Ricordando Nadine Gordimer

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Il 13 luglio è morta Nadine Gordimer. La ricordiamo con un’intervista di Giuliano Battiston pubblicata su il manifesto nel 2008.

Come racconta in uno dei saggi raccolti in Vivere nell’interregno, Nadine Gordimer ha cominciato a scrivere quando aveva appena nove o dieci anni, e lo fece con “un atto senza responsabilità”. Con il passare degli anni, però, grazie all’“apparentemente esoterica speleologia del dubbio, guidata da Kafka più che da Marx”, questa scrittrice naturale – dotata della capacità di cogliere nelle vite degli altri “vapori di verità condensata” e, “come un dito che disegna su un vetro”, di scriverne la storia – ha cominciato a riconoscere la vergognosa politica razzista del governo sudafricano, e a interrogarsi sul paradosso che lega il regno dell’immaginazione creativa a quello dell’impegno sociale. Infatti, più si immergeva nel primo, “per attraversare gli abissi dell’aleatorio e assoggettarli alle parole”, e più i suoi libri si caricavano inaspettatamente di valenza politica; più si abbandonava, senza resistenza, al soggetto da cui veniva scelta – perché, come spiega, ogni scrittore è scelto dal suo tema, e non viceversa – e più la sua scrittura diventava un potente e sensibile scandaglio delle contraddizioni del Sudafrica.

Fare cultura in Afghanistan

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (La foto è di Giuliano Battiston)

Kabul. “Poesia, musica, graffiti, cinema, teatro, qui a Kabul puoi trovare di tutto, basta saper cercare”. Volto plastico e cinematografico, il fisico asciutto nascosto dall’immancabile completo a righe, Timur Hakimyar non ha dubbi: Kabul è una città che “produce cultura, oltre che politica e corruzione”. Hakimyar è il direttore della Foundation for Culture and Civil Society, una delle tante associazioni nate su impulso della comunità internazionale dopo che i barbuti talebani sono stati rimossi dal potere, manu militari. Basta frequentare con una certa assiduità la decadente villa che ospita la fondazione culturale di cui è direttore per dare ragione ad Hakimyar, attore, regista, già portavoce dell’associazione nazionale degli artisti afghani. Un giorno capita di incontrare il regista Siddiq Barmak, autore di Osama e di Opium war; il giorno successivo nell’ampio giardino della villa passeggia Partaw Naderi, il più importante poeta in lingua farsi di tutto il paese; nel fine settimana i ragazzi del Parwaz Puppet Theater, un gruppo fondato nel 2009, allestiscono un nuovo spettacolo di marionette, mentre a pochi passi da qui, al centro culturale francese, si susseguono proiezioni cinematografiche e mostre fotografiche in attesa del “grande evento”: il Sound Central Asia’s Modern Musica Festival, il festival musicale adorato dai ragazzini che scimmiottano i loro coetanei occidentali.

Diario afghano, terza parte: Mullah, dollari e Corano

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Riprendiamo il diario elettorale afghano interrotto subito dopo il primo turno delle presidenziali del 5 aprile. Il 14 giugno si terrà il ballottaggio. Giuliano Battiston è tornato in Afghanistan a sentire che aria tira. Un diario elettorale bonsai è sul suo profilo Twitter e su Tumblr.

Kabul. Giovedì 5 e venerdì 6 giugno 2014

Dollari americani, barbe lunghe e citazioni dal Corano si sono incrociati ieri mattina nella sala conferenze del Kabul Star, albergo di lusso a due passi dall’ambasciata iraniana e a quattro dall’ospedale di Emergency. Per almeno un paio d’ore alcuni leader religiosi, rappresentanti del ministero dell’Haj per gli affari religiosi e membri della società civile hanno discusso del ballottaggio che si terrà il 14 giugno tra il tecnocrate Ashraf Ghani e l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah.

Diario afghano, seconda parte

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Qui la prima parte del diario. (Le foto sono di Giuliano Battiston.)

Lunedì 31 marzo, Faizabad

La sala conferenze dell’hotel Setara-e-Shar è colma di gente. Duecento, duecentocinquanta persone, molti giovani, qualche barba lunga, tante donne. Sono qui per sentire cos’hanno da dire alcuni candidati al consiglio provinciale. Il 5 aprile, insieme al successore di Hamid Karzai, gli afghani dovranno scegliere anche i rappresentanti delle 34 province. Qui ce ne sono una quindicina. “Li abbiamo invitati per dare l’opportunità di far conoscere i loro programmi, se ne hanno”, mi spiega Saifuddin Sais, a capo del Badakhshan civil society forum, un cartello di associazioni “che include 32 diverse organizzazioni”. Completo scuro, cravatta a righe, un ciuffo ribelle sulla fronte, Saifuddin Sais rivendica il lavoro svolto dal forum che dirige, “con i nostri programmi abbiamo raggiunto più di mille persone nei distretti rurali, ora sanno quali sono le procedure elettorali e come votare”.

Diario afghano, prima parte

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Sabato 21 marzo, Kabul

Un’isola di calma ed eleganza in un mare di traffico e clacson. Un fortino sempre più militarizzato. Nel corso degli anni il Serena Hotel – dove giovedì 20 marzo 4 giovani barbuti sono riusciti a infiltrarsi e a uccidere 8 persone al ristorante – si è chiuso su se stesso. Le mura di cemento esterne più alte e robuste, i controlli più attenti. Per difendersi dai taleban, che qui già erano entrati nel 2008 facendo sette vittime. Ma un po’ anche dai poveracci che dal bazar sul lungofiume Kabul spuntano sulla grande piazza del parco Zarnegar, gesticolando ai conducenti dei taxi collettivi. Fuori i gas di scarico anneriscono il mausoleo dell’emiro Abdur Rahman Khan, appena restaurato. Dentro, dall’altro lato della strada, l’aria pulita dell’hotel Serena. Le stanze linde, arredate all’orientale ma senza ammiccamenti. Attrezzate sale conferenze.

I buoni, i criminali e i corrotti. L’Afghanistan post-2014

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Questo pezzo è uscito sul numero 9/2013 di MicroMega. Da venerdì riprendiamo il diario di Giuliano Battiston da Kabul. (La foto è di Giuliano Battiston.)

In Afghanistan la guerra dura ormai da dodici anni. Alcune settimane fa è entrata nel suo tredicesimo anno di vita, celebrato con l’ennesimo, triste record di vittime civili. Il paese attraversa uno dei periodi più delicati della sua storia recente, la transizione (Inteqal), il processo con cui la responsabilità della sicurezza viene trasferita dalle forze internazionali a quelle afghane. A un anno dal compimento della transizione, che avverrà alla fine del 2014, è tempo di tirare le somme: sul piano militare, gli americani e le forze che fanno capo alla missione Isaf-Nato sono stati sconfitti; sul piano simbolico, la comunità internazionale ha sperperato l’intero capitale politico di cui godeva nei primi anni post-talibani.

Aspettando i Talebani

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Questo reportage da Jalalabad è uscito sul numero di novembre della rivista Lo Straniero. (Foto di Giuliano Battiston)

“Perché il conflitto continua? È semplice:per una questione di potere. Se ai Talebani se ne concedesse una parte, se fossero coinvolti nel governo, i problemi finirebbero”. Un metro e settanta, capelli radi e ben pettinati, un abito bianco appena stirato, Wahidullah Danish è un giovane attivista e collaboratore del Civil Society Development Center di Jalalabad, una delle organizzazioni della società civile organizzata afghana, proliferate con l’arrivo dei soldi degli stranieri. Studi universitari alle spalle, attivo nella comunità, ha le idee chiare: il conflitto afghano è un problema innanzitutto politico. E la politica ha a che fare con il potere: chi ce l’ha lo difende, chi non ce l’ha lo reclama. Altrove lo si fa nell’agone elettorale, nelle aule parlamentari, con il dibattito delle idee. Qui, anche con le armi, sostiene Danish. Affinché tacciano una volta per tutte, il negoziato è l’unica via. “La guerra ha provocato fin troppi morti. Soprattutto tra i civili e soprattutto qui”, nelle aree turbolente che attraversano il confine tra Afghanistan e Pakistan.

Saracha, il villaggio dei martiri

Nader Shah e Qasim Hazrat Khan pregano sulle tombe dei martiri

Questa inchiesta è uscita sul manifesto. Una versione più breve è apparsa in inglese su Inter Press Service. (Foto: Giuliano Battiston.)

Giuliano Battiston, di ritorno dal distretto di Beshud, Jalalabad

Saracha è un villaggio di contadini del distretto di Beshud, alle porte di Jalalabad, la principale città afghana della provincia orientale di Nangarhar, a due passi dal confine con il Pakistan. Per raggiungerlo si deve lasciare il congestionato centro della città, puntare verso sud-est e costeggiare le alte mura di cemento dell’aeroporto di Jalalabad, che ospita una base militare americana e include la Forward Operating Base Fenty, uno dei centri strategici della guerra afghana: da qui partono molti dei silenziosi e micidiali droni diretti in Afghanistan e Pakistan. Superato l’aeroporto, continuando per un paio di chilometri, sulla sinistra si affaccia una stradina sterrata che porta a Saracha. Stretta tra due case, sembra una via chiusa, senza uscita, ma una volta imboccata si apre su campi rigogliosi, per poi passare accanto al cimitero del villaggio.

Da qualche giorno, nel cimitero ci sono tre nuove tombe, tre cumuli di terra alti più o meno mezzo metro, ricoperti di arbusti per evitare che i cani randagi scavino in cerca di carne non ancora decomposta. Lì sotto ci sono i corpi senza vita di Sahebullah, Wasihullah e Amanullah, tre dei cinque ragazzi uccisi a Saracha venerdì 5 ottobre da un attacco aereo dalle forze Isaf-Nato (che qui sono americani). Per i soldati stranieri erano “insurgents”, Talebani, pericolosi terroristi. Per gli abitanti di Saracha sono dei martiri, uccisi senza ragione. Così recita lo stendardo bianco su cui sono impressi i loro nomi, la loro età, i versetti del Corano.

Ricordando Arthur Danto

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Il 25 ottobre è morto il critico d’arte Arthur Danto. Lo ricordiamo con un’intervista di Giuliano Battiston uscita nel 2007 sul manifesto. (Fonte immagine)

New York, 1917. Un uomo passeggia per la 5th Avenue, entra in un negozio di sanitari e compra un orinatoio, che candida poi anonimamente, a firma “R. Mutt 1917”, alla prima esposizione che la Society of Indipendent Artists organizza al Grand Central Palace di New York. L’opera, Fountain, non viene accettata, e si scopre che l’autore anonimo è uno dei fondatori della società, Marcel Duchamp. Perché la commissione giudicatrice non ha accettato la scultura, ritenendola un semplice orinatoio? E perché, oggi, invece di un orinatoio noi “riconosciamo” Fountain? Più in generale, se osserviamo due oggetti che hanno le stesse proprietà materiali e che dunque appaiono indiscernibili dal punto di vista percettivo, cosa ci permette di stabilire che uno è un oggetto ordinario mentre l’altro è un’opera d’arte? Perché, ad esempio, la scatola di spugnette abrasive esposta nel 1964 alla Stable Gallery di New York da Andy Warhol con il titolo Brillo Box è considerata un’opera d’arte mentre il suo corrispettivo negli scaffali dei supermercati – Brillo Box – è destinato soltanto alle cucine degli americani?

Mes Aynak, un sito a rischio

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Questo reportage è uscito su Alias/il manifesto. (Foto: Giuliano Battiston.)

Mes Aynak, provincia di Logar

A una quarantina di chilometri a sud-est di Kabul, nel distretto di Muhammad Agha, nella turbolenta provincia di Logar, c’è un patrimonio minerario che fa gola a molti. Si tratta del secondo più ampio giacimento di rame al mondo: qualcosa come 6 milioni di tonnellate di rame nascoste nel sottosuolo. Per arrivarci da Kabul, si percorre prima un tratto di strada asfaltato, trafficato e rumoroso come tante strade afghane. Poi si svolta a sinistra, per imboccare un ampio sentiero sterrato che si insinua per una quindicina di chilometri in un panorama desertico e asciutto, dove gli uomini sembrano aver conquistato a fatica il diritto di sopravvivere. Questi ultimi quindici chilometri sono costellati di checkpoint e di controlli: impossibile procedere senza un permesso rilasciato con molta riluttanza dal ministero per le Miniere, a meno che non si viaggi nell’auto di qualcuno ben conosciuto dalle forze di sicurezza che presidiano l’intero tratto di strada. La zona è diventata una delle più protette del paese, quasi più del quartiere delle ambasciate di Kabul, dalla fine del 2007. Da quando cioè il governo afghano ha siglato un accordo con il consorzio China Metallurgical Group, di proprietà statale, e con l’azienda privata Jiangxi Copper Company Limited: 3 miliardi di dollari in cambio del diritto esclusivo per trent’anni di estrarre il rame di Mes Aynak.