipotesi fondata, o meglio ancora concretizzata, in un libro sorprendente come L’arcano di Juan José Saer.

Quali maestri?

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Questo pezzo è uscito sul numero di Linus attualmente in edicola.

La domanda nasce come un gioco davanti a una vecchia pubblicità (apparsa su linus nel maggio 1976): chi può spiegarci, oggi,  “perché siamo diventati come siamo”? Chi potremmo metterci al posto di quei tre (Elio Vittorini, Alberto Moravia, Eugenio Montale)? e conduce fatalmente a interrogarsi sull’endemico senso di inferiorità che attraversa il nostro paesaggio culturale. Osservare quegli illustri scrittori prima ancora che uno sforzo d’intelligenza storica, di critica letteraria o militanza culturale, ha tutta l’aria di un esperimento emotivo. Come ci sentiamo, come vogliamo sentirci rispetto al nostro tempo?

Bestiari: una guida ragionevole

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I bestiari sono – o almeno pensiamo siano – una classificazione degli animali. Testi scientifici, presumibilmente oggettivi, utili a ordinare la conoscenza del mondo. Eppure, osservandoli da vicino, sembrano essere soprattutto una grande fantasticheria, l’effetto di un impulso visionario che gioca con la tassonomia di bestie quadrupedi, acquatiche e volatili per mescolare il reale con il favoloso e liberare la nostra capacità d’invenzione. E non solo. Perché immaginare animali plausibilmente implausibili – dallo Snark di Lewis Carroll al sarchiapone di Walter Chiari, dai pescibanana di Salinger al minollo di Massimo Troisi, fino al catoblepa di Plinio il Vecchio e di Borges (nonché di Elio e le Storie Tese) – risponde anche al nostro bisogno di riflettere l’umano nello specchio deformante, e dunque rivelatore, della vita animale.

Padri, figli e la morale del fallimento

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Questo articolo è apparso sul Venerdì di Repubblica.

Ci sono scritture la cui sostanza è riassunta nell’incipit di Congedo dai genitori di Peter Weiss: «Ho cercato spesso di stabilire un colloquio con l’immagine di mio padre e con quella di mia madre, oscillando tra rivolta e sottomissione. Ma mai ho potuto cogliere e capire l’intima natura di queste due sfingi poste a guardia della mia vita».

Che a prevalere siano la rivolta o la sottomissione, il rimpianto o la rabbia, per un figlio il confronto con chi lo ha preceduto è un compito ineludibile. Non per ornarsi orgoglioso o recriminatorio di un albero genealogico, ma perché mettere a fuoco ciò da cui si proviene è utile a raccontarci, in una forma necessariamente traumatica, come siamo fatti.

Vite vere che sembrano fiction

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(nell’immagine lo scultore Rembrandt Bugatti)

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Qualche settimana dopo il suicidio di Rembrandt Bugatti, avvenuto a Parigi l’8 gennaio 1916, Giulio Ulisse Arata, amico dello scultore scomparso, lo ricorda scrivendo che «Bugatti aveva vissuto nella vita come un estraneo». Nel valere da epigrafe di qualcuno che nei trentadue anni della sua esistenza – era nato a Milano nel 1884, fratello di Ettore, il fondatore della casa automobilistica – fu sempre mitemente avulso, queste parole descrivono il complesso di figure su cui Edgardo Franzosini si è concentrato nei suoi libri. Sulla falsariga delle Vite immaginarie di Marcel Schwob, nel tempo Franzosini ha ricostruito – e dunque reinventato – la biografia di colui che fu talmente vampiro al cinema da finire per persuadersi di esserlo davvero (Bela Lugosi), così come l’impresa di chi per trent’anni, a Chartres, foderò le superfici della sua casa con frammenti di stoviglie provenienti dalla discarica di cui era custode (Raymond Isidore e la sua cattedrale). Personaggi davanti ai quali dubitiamo non riuscendo a capire se siano davvero vissuti o se non siano invece straordinari imbrogli letterari.

I digiunatori

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(Immagine: una scena del film Primo amore di Matteo Garrone)

In un’eventuale futura storia del digiuno si dovrebbe distinguere il digiuno involontario, effetto per esempio di una carestia, da quello autoimposto, e in questa seconda macrocategoria sarebbe utile individuare le differenze tra il digiuno anacoretico, quello politico, quello anoressico e quello spettacolare, tenendo conto che a ogni digiuno corrisponde un digiunatore e a ogni digiunatore una ragione.

Oltre il giardino

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Il 14 giugno 1933 nasceva Jerzy Kosinski. Pubblichiamo un estratto dalla prefazione di Giorgio Vasta a Oltre il giardino, edito da minimum fax.

Mr. Magoo indossa un cappotto, una bombetta, cammina appoggiandosi a un bastone da passeggio. Nel cartoon Trouble Indemnity, l’omino calvo e miope inventato nel 1949 da John Hubley se ne va a spasso per un cantiere edile. Procedendo a centinaia di metri d’altezza tra ponteggi e carichi sospesi, su assicelle filiformi o in equilibrio sopra travi mobili, Mr. Magoo è sempre a un passo dal baratro. In questa come in altre sue avventure esiste in bilico, un millimetro prima del vuoto: eppure non cade mai.

Non si tratta di fortuna, di quella casualità nei cartoon sempre puntuale e strategica: Mr. Magoo non precipita perché non ci vede. Perché leggendo il mondo a partire dalla sua quasi completa cecità ignora che subito sotto di lui si spalanca il precipizio (l’unica volta in cui in Trouble Indemnity nulla lo sostiene e cade a piombo – per rimbalzare comunque dolcemente su un asse di legno – neppure in quell’occasione sta precipitando, perché è persuaso di essere in ascensore: sta semplicemente scendendo).