Abitare nel futuro – una conversazione con Marianna Martino

1zand

di Merende Selvagge (Domitilla Pirro, Francesco Gallo)

È notizia delle ultime ore: il Salone dell’Auto lascia Torino per Milano. La chiave di lettura privilegiata? Un nuovo fallimento da parte della giunta Appendino. La percezione interna? Questa è simile e al tempo stesso un po’ più complicata — anche per chi è tra i primi ad aver messo like a questa pagina.

La prima volta che incontriamo Marianna Martino non è la prima volta che incontriamo Marianna Martino. L’abbiamo già incrociata mentre se ne stava immersa in un bicchiere di Spritz. In un’altra occasione ci è parso di vederla annidata in una casetta per gli uccelli, quelle da giardino. Ci è capitato di intercettarla mentre era agganciata a una corda per stendere il bucato, o aggrappata alla lancetta dei minuti di un orologio, o ancora a bordo di una barca fatta di carta di giornale. Una volta, addirittura, l’abbiamo vista seduta su una delle poltrone della Loggia Nera di Twin Peaks.

Buongiorno, sono un difensore della c.d. famiglia tradizionale

family

Riprendiamo una riflessione di Giulio Mozzi uscita su Vibrisse, ringraziando l’autore.

di Giulio Mozzi

Buongiorno, sono un difensore della c.d. famiglia tradizionale. Metto quel “c.d.” (cosiddetta) perché quello che non mi va giù, nell’uso del concetto di “famiglia tradizionale” che sento fare in giro, è che la parola “tradizionale”, anziché essere usata nel senso descrittivo, è usata in senso qualitativo: secondo l’idea che ciò che è “tradizionale” è buono ed è meglio.

Tanti anni fa, in una trattoria, la cuoca ci propose un piatto affermando: “È fatto come lo faceva la mi’ nonna!”. Io domandai: “Ma sua nonna lo faceva bene?”; e la cuoca non seppe cosa rispondere. Ancora più anni fa, mi ricordo mia nonna, che avendo assunta una nuova signora per i servizi di casa, a ogni domanda di costei su come cucinare la tale o la talaltra cosa (perché, per l’appunto, ogni casa ci ha la sua tradizione), rispondeva: “Nel solito modo, cara”.

Albinati, Nori e la didattica della scrittura narrativa

snoopy

(fonte immagine)

In una striscia dei Peanuts – a suo modo una piccola lezione di scrittura – Snoopy è alle prese con il suo infinito romanzo. Seduto sul tetto della cuccia, le zampe sulla tastiera della macchina da scrivere, fantastica una serie di situazioni narrative fiammeggianti. Si sente l’immaginazione al lavoro, una fame di scene: quello che non si riesce a capire è come il beagle inventato da Schulz riuscirà a collegare tra loro i diversi nuclei drammaturgici. Un dubbio che presto evolve in tormento e che lo stesso Snoopy rende palese nell’ultima vignetta: «Ho paura di essermi stretto alle corde», pensa.

Parlare di racconti. Arriva Cattedrale

raymond-carver

Da oggi è online Cattedrale, un progetto dedicato interamente al racconto. Nasce come osservatorio che intende monitorare, promuovere e sostenere il racconto nella sua forma letteraria. Pubblichiamo un intervento di Rossella Milone, coordinatrice del progetto e vi invitiamo a visitarlo su www.cattedrale.eu  (nella foto, Raymond Carver. Fonte immagine)

Parlare di racconti

di Rossella Milone

Durante l’ultima edizione del festival Pordenonelegge, è stato organizzato il consueto appuntamento con la Mappa dei sentimenti: degli incontri specifici con alcuni scrittori che raccontano, a modo loro, i sentimenti più comuni della nostra umanità – dalla gelosia all’amore, dall’inquietudine alla speranza, dall’odio alla felicità. A differenza degli altri anni, però, in questa edizione l’organizzazione ha pensato di affidare ciascuna di queste parole a una forma di narrazione precisa, cioè al racconto, perché in effetti è questo che fa la letteratura meglio di qualsiasi altra cosa: parlare di noi e di quello che ci lega agli altri.
Gli scrittori invitati hanno quindi scritto i racconti. Il pubblico li ha ascoltati nell’arco di due giorni, disseminati in vari posti della città, in varie ore. Un po’ come quando i racconti erano ancora orali e ancora compivano quella strana stregoneria di spostarti dal tuo solito posto e portarti altrove per finta, attraverso l’affabulazione.

Giorgio Falco e la gelida microfisica dell’impotenza

burlesque-twins-tove-jessica-frank

Questo pezzo è uscito su alias/il manifesto.

Nella scrittura di Giorgio Falco c’è qualcosa di fisiologicamente perturbante. Un senso di compressione esercitato dalla scrittura stessa sul nostro sguardo, un incedere della frase che non ha nulla di neutro ma esiste come un vero e proprio contrapporsi allo sguardo medesimo. Quello che Falco, una riga dopo l’altra, riesce a far accadere è una particolare (rarissima) esperienza: in ogni sua pagina il tempo è pressione, percussione, tamburo battente. Fin da Pausa caffè, il suo esordio del 2004 con Sironi (una raccolta di racconti dilagante e autoptica, splendida intuizione editoriale di Giulio Mozzi ai tempi di una collana indispensabile come fu Indicativo Presente), e passando per L’ubicazione del bene, pubblicato nel 2009 da Einaudi Stile Libero (un libro in cui le case sono le declinazioni concrete di un’allucinazione di salvezza), si ha la sensazione che Giorgio Falco sia dominato da una duplice ossessione: da un lato dal bisogno di ricomporre per via letteraria una genesi del contemporaneo, vale a dire di quella cosa che chiamiamo presente; dall’altro dal desiderio di rendere conto nella lingua di ogni microfenomeno umanamente percepibile – gli infrasuoni, l’ultravioletto, le più minuscole increspature dell’esistente. La combinazione di queste due ossessioni genera una scrittura famelica, un impulso linguistico di continuo all’inseguimento delle cose, della loro forma, della materia che le costituisce, di come il tempo in modo naturale le disgrega.

Le scritture che traboccano

composition-iv-1911

Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Composition IV, Wassily Kandinsky.)

Ci sono scritture che traboccano. La sostanza liquida della lingua non sta più nel suo alveo, raggiunge i bordi e comincia a tracimare. Alla leggenda (o alla storia) dei libri «scritti a tavolino» – e i tavolini più inquietanti non sono quelli che starebbero nascosti nei seminterrati delle grandi case editrici ma quelli conficcati nel cranio di chi scrive – queste scritture reagiscono rompendo ogni argine formale, procedendo per effrazioni della sintassi e smisurando la scelta lessicale. Dando vita, dunque, a vere e proprie visioni.

La loro pubblicazione accade in modo anomalo. Dovrebbe essere un’irruzione sulla scena letteraria, l’equivalente di una piccola abnorme fecondissima catastrofe. Nella realtà dei fatti sbalordisce la quota di silenzio che nella maggior parte dei casi ne accompagna la comparsa (rendendola dunque indistinguibile dalla scomparsa, come se la pubblicazione fosse per questi libri una fase dell’oblio). Scritture simili, rispetto ai boati dei primi posti delle classifiche di vendita, sono suoni sottilissimi, infrasuoni che domandano un ascolto altrettanto sottile e accurato. Nel momento in cui decidiamo di dedicarglielo, ci inoltriamo in una serie di scoperte.

Libri contro muri

00450623_b

Pubblichiamo una recensione di Carlo Mazza Galanti, uscita su «Alias», su «Dentro» di Sandro Bonvissuto (Einaudi).

“Sandro Bonvissuto ha quarantadue anni, fa il cameriere in un’osteria romana ed è laureato in filosofia”: la brevissima presentazione sulla quarta di copertina di Dentro introduce subito alla stringatezza di questo autore che esordisce “più o meno” già maturo e direttamente nel bianco prestigioso dei supercoralli einaudiani. I quali già da un po’, a pensarci, non tiravano fuori qualcosa di così nuovo, buono e interessante. “Più o meno”, perché in fondo al risvolto la “bio” si allunga e scopriamo che un paio di anni fa Bonvissuto pubblicò per un piccolo editore una raccolta di racconti che non fu mai distribuita, di cui aspettiamo la riproposta: i tre racconti compresi nel suo quasi esordio sono infatti, in buona parte, piccole perle di misura e ponderatezza letteraria. Verrebbe da pensare a certo minimalismo che via Giulio Mozzi ha preso abbastanza piede qui da noi e di cui l’ultima e più convincente incarnazione è, a mio parere, quella di Giorgio Falco. Ma Bonvissuto è un quarantaduenne laureto in filosofia che lavora in un osteria romana e non mi stupirei se ci tenesse a rivendicare una certa indifferenza, o quanto meno indipendenza, rispetto a tendenze e combriccole editoriali magari preferendo ascrivere la sua asciuttezza di stile ad altre e alte sfere, persino filosofiche perché no.

Quando parliamo della nostra generazione

Questo articolo è apparso su Repubblica del 10 giugno 2009. Fermati Piero, fermati adesso lascia che il vento ti passi un po’ addosso Quando usiamo espressioni come “la mia generazione”, “la nostra generazione” – spesso pronunciandole con orgoglioso autocompiacimento o con sottintesa recriminazione, sempre calcando sul possessivo che delimita i confini e marca le differenze […]