Raccontare il Medio Oriente in fiamme

provincial council candidate Kunduz

Questo pezzo è apparso su il manifesto. (La foto è di Giuliano Battiston)

Che cosa rimane delle “primavere arabe”, delle rivolte iniziate nel dicembre 2010 in Tunisia e che hanno poi contagiato Egitto, Libia, Siria, Yemen, Bahrain, parzialmente l’Iraq? Alcuni libri recenti ci aiutano a trovare una risposta. Quello di Giuseppe Acconcia, giornalista e ricercatore, è dedicato all’Egitto, ed è un reportage realizzato tra la fase immediatamente successiva alle dimissioni forzate di Hosni Mubarak e quella, più recente, che segna la presidenza di Abdel Fattah al-Sisi, l’ex generale e membro del Consiglio supremo delle Forze armate eletto il 27 maggio 2014 con un voto boicottato dalla maggioranza degli egiziani.

L’uomo di roccia

banksy

Ci scrive Nicola Villa: sull’ultimo numero de Lo straniero (il 150-151 di dicembre 2012 -gennaio 2013) uno speciale intitolato Guerre italiane degli anni 2000 prova a fare luce su come sono cambiate le forze armate e le guerre in questi anni con articoli di Emanuele Giordana, Giuliano Battiston, Francesco Vignarca, Giulio Marcon, Nicola Lagioia e Stefano Talone. Pubblichiamo proprio l’inchiesta di quest’ultimo, L’uomo di roccia, una storia su un “corpo scelto” dell’esercito, un “marine all’italiana” che aiuta a capire com’è mutata la figura del soldato di professione in questi anni.  (Immagine: Banksy.)

di Stefano Talone

Riccardo C. vive a Formello, un paese alle porte di Roma famoso perché ci sono i campi sportivi della S.S. Lazio. Ha trent’anni e sta finendo di costruire una piccola villa in campagna dove andrà a vivere con la sua compagna.

È stato tenente dei Parà, poi si è congedato nel 2006 e ora è un costruttore edile. Non si è mai laureato, anche se avrebbe voluto, è perito industriale e lavora in uno studio di geometri ad Anguillara, nell’entroterra laziale, vicino al lago di Bracciano.

È un uomo alto, muscoloso, con gli occhi azzurri. Gli piace la vita all’aperto, fare palestra e la pesca al luccio, così ha comprato e ristrutturato una barca di legno, che ha chiamato Northern pike e quando il tempo lo permette esce con i suoi amici a pesca sul lago.

Si è arruolato nell’autunno del 2003, ma non per soldi o perché era alla ricerca di un posto fisso e ci tiene a specificarlo. Si è arruolato per passione e perché nella sua famiglia suo padre e suo fratello sono militari.

“Non vengo da un posto come i quartieri spagnoli, non l’ho fatto come tanta gente del sud, che vede l’esercito come l’equivalente di un contratto a tempo indeterminato. Ma l’ho fatto per un motivo, che è sempre stato quello: più uomo di così non puoi essere, giusto? Vai a fare il lavoro più eroico, fico e onorevole che ci sia. Per me sedermi a tavola oggi con mio padre non è come se non fossi mai partito, perché il giorno in cui sono tornato dopo essere stato in altre città, dopo avere viaggiato da solo, dopo avere convissuto con gente che non sono più i tuoi amici, da quello figlio di nessuno a quello ricco che lo fa per il gusto di farlo. Quando sono tornato a casa, dico, e ho visto gli occhi di mio padre che non mi guardavano più come un ragazzino, ma come un uomo, è stata un’altra cosa. Forse è questa la motivazione per cui sono partito”.