Montaigne a Modena e il sentimento del contrario

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Questo articolo, in forma leggermente ridotta, è stato pubblicato su pagina 99.

di Manuel Orazi

Si sa che il di dietro fa ridere, ma è più difficile capire che anche il di dietro può ridere. L’acquarello di Giuliano Della Casa riprodotto sulla copertina dell’ultimo libro di Ugo Cornia sarebbe senz’altro piaciuto a Pirandello: infatti la figura principale è un cavallo visto da tergo e guardare il mondo al contrario è già una definizione di umorismo.

Già in Uno, nessuno e centomila il protagonista Vitangelo Moscarda osserva: «Ma sa che una volta io ho veduto ridere un cavallo? Sissignore, mentre il cavallo camminava. Lei ora va a guardare il muso del cavallo per vederlo ridere, e poi viene a dirmi che non l’ha visto ridere. Ma che muso! I cavalli non ridono mica col muso! Sa con che cosa ridono i cavalli, signor notaro? Con le natiche. Le assicuro che il cavallo camminando ride con le natiche, sì, alle volte, di certe cose che vede o che gli passano per il capo. Se lei vuol vederlo ridere il cavallo, gli guardi le natiche e si stia bene!».

Bestiari: una guida ragionevole

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I bestiari sono – o almeno pensiamo siano – una classificazione degli animali. Testi scientifici, presumibilmente oggettivi, utili a ordinare la conoscenza del mondo. Eppure, osservandoli da vicino, sembrano essere soprattutto una grande fantasticheria, l’effetto di un impulso visionario che gioca con la tassonomia di bestie quadrupedi, acquatiche e volatili per mescolare il reale con il favoloso e liberare la nostra capacità d’invenzione. E non solo. Perché immaginare animali plausibilmente implausibili – dallo Snark di Lewis Carroll al sarchiapone di Walter Chiari, dai pescibanana di Salinger al minollo di Massimo Troisi, fino al catoblepa di Plinio il Vecchio e di Borges (nonché di Elio e le Storie Tese) – risponde anche al nostro bisogno di riflettere l’umano nello specchio deformante, e dunque rivelatore, della vita animale.