Guardando il cielo. Intervista a John Berger

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Ricordiamo John Berger, morto ieri sera all’età di novant’anni, con questa intervista uscita sul Manifesto, ringraziando la testata (fonte immagine).

Nel 1972 comparve sugli schermi televisivi del Regno Unito un uomo con una T-shirt in stile pop art che, con voce calda e rassicurante, sollecitava gli spettatori a interrogarsi sul rapporto tra arte e società. Lontano da ogni pedagogismo paternalistico, alieno dagli eruditi esibizionismi dei cultori della materia, capace di dubitare persino delle proprie posizioni, quell’uomo, John Berger, rivoluzionò il modo di pensare l’arte, lasciando sconcertati esperti e comuni cittadini. Impantanati nei tortuosi meccanismi ermeneutici derivati da Barthes e dallo strutturalismo francese allora di gran moda, i primi stentarono a riconoscere l’efficacia di un approccio così chiaro e diretto; i secondi si sorpresero nello scoprire come le opere d’arte non fossero oggetti muti e impenetrabili, che acquistano eloquenza solo dopo un lungo apprendistato alla critica d’arte, ma veri e propri interlocutori con cui dialogare, intrisi di contenuti politico-ideologici, così come di storie personali, memorie e speranze.

Il ritorno di al-Qaeda

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Da oggi fino al primo novembre lo spazio Porta Futuro di Roma ospiterà il Salone dell’editoria sociale, giunto all’ottava edizione. Qui una sintesi degli incontri in programma. Di seguito pubblichiamo un articolo di Giuliano Battiston, curatore del programma della rassegna, apparso sull’Espresso, che ringraziamo.

«Geronimo E-KIA, enemy killed in action». È la notte tra l’1 e il 2 maggio 2011. La voce del vice ammiraglio William Harry McRaven, a capo del Joint Special Operations Command degli Stati Uniti, arriva ovattata nella Situation Room della Casa Bianca, riempita dall’attesa incerta dei più alti membri dell’amministrazione americana. Con asciutto linguaggio burocratico, McRaven annuncia la morte di Geronimo, nome in codice per Osama bin Laden.

Scovato dagli uomini del Navy Seals nel suo compound di Abbottabad, cuore dell’establishment militare pachistano, il 2 maggio 2011 il nemico pubblico numero uno degli Stati Uniti è ufficialmente morto: «giustizia è fatta», afferma con orgoglio il presidente Obama rivolgendosi al popolo statunitense. Si volta pagina, pensano in molti. L’operazione delle forze speciali chiude per sempre una storia durata fin troppo a lungo. Quella di al-Qaeda, l’organizzazione responsabile degli attentati dell’11 settembre.

Mondo nomade, città aperte. Intervista a Richard Sennett

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Questa intervista è uscita sull’Espresso, che ringraziamo.

Parigi. Pensare di arroccarci nella nostra identità, di «esimerci dal contatto e dalla contaminazione con gli altri è ridicolo, un’illusione». Respingere chi cerca aiuto, «una nuova forma di fascismo». Richard Sennett, tra i più autorevoli sociologi contemporanei, docente alla London School of Economics e alla New York University, guarda con preoccupazione al modo in cui in Europa si affronta la questione migratoria. Il «nuovo tribalismo», che combina la solidarietà con i propri simili e l’aggressività contro chi è diverso, è frutto di un’incompetenza sociale, sostiene l’autore de Lo Straniero. Due saggi sull’esilio (Feltrinelli 2014).

Un’incompetenza favorita dal modo in cui sono costruite le nostre città. Sistemi chiusi, sigillati, che dequalificano i cittadini e neutralizzano le differenze, eliminando quegli spazi ambigui in cui si può imparare a fare un uso produttivo della diversità. Perché la cooperazione con gli altri, specie con gli estranei, è una competenza, un’arte che va acquisita. E le città aperte, porose e dinamiche, possono aiutarci a esercitarla, «rendendoci cittadini migliori».

Ágnes Heller: l’Europa a un bivio

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Questa intervista è uscita sull’Espresso, che ringraziamo (fonte immagine).

L’Europa è a un bivio, sostiene Ágnes Heller. Ed è urgente che decida in che direzione orientare la propria rotta: sulla strada dell’universalismo e dell’inclusione, o su quella opposta dei confini, della paura e dell’ostilità nazionalista. Nata a Budapest nel 1929, espulsa una prima volta dal partito comunista ungherese nel 1949, allieva e collaboratrice del filosofo György Lukács, Ágnes Heller è tra i più autorevoli intellettuali contemporanei.

Diffidente verso ogni assunto dogmatico, docente prima a Budapest, poi a Melbourne e infine, dal 1986, alla New York School for Social Research, dove ha ricoperto la cattedra intitolata ad Hannah Arendt, l’autrice de La filosofia radicale ha attraversato tutto il Novecento da protagonista. Studiando il rapporto tra individuo e società, con l’idea che la filosofia serva a desacralizzare il mondo, e a trasformarlo. Lo crede anche oggi. Ma crede soprattutto che di un cambiamento, di un’apertura verso l’altro, abbia bisogno l’Unione europea, se non vuole rimanere «un’Europa burocratica, senz’anima».

Bulgaria, gendarme d’Europa

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Questo pezzo è uscito su Pagina99, che ringraziamo (fonte immagine).

Sofia. «Ho scelto la rotta via terra per evitare la traversata del mare dalla Turchia alla Grecia, troppo pericolosa. Ma se avessi saputo quel che mi aspettava in Bulgaria, mi sarei imbarcato». Idris è un ragazzo poco più che ventenne. Preferisce che il suo cognome rimanga anonimo. Viene da Wardak, una provincia afghana a due passi da Kabul, in gran parte controllata dai Talebani. Non vede i genitori da molto tempo: «ho lasciato la mia famiglia otto anni fa».

Ha vissuto a lungo in Iran, nelle città di Mashad, Teheran, Shiraz. Poi ha deciso di raggiungere l’Europa. «In Iran non c’era più lavoro e venivo trattato male. Sono ripartito due mesi fa e ora eccomi qui, a Sofia, ma mi sento in trappola». Di tornare in Afghanistan non ci pensa. «Che dovrei fare, finire nelle braccia dei Talebani?». Continuare il viaggio verso «posti ricchi come la Germania» è diventato sempre più difficile. Fino a poche settimane fa, una volta raggiunta la cittadina serba di Dimitrovgrad, subito oltre il confine bulgaro, si otteneva facilmente un lasciapassare di 72 ore che consentiva di arrivare in Croazia, per poi proseguire verso l’Austria, la Germania, i Paesi scandinavi. «Ma ora è tutto bloccato. Colpa dei politici europei».

Per una storia del jihad

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Pubblichiamo di seguito un estratto dall’ebook di Giuliano Battiston Stato islamico. La vera storia, realizzato per l’Espresso.

Il 4 giugno 2009, in un discorso all’università cairota di Al-Azhar, Barack Obama reclamò la necessità di un nuovo inizio, «basato su interesse e rispetto reciproci», tra gli Stati Uniti e i musulmani nel mondo, e si assunse la diretta responsabilità «di combattere contro gli stereotipi dell’Islam dovunque si presentino». Sono passati più di cinque anni, ma la battaglia contro le letture stereotipiche del mondo islamico sembra più necessaria di allora. Ancora più urgente è distinguere gruppi, tendenze, obiettivi, ideologie e strategie dei gruppi riconducibili all’Islam politico: la «banalizzazione dell’islamismo», ha ricordato lo studioso Massimo Campanini in un saggio per l’Ispi, «è un lusso che non ci si può permettere se si vuole veramente capire il fenomeno».

La nuova letteratura iraniana

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Questo pezzo è uscito su pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

Anche senza le sanzioni, «ci vorranno almeno dieci anni per colmare i vuoti culturali, le resistenze del passato. Per riaprire le relazioni commerciali basta una firma. Ma la cultura deve sedimentare». Studiosa di semiotica, letteratura comparata e narrativa inglese, la giovane Farzaneh Doosti guarda con cautela alla svolta diplomatica tra l’Iran e la comunità internazionale.

Tutti gli esuberi del finanzcapitalismo. Intervista a Luciano Gallino

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Luciano Gallino, tra i più autorevoli sociologi italiani, è morto ieri, 8 novembre 2015, a Torino. Lo ricordiamo con un’intervista apparsa nello speciale “Democrazia al lavoro”, a cura de il manifesto e di Sbilanciamoci.info, in occasione dello sciopero generale della Fiom dell’11 febbraio 2012 (fonte immagine).

Nel suo ultimo libro, Finanzcapitalismo, analizza la trasformazione del passato capitalismo produttivo nell’attuale capitalismo dei mercati finanziari. Una trasformazione durante la quale come nuovo criterio guida dell’azione economica viene adottata la massimizzazione del valore per l’azionista. In che termini questo paradigma ha dato vita a una nuova concezione dell’impresa, favorendone quell’irresponsabilità da lei già criticata ne L’impresa irresponsabile?

La concezione dell’impresa è stata trasformata con grande rapidità, non solo sul piano teorico ma anche nella pratica della gestione e del governo delle imprese, soprattutto dopo gli anni Ottanta del Novecento, quando si è passati da una concezione che potremmo definire istituzionale dell’impresa – per cui essa è o dovrebbe essere un insieme di complessi rapporti sociali tra proprietari, dirigenti, dipendenti, fornitori, comunità locali – a una concezione prevalentemente contrattualistica. Secondo quest’ultima concezione, l’impresa viene intesa come un fascio, un insieme di contratti – stipulati con tutti gli attori che concorrono a vario titolo alla produzione – che hanno una precisa data di scadenza e che possono essere, quali più quali meno, rescissi in ogni momento.

Gamal al-Ghitani: l’Egitto tra politica, misticismo e faraoni

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Domenica 18 ottobre è morto al Cairo Gamal al-Ghitani, scrittore egiziano tra i più autorevoli e conosciuti del mondo arabo. Lo ricordiamo con un’intervista uscita parzialmente sul quotidiano il manifesto il 31 ottobre 2008 e pubblicata integralmente sul numero 106, aprile 2009, della rivista Lo Straniero. (Fonte immagine)

Nato nel 1945 nel villaggio di Guhayna, nell’Alto Egitto, presto trasferitosi al Cairo con la famiglia, Gamal al-Ghitani è uno dei massimi rappresentanti della narrativa araba contemporanea, oltre che un acuto commentatore della vita politica egiziana. «Marxista a 15 anni», tra l’ottobre del 1966 e il marzo del 1967 è stato rinchiuso in carcere per le critiche rivolte al presidente Nasser. Da allora, non ha mai smesso di difendere con intransigente determinazione l’autonomia della cultura dagli attacchi del potere politico e religioso. Nello stesso tempo ha costruito con spirito irrequieto – e con una prosa spesso sontuosa – un universo letterario basato su un originale recupero del misticismo islamico, della tradizione Sufi e della storia egiziana pre-islamica.

Una carta del precariato? Intervista a Guy Standing

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Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista a Guy Standing apparsa sull’Espresso online. (Fonte immagine)

I partiti della sinistra socialdemocratica? «Inservibili». I sindacati? «Su posizioni difensive». L’idea novecentesca del lavoro inteso soltanto come lavoro salariato? «Un ostacolo all’emancipazione e all’egualitarismo». L’obiettivo della piena occupazione? «Pura utopia». Anche nel suo ultimo libro, Diventare cittadini. Un manifesto del precariato (Feltrinelli, euro 19, pp.336, trad. Giancarlo Carlotti), non risparmia bordate e posizioni poco ortodosse Guy Standing, docente di Development Studies alla School of Oriental and African Studies di Londra, una vita trascorsa ad analizzare le trasformazioni del lavoro e, più recentemente, il mondo dei precari. Che da supplicanti, soggetti a un dominio arbitrario, privati dei diritti sociali e colpiti da una cronica insicurezza economica, possono diventare i veri protagonisti delle battaglie per una «società giusta». È questa per Guy Standing la parabola che deve compiere il precariato, la nuova «classe esplosiva». Una classe sociale colpevolmente tradita dai partiti di sinistra, ancorati al capitalismo industriale e perciò incapaci di archiviare l’immaginazione economica del Novecento.