Fabrizio e Luigi

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Ricordando che questa sera e domani verrà trasmessa su Raiuno la miniserie Fabrizio De André – Principe libero, dedichiamo questa giornata a De André.

Uno era straordinariamente epico, con punte alla Chanson de Roland, l’altro sommessamente lirico. Uno giocava con le parole, fino a renderle più raffinate di quelle che erano, l’altro, forse per timore, quasi le nascondeva, consapevole che si possono raccontare gli amori del mondo anche per sottrazione. Uno era un ombroso borghese con il montgomery diventato presto un solitario anarchico, alla Brassens più che alla Bakunin, l’altro un sognatore anticonformista riduttivamente etichettato come comunista. Uno si ispirava ad un certo tipo di sonorità francese, che qualcuno allora aveva chiamato esistenzialista, l’altro era affascinato dal cool jazz e passava gran parte del suo tempo ad ascoltare Route 66 di Nat King Cole, che poi rifaceva splendidamente.

La Barcellona di Manuel Vázquez Montalbán

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Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, la prefazione di Gianni Mura al libro di Giuliano Malatesta El niño del balcón, uscito per Giulio Perrone editore.

Non è un colpo basso perché è un colpo al cuore sapere com’è fatta la piazza che Barcellona ha dedicato a uno dei suoi cantori più assidui e appassionati: Manuel Vázquez Montalbán. Nell’orgia di cemento che è la plaza dura Pepe Carvalho si fermerebbe solo per pisciare, magari in compagnia di Biscuter, dopo una robusta mangiata in una trattoria del Raval. Quanto a Manolo, troppo educato per farlo. El ni- ño del balcon, diventato el hombre del balcón, guarderebbe scuotendo la testa. Essere ricordati così male è peggio che essere dimenticati.

Luis Miguel Dominguín, il numero uno

REAPARICIÓN DE LUIS MIGUEL DOMINGUÍN EN LAS VENTAS  CON EL TRAJE DE LUCES DISEÑADO POR ÉL MISMO

(fonte immagine)

C’era anche lui in quell’afoso pomeriggio del 28 agosto del 1947 a Linares, un’arena andalusa di terza categoria conosciuta solo tra i più stretti aficionados, quando un toro di neanche 300 chilogrammi di nome Islero che aveva le corna limate, “era andato dal parrucchiere” si ironizzava un tempo, scaraventò in aria Manolete, in quel momento il torero più famoso e ammirato di Spagna, lasciando senza fiato e in lacrime un’intero Paese.

All’epoca Luis Miguel Dominguín, in seguito per tutti solo Luis Miguel, o “il torero”, come solennemente lo chiamava Lucia Bosè, aveva solo 20 anni, ma già un portamento regale, un’infinita capacità di seduzione, una conoscenza taurina fuori dal comune e quella speciale superbia, misto di arroganza, paura, inquietudine e follia, necessaria per affrontare quello che Hemingway avrebbe chiamato il momento della verità. Non poteva che essere lui il predestinato, l’erede in grado di sostituire ‘el monstruo’ nel cuore di un popolo in lutto e in cerca di riscatto.

Sam Phillips, l’inventore del rock’n’roll

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Questo pezzo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo (fonte immagine).

di Giuliano Malatesta

L’ingresso degli studi della Sun, all’incrocio tra Marshall e Union Avenue, dove un giorno Bob Dylan si inginocchiò per baciare il pavimento in segno di rispetto, è piccolo e anonimo, evidenziato da una chitarra Gibson gialla in formato gigante che ruota instancabile sopra la porta.

La fama, invece, è infinita. Perché in questo vecchio edificio di mattoni rossi di due piani una manciata di chilometri fuori downtown Memphis, un ragazzo bianco dell’Alabama a cui sarebbe piaciuto fare l’avvocato per difendere gli oppressi del mondo diede il via, inconsapevolmente, alla più grande rivoluzione musicale della storia. Che cambiò in maniera permanente “la faccia della cultura popolare americana”, per usare le parole di Jimmy Carter.

La Barcellona dimenticata di Vázquez Montalbán

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Questo articolo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo (fonte immagine).

“Vengo da parte di Pepe Carvalho, póngame lo que ustedes quieran”, era il suggerimento che Manolo aveva elargito ad amici e ammiratori che facevano la fila per accaparrarsi un tavolo a Casa Leopoldo, in Carrer de Sant Rafael, cuore pulsante della vecchia Barcellona, un barrio dove prima dell’arrivo “dei missili intelligenti lanciati dagli urbanisti” comandavano puttane, gitani e marinai, una sorta di girone dei dannati composto in prevalenza da immigrati locali e represaliados, le vittime del franchismo.

Pochi però erano gli avventori pienamente consapevoli che, una volta terminata la fase dell’immaginazione, elaborata in anni di attente e scrupolose letture, bisognava essere preparati a trovarsi di fronte alcuni strabilianti piatti come l‘Escudella i carn dolla, un sontuoso bollito con carne di vitello, manzo, orecchio di maiale e tante altre diavolerie messe insieme, esempio sopraffino della cucina catalana povera. Quasi nessuno era in grado di affrontare con serenità un piatto di tale portata, ma in fondo non era questo l’obiettivo.