Diario da Kabul 2/3

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Pubblichiamo la seconda parte del diario/reportage di Giuliano Battiston, a Kabul durante gli attentati degli ultimi giorni, uscito in forma ridotta sulle pagine del «manifesto» e dell’«Unità». Qui la prima parte.

Kabul, lunedì 16 aprile 2012

Kabul, ancora al buio, viene svegliata dalle esplosioni, dalle raffiche di mitra e dal ronzare minaccioso degli elicotteri. Su una parte della città, quella più vicina ai quartieri di Shar-e-now e Wazir Akhar Khan, tornano a rimbombare, rumorosi e amplificati dal silenzio notturno, i colpi della battaglia. La stessa che qui, nella capitale di un paese in guerra, va avanti a intervalli irregolari da domenica all’ora di pranzo, quando gruppi di ribelli danno il via a un’operazione ambiziosa, che coinvolge le province di Nangarhar, Paktia e Logar. Ma è Kabul, simbolo del potere politico nazionale e internazionale, l’obiettivo principale. Sotto i colpi dei Talebani finiscono il Parlamento, il palazzo presidenziale di Karzai e l’intera area che ospita molte ambasciate straniere. Ed è qui, nel cuore della capitale, nel perimetro che circoscrive idealmente l’evidente presenza degli stranieri – protetti da alte mura di cemento, filo spinato e dalla costante presenza di soldati – che intorno alle tre del mattino inizia uno degli scontri più intensi.

Diario da Kabul 1/3

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Giuliano Battiston, a Kabul durante gli attentati degli ultimi giorni, ci ha inviato questo diario/reportage uscito in forma ridotta sulle pagine del «manifesto» e dell’«Unità». 

Kabul, domenica 15 aprile 2012

Kabuli palau – il piatto tipico da queste parti –, raffiche di kalashnikov, esplosioni e colpi di mortaio. Oggi hanno pranzato cosi gli abitanti della capitale afghana, sorpresi dalla clamorosa, nuova operazione dei Talebani, che con una serie di attacchi simultanei a Kabul e in altre province del paese hanno inaugurato la “campagna primaverile”, prevista e prevedibile come ogni cambio di stagione ma inaspettata nella sua portata. Sono particolarmente ambiziosi, e fortemente simbolici, gli obiettivi scelti dai “turbanti neri”: nella sola Kabul, sono stati colpiti la sede del Parlamento e il palazzo presidenziale di Hamid Karzai, l’ambasciata russa, quella inglese (la cui torre di guardia è stata centrata da due razzi), una residenza dei diplomatici inglesi, il centro delle operazioni delle forze Isaf-Nato (Camp Warehouse) e altri edifici governativi.

La crisi sociale del capitalismo

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Attività economiche flessibili e strutture sociali fortemente burocratizzate: per il sociologo Richard Sennett sono queste le cause della crisi sociale ed economica. Per uscirne, l’autore di «Insieme» suggerisce la via della cooperazione, delle relazioni informali, delle strutture opache e ambigue. Pubblichiamo l’intervista di Giuliano Battiston uscita in forma ridotta sull’«Unità».

Tra i più noti e stimati intellettuali contemporanei, il sociologo americano Richard Sennett negli anni Novanta ha studiato le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, come recita il sottotitolo di uno dei suoi testi più celebri, L’uomo flessibile (Feltrinelli 1999). Da alcuni anni invece, dopo aver preso in esame il modo in cui l’autorità è organizzata nella sfera pubblica, ha deciso di interrogarsi su quelle pratiche concrete, abilità tecniche e doti sociali che – se esercitate – possono arginare e rovesciare la cultura del nuovo capitalismo. Insieme, appena uscito per Feltrinelli nella traduzione di Adriana Bottini (pp. 336, euro 25), è il secondo volume di una trilogia dedicata a questa ambiziosa esplorazione inaugurata con L’uomo artigiano (Feltrinelli 2009). Ne abbiamo discusso con l’autore, incontrato a Roma nell’ambito di una conferenza della Scuola del Sociale della Provincia di Roma.

Uno spettro si aggira per il mondo, lo spettro dei contadini

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Pubblichiamo un’intervista di Giuliano Battiston a Silvia-Pérez Vitoria, economista, sociologa e documentarista,  uscita sul numero di marzo della rivista «Lo Straniero».

Un “tentativo di rivisitare la storia e il ruolo della classe contadina nelle nostre società”. Questo, secondo le parole dell’economista e sociologa Silvia Pérez-Vitoria, documentarista e già curatrice di Disfare lo sviluppo per rifare il mondo (Jaca Book 2005), l’intento principale di Il ritorno dei contadini (Jaca Book 2009), un libro di qualche anno fa che era un invito appassionato a riflettere sugli effetti devastanti del modello dell’agricoltura industriale in un pianeta dalle risorse limitate. Un modello espansionistico, ottusamente produttivista, che ci ha condotto “in un vicolo cieco: economico, sociale, ambientale, politico, ecologico”. E al quale si può rispondere facendo affidamento alle pratiche e ai saperi di quei milioni di contadini che “non vogliono scomparire”, e che, “anzi, alzano la voce e intendono far conoscere il loro punto di vista sulla società”.

La deriva ungherese verso il “bonapartismo”

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In un reportage uscito in forma ridotta per «il manifesto», Giuliano Battiston disegna un quadro allarmante della politica interna dell’Ungheria contemporanea. L’attuale primo ministro Viktor Orbán è un accentratore di forte carisma che in due anni di potere è riuscito a incarnare nel suo partito, e peggio ancora nella sua persona, lo stato e la società, limitando significativamente le libertà individuali e i diritti civili.  Il testo integrale del reportage verrà pubblicato nel prossimo numero della rivista «Lo Straniero».

Fino al prossimo agosto, la Galleria nazionale ungherese di Budapest ospita due mostre molto significative. La prima – «Eroi, re e santi» – è dedicata alla pittura romantica della fine del diciannovesimo secolo, e celebra i periodi d’oro della storia patria; la seconda è stata affidata dal primo ministro Viktor Orbán al curatore Imre Kerényi, e illustra la nuova costituzione in vigore dall’1 gennaio 2012, legittimando con strumenti culturali rudimentali ma efficaci il nuovo corso che Orbán sta imprimendo all’Ungheria. Per la filosofa Ágnes Heller, che incontriamo nell’appartamento con vista sul Danubio in cui vive provvisoriamente, poco distante dal Belgrad prospekt dove ha sede l’archivio Lukács – il filosofo marxista di cui è stata allieva e collaboratrice -, il nuovo corso di Orbán non è altro che una forma di bonapartismo. Un termine che l’autrice di La teoria dei bisogni in Marx preferisce ai tanti – democrazia illiberale, autocrazia, dittatura – con cui analisti e politologi hanno definito in questi ultimi mesi l’Ungheria.

Spaghetti e surf: Van Parijs replica alla Fornero

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Secondo la ministra del lavoro, in Italia “con un reddito base la gente si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”. Per risponderle, ecco un’intervista di Giuliano Battiston a Philippe Van Parijs, del Basic Income Earth Network, che abbiamo trovato sul sito di sbilanciamoci.info e che è tratta dal volume «Per un’altra globalizzazione» (Edizioni dell’Asino).

Prima di capire le ragioni per cui dovremmo fare nostra l’idea di “versare a tutti i cittadini, incondizionatamente, un reddito di base cumulabile con ogni altro reddito”, valutiamo le obiezioni più comuni, tra cui quella – già avanzata da Marshall in un diverso contesto – che i diritti di cittadinanza debbano accompagnarsi a delle contropartite, a dei doveri; che ci debba essere un legame tra reddito e lavoro; che la concessione del reddito vada condizionata a un contributo produttivo, o alla volontà di darlo. Come lei ricorda ne «Il reddito minimo universale», soprattutto nell’Europa continentale è forte il modello “bismarckiano” “conservator-corporativista” della protezione sociale, l’idea che la previdenza sociale sia legata al lavoro e allo statuto di salariato del cittadino. Mentre nel saggio «Il basic income e i due dilemmi del Welfare State» riconosce che la parziale “disconnessione tra il lavoro e il reddito richiederebbe un radicale ripensamento” culturale, anche in quei pochi partiti di sinistra che ancora oggi riconoscono nel lavoro un tema centrale della loro agenda politica. Come favorire questo ripensamento? E come risponde alle obiezioni menzionate?

L’uomo laser

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Lo scorso weekend, tra i tanti appuntamenti del festival dei libri e della lettura organizzato all’Auditorium di Roma, abbiamo assistito all’incontro con Gallert Tamas, ospite di Libri come per presentare il suo ultimo lavoro, «L’uomo laser. C’era una volta la Svezia» (Iperborea). Si tratta di un reportage-inchiesta su John Ausonius, responsabile nei primi anni novanta di una serie di attentati a danni di immigrati che sconvolsero e gettarono nel panico un’intera capitale europea. Di seguito la recessione di Giuliano Battiston uscita per «il manifesto».  

Nell’estate del 1989 John Ausonius è “un uomo nel fiore degli anni: trentasei”, “il ritratto del successo e della fiducia in se stesso”, abituato a indossare abiti fatti su misura e a spostarsi su una costosa macchina sportiva giapponese. Lavorando duramente come tassista nel corso dell’anno precedente, ha messo da parte un capitale sufficiente per speculare alla borsa di Stoccolma. Guadagna con facilità alte somme di denaro. Sente di rientrare appieno nella definizione più popolare nei secondi anni Ottanta: è uno yuppie, uno young urban professional. Crede nella libertà individuale, nell’iniziativa privata, è contrario al parassitismo sociale, ce l’ha con quei socialdemocratici che sono “quasi riusciti a distruggere il paese con le loro fottute chiacchiere sull’egualitarismo e sul salario uguale per tutti”.

Intervista a Zygmunt Bauman

di Giuliano Battiston

Decano della sociologia europea, tra i più autorevoli pensatori del nostro tempo, Zygmunt Bauman ha costruito un lungo percorso di ricerca. Che è animato innanzitutto da una forte passione etica e che mira, nella diversità degli argomenti trattati, a un unico obiettivo: proteggere il nostro bene comune più prezioso – la società in cui viviamo – da chi ci insegna che «qualunque cosa si raggiunga nella vita può essere ottenuta nonostante la società, e non grazie a essa».

Scelta obbligata tra due agricolture

Questo articolo è uscito per il manifesto.

di Giuliano Battiston

Difendono le «loro terre in Africa, in Asia e in America Latina; disdegnano le coltivazioni a base di Ogm: alternano le sementi; entrano nelle città per portarvi i loro prodotti; si battono contro le grandi organizzazioni internazionali, che vogliono eliminarli; creano università per comunicare i loro saperi…»: sono i contadini, la forza motrice di una trasformazione che dai campi coltivati investe l’intera struttura della società e, con essa, il modo in cui ne intendiamo l’evoluzione.

Quando più significa meno

Dopo avere perseguito a lungo una visione che vede nell’aumento della produzione di cibo la condizione per alleviare la fame, la Fao affronta un necessario rinnovamento. Seguendo forse, finalmente, le indicazioni di studiosi come Wolfgang Sachs o Annette Desmarais. L’articolo, uscito per il manifesto, è una versione ridotta e rivista di un saggio, Per una critica della Fao, che uscirà sul prossimo numero della rivista Parolechiave.