Diario afghano

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Diario afghano – Kabul, tra propaganda e cardamomo

Kabul – Bombe che “piovono come polline”. Odore di cardamomo a ogni angolo di strada. Secondo un recente articolo uscito sul settimanale Panorama, sarebbero questi i “segni particolari” di Kabul. Vengo regolarmente in Afghanistan dal 2008 (un novizio, rispetto ad altri), quando per la prima volta ho attraversato via terra il confine che separa Iran e Afghanistan, da allora ho passato molto tempo nel paese (l’anno scorso 4 mesi), ma ancora non mi ero accorto dell’odore di cardamomo. A volerla dire tutta, girando per i quartieri di questo conglomerato urbano di almeno 3 milioni di abitanti, tirato su senza pianificazione, sventrato in passato dai muhajeddin che combattevano una sanguinosa guerra intestina e oggi da palazzinari più inquietanti dei nostri, l’odore dominante è quello di fogna. Un caratteristico, insistente, pervasivo odore di fogna a cielo aperto.

Il volto dell’India

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Questo pezzo è uscito su Lo straniero di marzo. (Fonte immagine)

C’è cattivo e buon giornalismo, dice il reporter polacco Kapuscinski a Maria Nadotti nella conversazione poi inclusa in Il cinico non è adatto a questo mestiere (edizione e/o). Il cattivo giornalismo è quello che si limita a descrivere i fenomeni, che si ferma alla superficie delle cose, che si accontenta di gettare uno sguardo approssimativo e che presume, così, di aver adempiuto al proprio dovere. Il buon giornalismo invece è quello che descrive per comprendere, quello che parte da una domanda, da un interrogativo, da un’ipotesi e non da una tesi di cui cerca solo conferma. Il buon giornalismo è quello che cerca risposte autentiche andando a scovare le storie, per poi tessere le voci raccolte in un mosaico che punta non solo all’informazione, ma alla riflessione.

L’uomo di roccia

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Ci scrive Nicola Villa: sull’ultimo numero de Lo straniero (il 150-151 di dicembre 2012 -gennaio 2013) uno speciale intitolato Guerre italiane degli anni 2000 prova a fare luce su come sono cambiate le forze armate e le guerre in questi anni con articoli di Emanuele Giordana, Giuliano Battiston, Francesco Vignarca, Giulio Marcon, Nicola Lagioia e Stefano Talone. Pubblichiamo proprio l’inchiesta di quest’ultimo, L’uomo di roccia, una storia su un “corpo scelto” dell’esercito, un “marine all’italiana” che aiuta a capire com’è mutata la figura del soldato di professione in questi anni.  (Immagine: Banksy.)

di Stefano Talone

Riccardo C. vive a Formello, un paese alle porte di Roma famoso perché ci sono i campi sportivi della S.S. Lazio. Ha trent’anni e sta finendo di costruire una piccola villa in campagna dove andrà a vivere con la sua compagna.

È stato tenente dei Parà, poi si è congedato nel 2006 e ora è un costruttore edile. Non si è mai laureato, anche se avrebbe voluto, è perito industriale e lavora in uno studio di geometri ad Anguillara, nell’entroterra laziale, vicino al lago di Bracciano.

È un uomo alto, muscoloso, con gli occhi azzurri. Gli piace la vita all’aperto, fare palestra e la pesca al luccio, così ha comprato e ristrutturato una barca di legno, che ha chiamato Northern pike e quando il tempo lo permette esce con i suoi amici a pesca sul lago.

Si è arruolato nell’autunno del 2003, ma non per soldi o perché era alla ricerca di un posto fisso e ci tiene a specificarlo. Si è arruolato per passione e perché nella sua famiglia suo padre e suo fratello sono militari.

“Non vengo da un posto come i quartieri spagnoli, non l’ho fatto come tanta gente del sud, che vede l’esercito come l’equivalente di un contratto a tempo indeterminato. Ma l’ho fatto per un motivo, che è sempre stato quello: più uomo di così non puoi essere, giusto? Vai a fare il lavoro più eroico, fico e onorevole che ci sia. Per me sedermi a tavola oggi con mio padre non è come se non fossi mai partito, perché il giorno in cui sono tornato dopo essere stato in altre città, dopo avere viaggiato da solo, dopo avere convissuto con gente che non sono più i tuoi amici, da quello figlio di nessuno a quello ricco che lo fa per il gusto di farlo. Quando sono tornato a casa, dico, e ho visto gli occhi di mio padre che non mi guardavano più come un ragazzino, ma come un uomo, è stata un’altra cosa. Forse è questa la motivazione per cui sono partito”.

La guerra secondo Paolo Giordano

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Questa recensione è uscita sul numero di dicembre dei Quaderni del Teatro di Roma.

Gli accampamenti militari “si assomigliano l’un l’altro, i soldati pure, vengono istruiti ad assomigliarsi”, scrive Paolo Giordano nel suo ultimo romanzo, Il corpo umano (Mondadori, pp. 312, euro 19). Anche i soldati da lui raccontati si assomigliano: tutti vivono dei conflitti irrisolti, tutti abitano nel buio della notte  tra il tramonto della gioventù e l’alba dell’età adulta, nella terra di nessuno tra il “non più” e il “non ancora”. A tutti spetta il compito di decidere cosa vogliono diventare, che tipo di uomini essere, come prendere il mano il proprio destino, quale posto occupare nel mondo. I loro drammi esistenziali, le difficoltà ad affrontare il decisivo passaggio che li renderà adulti si snodano in un luogo molto particolare, all’imbocco della valle del Gulistan, uno dei distretti della provincia meridionale afghana di Farah, nella base militare “Ice”, “un recinto di sabbia esposto alle avversità”. I soldati descritti ne Il corpo umano vivono in un contesto di guerra, dunque. Ma il loro baricentro è altrove, lontano, ostinatamente ancorato alle fragilità esistenziali, immerso nella vita quotidiana, succube di diffidenze ed esasperazioni emotive e sentimentali.

A lezione di satira dentro il ministero

Firdousi al Teatro nazionale di Kabul

Questo pezzo è uscito sul manifesto. (Nella foto: una scena della pièce tratta da Firdousi andata in scena al Teatro nazionale di Kabul; scatto di Giuliano Battiston.)

Da queste parti, i paradossi diventano plausibili, assumono sembianze verosimili, si fanno realtà. Prendiamo quanto è accaduto qualche giorno fa qui a Kabul, nella capitale di un paese a sovranità limitata e sotto occupazione militare. Appena arrivato in città sono andato a salutare Timur Hakimyar, il direttore della Foundation for Culture and Civil Society, una delle tante organizzazioni (ma tra le più serie e oneste) nate su impulso e sostegno della comunità internazionale dopo il rovesciamento dell’Emirato islamico. Il suo ufficio si trova all’ingresso di Deh Afganan, un vivace quartiere popolare non lontano dal bazar principale e sulle cui stradine scoscese si avventurano ben pochi stranieri, tranne quelli diretti da lui, a via Joye Sheer («ruscello di latte»).

La storia di Benafshah

mohammad arif sulla tomba della figlia

Questo reportage da Farah, Afghanistan, è uscito sul manifesto e in inglese su Counterpunch. La versione integrale dell’inchiesta uscirà sul prossimo numero della rivista Lo Straniero. (Immagine: Mohammad Arif sulla tomba della figlia. Foto di Giuliano Battiston.)

È il 3 maggio del 2009. Il rigido inverno afghano è ormai alle porte. La primavera mostra da tempo tutta la sua impazienza. Eppure piove, e non vuole smettere di farlo. Alcuni veicoli delle truppe straniere compiono operazioni di “patrolling” lungo la strada principale che da Herat, capoluogo dell’omonima provincia occidentale, punta verso sud, a Shindand, per poi arrivare fino a Farah, dove i ribelli continuano a tenere sotto scacco perfino gli americani. Sui bordi della strada, accovacciati e nascosti, potrebbero esserci degli “insorti”. Che realmente ci siano o meno cambia poco. Per i soldati, resta il timore. Quello di un attacco improvviso e quello degli ordigni improvvisati, in gergo burocratico IED, Improvised Explosive Devices, i micidiali esplosivi azionati con una semplice trasmittente, anche con un telecomando domestico. Sono lo strumento preferito dagli insorti, l’arma più efficace, insieme agli attacchi suicidi, di ogni guerra asimmetrica.

Il tesoro afghano di Sar-e-Sang

minatori al lavoro, Sar-e-Sang, credits Giuliano Battiston

Pubblichiamo un reportage di Giuliano Battiston da Sar-e-Sang, le miniere di lapislazzuli più antiche del mondo, uscito sul «manifesto». (Foto: Giuliano Battiston)

Per arrivare a Sar-e-Sang ci vogliono scarpe buone e una certa dose di pazienza e determinazione. Sia che si parta dalla capitale afghana, Kabul, salendo a nord-est per la valle del Panshjir, per poi superare il passo di Anjoman (4430 metri) e raggiungere infine la valle di Iskazer, sia che si decida (come ha fatto chi scrive) di partire da Faizabad, capoluogo della provincia nordorientale del Badakhshan, puntando a sud-est, verso i villaggi di Baharak e Jurm, per poi seguire il corso del fiume Kokcha, dentro una valle dai fianchi stretti, lungo una strada accidentata, isolata e pericolosamente inclinata verso il fondovalle. Una volta a Sar-e-Sang, la fatica del lungo viaggio è ricompensata dal fatto di trovarsi tra le più antiche miniere di lapislazzuli del mondo, già attive, secondo alcuni resoconti, 7000 anni fa.

Bamiyan: iconoclastia talebana vs sincretismi culturali

al lavoro negli scavi archeologici

Pubblichiamo un articolo di Giuliano Battiston, uscito su «l’Unità», sull’archeologo Zemaryalai Tarzi e l’università del Bamiyan.

“Ustod (maestro), ma quando lei andrà via chi ci insegnerà queste cose?”. Gli studenti della Facoltà di Archeologia dell’università di Bamiyan, nell’Afghanistan centrale, circa 260 km a nordovest di Kabul, sono preoccupati. Sanno che molto presto il docente di fronte a loro – giacca beige sportiva, camicia e pantaloni morbidi su scarpe da ginnastica, modi informali e gentili – dovrà interrompere le sue lezioni. E sanno ancora meglio che sarà difficile trovarne un altro come Zemaryalai Tarzi, l’archeologo afghano, ora con cittadinanza francese, celebrato come il più autorevole studioso di Bamiyan.

Itinerari afgani

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Pubblichiamo un articolo di Giuliano Battiston, uscito sul «manifesto», sui percorsi di lettura dedicati all’Afghanistan.

A più di dieci anni dall’inizio dell’intervento militare voluto dagli Stati Uniti, sull’Afghanistan è tempo di tirare le somme. Lo ha fatto la “comunità internazionale”, che a Chicago, nel corso del vertice della Nato del 21-22 maggio scorsi, ha ribadito la volontà di ritirare le truppe entro la fine del 2014. Lo fanno gli afghani, sempre più disillusi e preoccupati, per una situazione che a dispetto delle promesse fatte continua a essere fortemente instabile. E lo fanno anche alcuni italiani, coinvolti a vario titolo nel nuovo “grande gioco” in Asia centrale: da due anni a questa parte l’editoria italiana continua infatti a sfornare libri sull’Afghanistan. A quanto pare, un ciclo si è chiuso, quello della retorica che accompagna ogni operazione militare, e un altro se ne è aperto, quello della riflessione. I proclami lanciati dalle tribune politiche, dalle sedi delle ambasciate o dai quartieri generali delle forze Isaf-Nato evidentemente hanno perso la loro forza persuasiva; la realtà è troppo lontana dagli ideali sbandierati nelle conferenze stampa, troppo evidente il contrasto tra le promesse fatte nel 2001 e i risultati attuali. Su questo scarto si concentrano molti dei libri pubblicati di recente in Italia e dedicati all’Afghanistan, accomunati dalla tendenza a privilegiare l’aspetto diaristico, la memoria personale, l’autobiografismo, per raccontare le contraddizioni di un paese in cui, “nel dopo 11 settembre, si è asserragliata una formidabile legione stranera”.

Diario da Kabul 3/3

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Pubblichiamo la terza parte del diario/reportage di Giuliano Battiston, a Kabul durante gli attentati degli ultimi giorni, uscito in forma ridotta sulle pagine del «manifesto» e dell’«Unità». Qui la prima parte e qui la seconda.

Kabul martedì 17 aprile

Dopo quasi 24 ore di esplosioni, battaglie e scontri cruenti, Kabul torna alla normalità. E il quotidiano a prevalere sugli episodi clamorosi di domenica e lunedì. Per le strade, animate dal solito via vai e dallo strombazzare ininterrotto delle automobili, si esercita la nobile arte di arrangiarsi. Nei palazzi del potere e nelle sedi diplomatiche, ci si interroga invece su alcuni avvenimenti recenti, “nascosti” dal fragore delle armi, ma altrettanto significativi degli attacchi dei Taleban (o della rete Haqqani). E che potrebbero segnare una svolta nel burrascoso rapporto che lega Washington e Kabul. Sono mesi che si parla dell’Accordo di partenariato strategico che dovrà sigillare l’amicizia di lunga durata tra gli Stati Uniti e l’Afghanistan. Quell’accordo, assicurano tutti, dovrà essere firmato a ridosso del prossimo summit della Nato, previsto per maggio a Chicago. Finora, le due parti non hanno ancora trovato la quadratura del cerchio.