Su “Questi giorni” di Giuseppe Piccioni

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di Valerio Valentini

Un attimo dopo a quello in cui nell’animo di Adria il sospetto sul malessere di sua figlia Liliana matura in modo improvviso e feroce, dei volti di donne goffi e ridicoli, con in testa retine bigodini e messe in piega lasciate a metà, colorano il pathos con tinte di grottesco felliniano. La tensione che s’accumula nella scena in cui Liliana e Caterina litigano e piangono in una squallida stanza d’ospedale si scioglie in un sorriso di fronte alla tenerezza impacciata di una delle due ragazze («Mangia un po’ di crostata» «Non posso, se prima non mi lasci le mani»).

Nei momenti più tragici di Questi giorni, si ride. E già questo basterebbe a suggerire che quello di Giuseppe Piccioni è stato un buon lavoro. Ma che il regista ascolano avesse una notevole capacità di governare vari registri, toni diversi, modulandoli in maniera tutt’altro che scontata, in fondo lo si sapeva già: lo dimostravano le sue opere precedenti. Quanto a Questi giorni, presentato in concorso alla 73sima edizione del Festival di Venezia, come giudicarlo?