L’antifascismo risorgimentale di Leone Ginzburg

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(Nella foto: Cesare Pavese, Leone Ginzburg, Franco Antonicelli e Carlo Frassinelli. Fonte immagine)

Una versione ridotta di questo articolo è uscita su L’indice dei libri del mese.

di Danilo Breschi

L’8 gennaio del 1934 Leone Ginzburg rifiutò di giurare fedeltà al fascismo. Decretato nell’agosto del 1931 ed entrato in vigore nell’ottobre di quell’anno, l’obbligo ai professori universitari di prestare giuramento di fedeltà non solo alla “patria”, come recitava un regolamento generale del 1924, ma anche al “regime fascista” fu respinto soltanto da tredici professori ordinari di università statali che, così facendo, persero cattedra, stipendio e pensione. Tredici su milletrecento. Ginzburg non è ancora professore di ruolo, ma libero docente di letteratura russa presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Torino. Ha soltanto venticinque anni.

Le lettere di Sacco e Vanzetti

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Ottantacinque anni fa, nell’agosto del 1927, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti vennero giustiziati sulla sedia elettrica. Nel 1920, i due anarchici italiani erano stati arrestati, perché accusati di due rapine e di un duplice omicidio che non avevano commesso. Nei sette anni tra l’arresto e l’esecuzione si sviluppò un’amplissima campagna di opinione internazionale per la revisione del processo e la loro liberazione. Oggi noi sappiamo che non solo Sacco e Vanzetti erano innocenti, ma che quel processo fu un clamoroso errore giudiziario, in parte prodotto dall’isteria americana per il terrore dei radicali, unito alle paure per i “pericoli” dell’immigrazione italiana.

Martha Nussbaum. Tutti i capricci della filosofia

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Pubblichiamo un’intervista di Matteo Nucci, uscita sul «Messaggero», alla filosofa Martha Nussbaum

Una ventina di anni fa, mentre sognavo di realizzare una carriera accademica e passavo il giorno intero su brevi frasi di Platone, mi arrivò tra le mani un libro di cui si parlava fin dalla sua uscita americana. S’intitolava La fragilità del bene. Erano ottocento pagine in cui l’autrice newyorkese, Martha Nussbaum, rileggeva Platone, Aristotele, i tragici e i grandi temi etici del mondo classico. Mi entusiasmai. Io che soffrivo nell’estenuante lavoro filologico, mi trovavo finalmente di fronte a un lavoro di ampio respiro. “Così si deve fare”, dicevo al mio migliore amico, anche lui studioso e molto migliore di me, che scuoteva la testa e ripeteva “nulla di nuovo, nulla di nuovo”, sottoponendo a critica punto per punto le tesi del libro. Io ridevo e non gli davo ascolto. Del resto, di Martha Nussbaum si sparlava parecchio, come spesso capita nel mondo accademico di fronte a chi ha successo, e questa mi pareva la migliore conferma che quel mondo fosse, prima o poi, da abbandonare.

Risorgimento

Questo saggio è apparso sull’ultimo numero di Nuovi Argomenti. A chi interessa ancora il Risorgimento? A chi interessa davvero non una sua celebrazione stantia, retorica, patriottarda, ma il frutto di una memoria viva, fervida anche quando critica? Se c’è una parola che si aggira come una meteora alla deriva nel dibattito cultural-politico degli ultimi anni, […]