“Ridare la parola all’impossibile per ottenere il possibile”. Conversazione con Alfredo Reichlin

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È morto ieri Alfredo Reichlin, partigiano e dirigente del Pci. Ripubblichiamo una recente intervista di Gabriele Santoro.

Il trenta settembre a Piazza Montecitorio, a pochi passi dal feretro di Pietro Ingrao, la voce di Alfredo Reichlin si è incrinata, rievocando la più grande passione laica, la politica come storia in atto. L’assillo del come non lasciare gli uomini soli davanti alla potenza inaudita del denaro condiviso con “la mente libera, cocciuta e assetata di conoscenza” dell’amico, che ora riposa nella sua Lenola.

La vita del novantunenne Reichlin è stata appassionata e piena. La passione per la vita sta ancora nel cucchiaino di zucchero per il caffè, che mi chiede di riempire per bene, non a metà, e nella pila di libri nuovi da leggere appoggiati sul divano. Qui ci interessa relativamente se è una storia di vinti o vincitori. Nato a Barletta nel 1925, si trasferì bambino a Roma, complice la crisi del ‘29 che aveva travolto la grande fabbrica chimica del nonno. Papà dannunziano, lui si scoprì l’eretico di famiglia. Al liceo divenne comunista. «Farai la fine di Cafiero mi diceva angosciata mia madre alludendo a quel suo parente anarchico, l’amico di Bakunin, di cui non sapeva niente, tranne che era morto pazzo, dopo aver regalato le sue terre ai contadini», ricorda. Non è andata così.

Roma 1960, dove brillò la stella di Muhammad Ali

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La stella di Muhammad Ali brillò per la primissima volta all’Olimpiade di Roma del 1960. All’epoca era ancora Cassius Clay e aveva 18 anni. Il pezzo che segue ricorda la magia della XVII olimpiade ed è uscito sul Mucchio.

L’organizzazione

È il 1955: dieci anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Stalin è morto da due anni. Fellini è reduce dal successo del film La Strada.  J.D. Salinger ha già pubblicato Il giovane Holden. Nasce la Coppa dei Campioni. E Roma ottiene l’organizzazione delle Olimpiadi del ’60: curiosamente, quelle del 1964 saranno affidate ad un’altra capitale dell’Asse sconfitto, Tokyo.

A capo del Comitato Olimpico Internazionale c’è lo statunitense Avery Brundage. Nel suo personale curriculum, il rifiuto – come capo dello sport americano – di boicottare l’Olimpiade del 1936 a Berlino, in pieno Terzo Reich: è anche vero che grazie a questa scelta  il mondo poté assistere a una delle imprese sportive più significative di sempre, il trionfo del negro Jesse Owens in faccia a Hitler. Figura controversa, quella di Brundage: chiacchierato in patria e accusato di simpatie naziste. Come interlocutore principe per l’organizzazione di Roma ‘60, non poteva chiedere di meglio: il Presidente del Comitato Organizzatore è Giulio Andreotti, all’epoca Ministro della Difesa.

L’Exit Strategy di Walter Siti, una “vendetta” contro lo Strega?

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di Leonardo Merlini

Come si sopravvive alla vittoria di un premio letterario nazionale? O meglio alla cerimonia di premiazione? Walter Siti, uno che può tranquillamente essere additato come il Grande romanziere italiano, tra le tante risposte date nella notte dello Strega 2013 ha anche usato l’espressione “modalità zen”. Encomiabile, rispettoso, ma al tempo stesso salubremente distaccato da quella ritualità immutabile dei premi – sulla quale ha scritto pagine virulente e definitive J. Rodolfo Wilcock – Siti si è goduto il trionfo con la bonomia che associamo al suo volto baffuto, ma, a leggere oggi Exit Strategy, il romanzo che esce per Rizzoli e che reca scritto in copertina (non una fascetta editoriale, proprio la sovracoperta) “Dal vincitore Premio Strega”, si ha la sensazione che lo scrittore modenese abbia, in qualche modo, consumato una sua segreta e fredda vendetta nei confronti dell’azzimata cerimonia e della liturgia del Sistema letterario-editoriale italiano. Perché Exit Strategy è un libro che sembra fatto apposta per non piacere a chi legge solo gli scrittori premiati, per disturbare, per fare arrabbiare, anche lettori di livello, e penso ai lamenti social di un altro scrittore importante come Giuseppe Genna.

Roma. Quattro modi di morire in prosa 3: Giuseppe Zucco

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Il terzo dei quattro interventi dedicati a Roma è un racconto di Giuseppe Zucco pubblicato online su Nazione IndianaQui le puntate precedenti. (Immagine: una scena di Umberto D. di Vittorio De Sica.)

La ricostruzione non finisce qui

di Giuseppe Zucco

Roma crepita. Il sole scioglie i sanpietrini, i monumenti, le linee dei palazzi. Le generazioni, le moltitudini, le comunità internazionali. Scioglie i minuti ed i millenni. Le gru immense sulle spianate da ricostruire e ripopolare. Scioglie il tardissimo impero e i campi rom. Gli americani sotto i cappelli di paglia, i bambini nelle carrozzine, il trucco delle ragazze romane. Scioglie i vecchi con la camicia aperta, gli uomini nella pozza elegante del completo scuro, i pakistani con le rose in mano e il fazzoletto bagnato in testa. La riga di formichine rosse sull’asfalto fuso. E anche io mi sciolgo.

Io sono questa cosa che galleggia nell’aria, la scintilla che arde e brucia mentre aspetta il 36 o il 90 Express, questa piccola pozza umana che gocciola ed evapora davanti una fermata sulla via Nomentana, dimenticato nell’estate nucleare ed atomica del 2009. Nessuna ombra. Neanche ricordo cosa sia l’ombra e il riparo.