Morte di un ragazzo. Federico Aldrovandi, dieci anni dopo

federico

(fonte immagine)

Sono già passati dieci anni dalla morte di Federico Aldrovandi: ripubblichiamo “Ferrara, Italia”, la prefazione di Girolamo De Michele a Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza, graphic novel sul caso Aldrovandi di Checchino Antonini e Alessio Spataro  uscito nel 2009 per minimum fax. 

di Girolamo De Michele

in ricordo di Arnaldo Scotti

Chi entra nel centro di Ferrara deve attraversare una specie di invisibile strettoia, un restringimento della coscienza morale non percepibile ad occhio nudo. Bisogna avere l’occhio buono per i fantasmi del passato e del presente, per vederla: buono come quello di Bassani, che per primo ne indicò un tratto. All’imbocco del corso Martiri della Libertà, tra il Castello e il Teatro, un marciapiede fronteggia i portici. Su quel marciapiede, che corre sotto il fossato del Castello, caddero i fucilati del 15 novembre 1943: lo ricorda una lapide. Il turista che (sempre più di rado, ormai) ha conoscenza del racconto bassaniano Una notte del ‘43, o del film di Florestano Vancini La lunga notte del ‘43, sa di cosa si tratta.

L’inverno del nostro scontento. Un bicchiere mezzo vuoto.

Winter-Is-Coming-Wallpaper-124351

Riprendiamo questo articolo uscito su Uninomade di Girolamo De Michele Non condivido i toni di soddisfazione che mi sembra prevalgano nei commenti alle recenti elezioni. Solo con l’ironia che il Bardo mette in bocca a Riccardo III nell’incipit della tragedia posso convenire che l’inverno del nostro scontento si sia mutato in estate splendente sotto i […]

Caro John Keating, scenda pure dalla cattedra. (Sull’immaginario scolastico nella recente letteratura italiana)

robinwilliams-attimofuggente

Questo articolo è uscito su Orwell, inserto culturale di Pubblico

Dalla forma che prende un tema nelle sue incarnazioni letterarie possiamo giudicare del suo stato di salute sul piano del discorso pubblico? Mentre prosegue ininterrotto lo spinoso dibattito tra antichi e moderni, nella selva oscura dei tagli e delle sempre più labirintiche e scoraggianti vie all’iniziazione professionale degli insegnanti, la letteratura che parla di scuola si riproduce in maniera quasi virale. Impossibile seguire tutte le pubblicazioni accumulatesi in questi anni. Certo sono molte, e di certo possiamo mettere in conto a questi libri una tendenziale mancanza di originalità che spesso, se non conduce alla demagogia (come lamentava Cortellessa su “Tuttolibri” di un paio di settimane fa), misura la frugalità delle ambizioni degli scrittori in questione. Per una preoccupazione molto “corretta” di attualità (e perché questi libri “funzionano”), lo scrittore (che spesso quell’attualità se la vive addosso, essendo anche insegnante) rinuncia a parte del suo ruolo per farsi frettoloso analista, opinionista, cronista. La visionarietà, la libertà di azzardare scenari radicali, ipotesi dissacranti e deformazioni capaci di esplorare i lati più reconditi dell’esistente, tutto questo sembra perdersi completamente nell’appiattimento polemico dell’odierna letteratura “scolastica”.

Ilva per principianti #3. Risvegliarsi dal Giorno della marmotta. Chiudere l’Ilva, uscire dal Novecento

di Girolamo De Michele

Nel bene e nel male, il mostro d’acciaio nato come Italsider e rinominato Ilva dopo la (s)vendita al gruppo Riva, quel complesso che a partire dagli anni Sessanta ha occupato l’area ovest della città di Taranto doppiandola in dimensioni, fagocitando al proprio interno edifici, strade, persino masserie, quasi a voler rappresentare in modo inequivocabile la sussunzione dell’intera città, e poi della provincia, e di una quota importante dell’economia non solo pugliese, ma meridionale, è uno dei simboli del Novecento. In quel mostruoso impasto organico di metalli e carni umane che attira le vite al proprio interno e chiede, come un moderno Minotauro, un tributo di morte in tumori e leucemie, invadendo con le proprie metastasi i corpi, saturando di polveri sottili bronchi e polmoni, rappresenta il prezzo pagato non tanto al “progresso”, ma al Moloch lavorista che vuole il senso della vita coincidere con l’alzarsi tutte le mattine per andare a lavorare, fare i turni, e andarsene a casa con un salario che ti costringe il giorno dopo a tornare in fabbrica. Per crepare, se sopravvivi a quelli che ormai nessuno chiama più “omicidi bianchi”, sputando veleno o agganciato ai tubi delle flebo e alle fiale di morfina. E per quella parte della città, della provincia, della regione che non va a gettare sangue in fabbrica e gode dei benefici del progresso – l’abito firmato, la macchina importante, il windsurf, il circolo elegante dei cartari che contano – la testa girata dall’altra parte, a far finta di non sapere qual è il prezzo di tutto questo: delle vite equiparate a merce, e a vario titolo tradotte in valore di scambio, sia esso il valore del salario, della griffe di lusso, del ristorante dove un pranzo costa 150 euro.

New Realism vs Postmodern – Oltre l’accademia: le strade

rivolta

Nei giorni scorsi minima&moralia (con analisi sull’opera di Jennifer Egan, Michel Houellebecq, Roberto Bolaño, Don DeLillo, e David Shields) è entrata nel dibattito su Nuovo Realismo e Postmoderno che a fine marzo sarà al centro di un convegno a Bonn domandandosi se questa contrapposizione non debba considerarsi già superata nei fatti. Il dibattito ha destato interesse e ha suscitato diverse risposte e tentativi di rilancio, e di questo vi ringraziamo. In particolare ringraziamo Girolamo De Michele per questo pezzo, con il quale – ci sembra – la posta venga ulteriormente alzata.

di Girolamo De Michele

Confesso di aver seguito con un certo distacco, e anche un po’ di fastidio, il nascere del “Nuovo Realismo”, del cui testo fondante molte cose non mi convincevano, e continuano a non convincermi. Del resto, non essendo mai stato “post-modern”, non mi convinceva neanche l’eventuale difesa del bersaglio polemico.