Quando il tuffo in piscina è un capolavoro

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica.

Se ne stanno all’aperto così come nei seminterrati, nelle polisportive o nelle ville nascoste da muri di cinta. Sono depressioni scavate nella terra e foderate di cemento, oppure prefabbricate e sopraelevate, catini di poliestere e metallo collocati nel cortile posteriore di una casetta a schiera. Rettangolari, ovali, a forma di quadrifoglio o di pianoforte, di chitarra o di piede; addirittura, generando un cortocircuito tra morfologia e funzione, di goccia. Nella maggior parte dei casi, se il sole splende o se l’illuminazione indoor è adeguata, generano una tonalità cromatica – un turchese in cui oscillano i pallori del celeste e il vigore intenso dell’azzurro – che non ha equivalenti in natura. È un colore artificiale che si declina in tremolii e in riverberi, in una costellazione di gore disseminate lungo la piastrellatura a quadratini. È lo spettacolo della trasparenza, la liquefazione di un cristallo. Davanti a quel colore magnetico ci rendiamo conto che, per la sua natura di superficie abissale, una piscina è uno spazio di desiderio. In quanto tale convoca percezioni, sollecita racconto.

Discorsi sul metodo – 6: Maylis de Kerangal

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Maylis de Kerangal è nata a Le Havre nel 1967. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Nascita di un ponte (Feltrinelli 2013)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Nei periodi di scrittura intensa quando sono “sotto” scrivo otto ore al giorno anche nove. Nei periodi di “messa in moto” tengo un ritmo più lasso, faccio anche altre cose, lascio che l’idea del libro cresca.
Non ho un limite minimo o massimo di battute, ma la verità è che in una giornata standard se non ho fatto almento tre pagine – nel formato che uso 4500 battute – non sono per niente contenta. Quando poi, dopo 4-5 mesi della suddetta “messa in moto” entro veramente nella produzione del libro, quando, come si dice “il cavallo sente la stalla”, allora devo fare dalle 8000 alle 10‘000 battute al giorno, e ne farei di più, a volte vado avanti anche tutta la notte ma ho imparato anche a interrompere deliberatamente per ripartire più forte il giorno dopo.

Come finisce il libro

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Pubblichiamo un estratto da Come finisce il libro. Contro la falsa democrazia dell’editoria digitale di Alessandro Gazoia (jumpinshark) e vi segnaliamo che oggi Alessandro Gazoia è ospite di Fahrenheit (Radio Tre) alle 14.45 e alle 19.30 presenta il saggio alla libreria Giufà di Roma con Chiara Valerio e Giorgio Vasta. (Fonte immagine)

Ognuno di noi lettori ha la sua personale storia di iniziazione alla lettura: la mia sta dentro una robusta scatola di cartone e un pomeriggio d’estate. Non è illustre e non è memorabile, ma può esser utile per riconsiderare alcune idee intorno al libro, alla promozione della lettura e al digitale conciliato con il cartaceo nella diffusione e fruizione del nostro patrimonio culturale.

Ecco il mio raccontino: alle elementari ero un alunno diligente, desideroso di «fare il mio dovere» – per usare l’espressione cara ai genitori – anche con le prime letture consigliate: quando un libro non mi piace molto (Gian Burrasca) lo finisco ugualmente e quando è bellissimo (Huckleberry Finn) penso che sono stato fortunato e chissà come sarà il prossimo. Quello che m’infastidisce è il dover leggere per piacere: dicono che leggere è bellissimo, un divertimento, una scoperta, quasi una magia, e tolgono ogni scoperta e rovinano buona parte del divertimento assegnandomi, come per magia, i libri. Rispetto l’autorità ma mi sento ingannato: se sono cose che devo fare (e farmele piacere) si dica onestamente che sono «compiti».

Contro il polemismo. Per la critica come mediazione.

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Nelle ultime due settimane si è parlato un bel po’ di narrativa italiana, tra di noi dico. C’è stata un’articolata polemica – molti di voi lo sanno – innescata da un articolo di Franco Cordelli: “La palude degli scrittori”; in cui Cordelli prendeva come bersaglio critico la prosa di due autori che hanno un buon riconoscimento critico come Giorgio Vasta e Giorgio Falco, per poi fare una mappatura molto personale della nuova letteratura italiana, che comprendeva 71 nomi divisi per categorie varie, da vitalisti a novisti, passando per moderati e conservatori.

A Cordelli hanno risposto, sul Corriere della Sera, Gilda Policastro, Paolo Sortino, Raffaella Silvestri, Andrea Di Consoli e Gabriele Pedullà (qui l’ultimo intervento e i link agli altri); su altri luoghi (giornali, blog, facebook) da Luigi Mascheroni a Renato Minore a Andrea Cortellessa a Alfonso Berardinelli a decine di altre persone.

Radiografia di uno spazio inquieto

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Questo articolo è uscito in versione ridotta su la Repubblica.

La abitiamo, ci abita. La pensiamo, ci pensa. La città – quella cosa fatta di suddivisioni e di connessioni (e di molteplici contraddizioni), di strade, piazze, mura, ponti, varchi, porte, case – è fuori di noi, dunque lo spazio che attraversiamo, ed è dentro il nostro sguardo – diottrie, pensiero, sentimento, cultura. Per vocazione impegnata a proteggerci dalle orde assedianti, ha dovuto accettare (e sopportare) che il pericolo è anche endogeno, al punto tale da esserle costitutivo, da corrispondere a una delle sue fondamenta.

Neon City

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Lo scorso ottobre Giorgio Vasta e il fotografo Ramak Fazel (ramakfazel.com) hanno condiviso un viaggio nel Sud Ovest degli Stati Uniti. Questo viaggio diventerà nel prossimo futuro un libro pubblicato da Quodlibet/Humboldt. Quello che segue è un estratto che racconta Il Neon Museum di Las Vegas. Questo pezzo è uscito su la Repubblica.

Las Vegas è puro arbitrio. Città estorta al vuoto, spazio disabitato dove a un certo punto si è preso a costruire. Se la si osserva dall’alto non è che un francobollo di poco meno di trecento chilometri quadrati circondato dalla distesa ferrosa del deserto del Mojave. Villaggio ferroviario a partire dal 1905, ufficialmente riconosciuta come città nel 1911, nel 1931 è legalizzato il gioco d’azzardo e nel 1946 viene inaugurato il primo casinò. Da allora Las Vegas è immagine di una crescita inarrestabile che si esprime in un germogliare di strutture inaudite. Un fenomeno che sembra rivelare un impulso apotropaico: costruire – di tutto, dappertutto, dentro e contro il deserto – serve a sopportare il nulla intorno. Viene in mente quanto scrisse Goffredo Parise all’inizio degli anni Sessanta in Odore d’America descrivendo il vuoto come «endemica malattia americana e dello zelo di chi vorrebbe, ma non può, riempirlo con una storiografia che è soltanto cronografia, cioè ancora una volta consumo». Las Vegas non possiede una storia canonica. Per supplire istericamente a questa mancanza ha radunato in sé gli emblemi della storia altrui – dalla Tour Eiffel alla piramide nera dell’Hotel Luxor, dalla Statua della Libertà alla piazza San Marco di Venezia – trasformandosi in uno spazio allusivo, in un ininterrotto altrove al contempo vitale e disperato.

Giorgio Falco e la gelida microfisica dell’impotenza

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Questo pezzo è uscito su alias/il manifesto.

Nella scrittura di Giorgio Falco c’è qualcosa di fisiologicamente perturbante. Un senso di compressione esercitato dalla scrittura stessa sul nostro sguardo, un incedere della frase che non ha nulla di neutro ma esiste come un vero e proprio contrapporsi allo sguardo medesimo. Quello che Falco, una riga dopo l’altra, riesce a far accadere è una particolare (rarissima) esperienza: in ogni sua pagina il tempo è pressione, percussione, tamburo battente. Fin da Pausa caffè, il suo esordio del 2004 con Sironi (una raccolta di racconti dilagante e autoptica, splendida intuizione editoriale di Giulio Mozzi ai tempi di una collana indispensabile come fu Indicativo Presente), e passando per L’ubicazione del bene, pubblicato nel 2009 da Einaudi Stile Libero (un libro in cui le case sono le declinazioni concrete di un’allucinazione di salvezza), si ha la sensazione che Giorgio Falco sia dominato da una duplice ossessione: da un lato dal bisogno di ricomporre per via letteraria una genesi del contemporaneo, vale a dire di quella cosa che chiamiamo presente; dall’altro dal desiderio di rendere conto nella lingua di ogni microfenomeno umanamente percepibile – gli infrasuoni, l’ultravioletto, le più minuscole increspature dell’esistente. La combinazione di queste due ossessioni genera una scrittura famelica, un impulso linguistico di continuo all’inseguimento delle cose, della loro forma, della materia che le costituisce, di come il tempo in modo naturale le disgrega.

Narrazioni interdette

Luigi Ghirri Lido di Spina (1973)

Questo articolo è stato pubblicato sul n. 18 di Artribune.

Le zone interdette che caratterizzano e costellano il posto in cui abitiamo viviamo lavoriamo non sono solo e semplicemente fisiche (L’Aquila, Taranto, i CIE, la Val di Susa), ma più integralmente psichiche: a essere interdette, proibite, negate sono intere narrazioni, racconti storici, versioni di come sono andate le cose davvero: di come siamo arrivati a questo punto.

(E d’altra parte, il sequestro è il concetto-guida che ci accompagna regolarmente e che ci ossessiona segretamente da più di un trentennio: questo periodo inaugura se stesso con i due fantasmi rimossi che continuano a ritornare, Aldo Moro e Alfredo Rampi, le due figure della costrizione in spazi claustrofobici: una cella che è un interstizio e un pozzo profondo che è un cunicolo percettivo, le due capsule spaziotemporali in cui siamo rinchiusi ancora oggi, da cui stiamo tentando con fatica di uscire.)

Soledad, una voce che fa innamorare tutti

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Questo pezzo è uscito sul Corriere della Sera. (Immagine: Man Ray)

Tutti quelli l’ascoltano si innamorano di lei. Ha il naso piccolo, il taglio degli occhi affilato e la bocca violenta. Secondo chi l’ha conosciuta: «avrebbe sempre amato con disperazione, con una disperazione luminosa e solitaria, da animale in fuga». In prima media, viene condannata al silenzio dal suo professore di musica e per tutta la vita non inciderà mai un disco. Si chiama Soledad ma tutti la chiamano Sole, canta, ed è l’impenetrabile protagonista del nuovo romanzo di Fabio Stassi, Come un respiro interrotto (Sellerio). È talmente difficile definire con precisione chi sia Sole, che Stassi ha escogitato un romanzo corale, in cui ogni persona che l’ha incontrata racconta di lei un episodio o una storia, elementi che insieme si affannano per restituire la complessità di questa seducente artista.

Se la ricerca del lavoro si trasforma in pellegrinaggio linguistico

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All’interno di Mia moglie e io, libro d’esordio di Alessandro Garigliano (LiberAria), una specifica locuzione fa da sintesi dell’intero romanzo. «Vivambulavo distante», constata la voce narrante enfatizzando almeno tre qualità costitutive di uno tra i testi letterari più belli di questi ultimi mesi, un libro col quale prendiamo congedo dal precariato come attualità sociale per leggerlo infine come condizione umana.

Prima di tutto l’immersione del narrato in un tempo verbale iterativo e durativo, l’imperfetto, dentro il quale tutto si astrae. Raccontando la propria vicenda baldanzosa e invereconda – in teoria la ricerca frustrata di un lavoro, in realtà una spericolata peregrinazione linguistica che non desidera approdo – il narratore si comporta come un ragno impazzito che tesse la sua tela solo per imprigionarsi: l’imperfetto è dunque la sostanza linguistica che fa di questo personaggio – al contempo epico e ignobile, immaginifico e inconseguente – il detenuto e il suo carceriere.