Arruina, la favola nera di Francesco Iannone

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di Giuseppe Lorenti

Photo by Alex Grodkiewicz on Unsplash

C’era una volta e c’è ancora. La favola che si trasforma in romanzo moderno. Questo è “Arruina”, romanzo di esordio di Francesco Iannone pubblicato da Il Saggiatore. Una favola nera con echi di un’epica lontana, un romanzo, apparentemente, senza tempo e senza luoghi.

Catania e il dissesto. Un reportage

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di Giuseppe Lorenti (foto dell’autore: Piazza Carlo Alberto, mercato di Catania).

Una mattina fredda a Catania, in gennaio, è il sole che riesce a scaldarti, nel cielo terso, colorato di un azzurro pulito e con un vento leggero che è una lama di rasoio che ti ferisce, dolcemente, sul volto. La mattina del 7 gennaio, 2019, è una di queste. Io viaggio in metropolitana, la cosa più rivoluzionaria accaduta nella mia città negli ultimi 20 anni, perché ho un appuntamento in banca, in quella che negli anni sessanta era la City catanese. Viaggio in metropolitana con le cuffie collegate al telefono. Cuffie grandi e bianche perché, buffamente, cerco di esorcizzare i miei 54 anni seguendo mode più da teenager che da uomo adulto.

Nelle orecchie risuona una canzone di Carmen Consoli, “In bianco e nero”, e mentre mi fermo al capolinea riecheggia un passaggio del testo: “nitido scorcio degli anni sessanta di una raggiante Catania”.

Le distorsioni sul racconto dell’immigrazione

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di Giuseppe Lorenti

A me piace camminare a piedi. A me piacciono gli spazi larghi che lasciano l’opportunità di osservare la linea dell’orizzonte. A me piace il mare. A me piacciono le contraddizioni. Quel fascino per ciò che costringe a interrogarti è stato, sempre, la mia forza e la mia debolezza. A Catania c’è un luogo che contiene in sé questi elementi: il suo porto. Un’ansa profonda che si apre sul Mediterraneo e che, dal 2018, si è trasformata nella nuova frontiera dei migranti che muovono verso l’Europa.

Questo raccontano i dati del Ministero dell’Interno che evidenziano come, da gennaio 2018, ci sia stato un profondo cambiamento nei flussi in arrivo dall’Africa.

Catania 2016, tra lo Stabile e il Teatro Coppola

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(fonte immagine)

di Giuseppe Lorenti

È un venerdì. Uno di quei venerdì di Aprile che nel resto d’Italia è, ancora, inverno e a Catania è già primavera inoltrata. Di più, è l’anticipo dell’estate. Io cammino nel cuore del centro storico e barocco, mi perdo tra Via Teatro Massimo, Piazza Vincenzo Bellini e via Maria Callas. Un incrocio di strade che è un’esplosione di contrasti, una battaglia di chiaroscuri. Il nero, profondo e intenso, dei palazzi e della pietra lavica che si infrange e si confonde con il bianco, accecante e luminoso, della luce che rimbalza dal Sole della primavera siciliana. Perdersi è meraviglioso in queste giornate e tra queste strade.

Io ho deciso, in questo venerdì d’Aprile, di tornare a teatro dopo anni di colpevole  assenza. All’Angelo Musco, per la stagione del Teatro Stabile, debutta uno spettacolo che porta in scena la storia di una giovane e bella attrice catanese e di un grande regista italiano. La storia di Daniela Rocca e di Pietro Germi, una storia che inizia con “Divorzio all’italiana” e finisce in una clinica psichiatrica, una storia di cinema, d’amore e di follia.

Catania: come cambia una città

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(Nella foto, i silos del porto di Catania dopo gli interventi di otto street artist. Fonte immagine)

di Giuseppe Lorenti

Io sono un Pentito. Per anni ho frequentato le più luride bettole dei “peggiori” quartieri di Catania, perché volevo mangiare solo carne, ancor di più carne di cavallo. Lontano dalle luci delle notti catanesi, mi inoltravo con alcuni amici, fidati e carnivori, in Via del Plebiscito, superando quella linea di confine tra il quartiere degli Angeli Custodi e San Cristoforo. Era quasi un rito di iniziazione, quel piacere di spingersi oltre, un sentirsi adulto e catanese: carne di cavallo al sangue, del vino rosso, spesso, anzi sempre, di pessima qualità. E poi, mi sono Pentito. Sono diventato vegetariano e sono andato oltre. Oggi sono vegano. Io sono cambiato, Catania è cambiata. Alla carne, che confesso, ogni tanto, tradivo volentieri con il pesce, cotto alla brace e al sale, ho iniziato a preferire il tofu alla piastra e il seitan kebab, al vino la birra, rigorosamente artigianale, mentre in città si alternavano il “Faraone” Scapagnini, il “ragioniere” Stancanelli per poi, nel 2013, riapprodare, alla guida dell’amministrazione comunale l’uomo della primavera catanese, il “sempreverde” Enzo Bianco.