Le stelle di Tommaso nel magazzino di Pietro

Idrissa (Blondin Miguel)

di Giacomo Giossi

Esistono luoghi diversi, altri, dentro cui spesso accadono storie imprevedibili, impensabili. Sono luoghi del disordine e dell’accumulo, in cui la densità del caos affronta vis a vis l’imponderabilità del caso. Caos e caso sono due movimenti cari a Giovanni Montanaro e già presenti nel suo precedente romanzo Tutti i colori del mondo (Feltrinelli, 2010), e che in Tommaso sa le stelle (Feltrinelli, 2014) vengono dischiusi dall’autore all’interno di un racconto dolce e disincantato, i cui confini lambiscono l’ordalia contemporanea come un retropalco obbligato al silenzio dalla messa in scena in corso.

Pietro è il custode di un magazzino giudiziario e lì, sulle sponde del Po, trascorre la propria burbera solitudine. Il magazzino è il luogo degli oggetti sottratti e dimenticati, un accumulo della burocrazia utile a togliere l’errore, l’inghippo dal discorso quotidiano. Pietro si occupa di sorvegliarne l’arrivo e di garantirne, come un’attrezzista in un set cinematografico, la disponibilità alla bisogna. Pietro è ai margini del Po come della società, evita incontri e relazioni. Ogni tanto l’arrivo dell’ufficiale giudiziario, ogni tanto un po’ di amore alla bell’e meglio. La sua vita è un’ostinato ascolto del tempo che passa, dei sussurri degli oggetti e degli scricchioli emotivi provenienti dal passato.