Il Joker metafisico di Joaquin Phoenix

1jok

Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo.

Molto più che un trailer: centoquarantatrè secondi di pura vertigine. Quanto basta per annunciare che all’inizio di ottobre Joaquin Phoenix sarà il Joker, su tutti gli schermi del mondo. Non si tratta dell’ennesima star inguainata in calzamaglia da supereroe, o da arcicattivo: Joker, diretto da Todd Phillips, promette di eccedere il genere, celebrando la sovrapposizione di due frammenti speculari di immaginario. Joaquin e il Joker, l’icona perturbante dell’ultima Hollywood, e il villain più seducente mai creato dal mondo del fumetto.

Una visione di Bohemian Rapsody

1bohem

Freak sensuale e diabolico, infantile e spietato.

Dentoni da cartoon e sguardo da fauno assassino, trangugiatore postmoderno dei fratelli Marx e del melodramma, del metrosexual Rodolfo Valentino, e della sua distorsione parodica.

Straniero sempre, soprattutto a se stesso, dall’adolescenza da Little Richard zoroastriano di Zanzibar, alla metamorfosi in elfo di Kensigton dalle orecchie puntute, evocato da chissà quale druido.

Per assurgere poi a Regina baffuta e incoronata, mantello lucente e pantaloni da olimpionico, al cospetto di masse adoranti.

Storie scellerate: Flavio Bucci

1bucci

(fonte immagine)

È stato presentato alla Festa del cinema di Roma Flavioh, un film-documentario su Flavio Bucci. Per l’occasione, pubblichiamo un estratto da Hollywood sul Tevere, il libro di Giuseppe Sansonna uscito qualche tempo fa per minimum fax: un ritratto dello stesso attore di origini molisane. Ringraziamo editore e autore.

“Nel dissoluto ambiente del teatro, pieno di pazzi e di stravizi, si ripete una massima, da sempre: C’è una cosa sola che ti ammazza. E non sai qual è, fino all’ultimo istante”. A rantolarlo a se stesso è Flavio Bucci, perso tra decine di tavolini vuoti, in un bar di Passoscuro, a due passi da Fregene.

L’insegna del locale, alle sue spalle, lampeggia insistente Moby Dick, cubitale come il cartellone di un teatro. Bucci la asseconda silenzioso, sprofondato in un filologico Achab, munito di cappellaccio a falde larghe, cappottone e il vago rimpianto di chi è scampato a malincuore alla propria intima balena bianca.

Dogman, il western eretico di Matteo Garrone

1dogman

In congedo temporaneo dalla laboriosa costruzione del suo Pinocchio, Matteo Garrone si è concesso una magnifica geminazione laterale.

Il Dogman incarnato da Marcello Fonte sembra infatti una curiosa variante del burattino collodiano.

Fragile, ossuto, dal mansueto cuore di cane che traspare nel languore degli occhi enormi, smarriti nell’osservazione di un consesso umano piccolo e feroce.

L’Amleto secondo Carmelo Bene

ameleto

Pubblichiamo un pezzo di Giuseppe Sansonna tratto dal libro La cura Shakespeare, a cura di Amedeo Caruso, pubblicato da Lithos edizioni.

“Qualis artifex pereo” è l’epitaffio, sussurrato a se stesso, dall’Amleto di Carmelo Bene, regista e principale interprete della vicenda del celebre principe danese. Trafitto a morte da Laerte, recita la propria agonia esalando l’addio al mondo di Nerone, fedelmente riportato da Svetonio nelle biografie dei Cesari. Deposto dal Senato, solo e senza protezione, l’imperatore si uccise sfiatando un ultimo rammarico, per la fine simultanea dei suoi istrionismi da dittatore e di una controversa carriera poetica: “Quale artefice muore con me!”. Artifex poetico, di una rivoluzionaria scrittura di scena, è quanto ha mirato ad essere Carmelo Bene, nel suo intero percorso artistico.

Tracce di Bene

04_salome_teatro

Dopo essere stato presentato alla Festa del Cinema di Roma, questa sera debutta su Sky Arte il documentario di Giuseppe Sansonna su Carmelo Bene. Questo articolo è uscito su Robinson  – La Repubblica di Nicola Lagioia “Sono un anarchico. Sono fuori da ogni problema politico. Credo negli uomini, i cittadini mi fanno schifo. I ministeri mi fanno […]

Ugo Tognazzi: il comico fisiologico

tognazzi

Il 23 marzo 1922 nasceva a Cremona Ugo Tognazzi. Riproponiamo l’estratto da Hollywood sul Tevere. Storie scellerate di Giuseppe Sansonna a lui dedicato, ringraziando autore e editore.

Un giorno non meglio precisato del 1965, un trafelato Antonio Pietrangeli irrompe a casa di Ugo Tognazzi. Ha bisogno, in tempi brevissimi, di un suo cameo, a qualsiasi costo. Sta girando Io la conoscevo bene: la protagonista è una giovanissima Stefania Sandrelli, non ancora vedette, e i produttori gli hanno imposto la presenza nel cast di una star affermata. Qualcuno del calibro di Tognazzi. Che, però, è ormai così richiesto da essere già impegnato, in contemporanea, su ben due set. Non ha un minuto libero ma, da istintivo conoscitore di uomini, è affascinato da Pietrangeli. Gli riconosce uno sguardo sottile, capace di non cadere mai nella costruzione di facili macchiette, abbondanti invece anche dalle parti nobili della commedia all’italiana.

Essere diretto da lui, poco tempo prima, nel Magnifico cornuto lo ha esaltato e traumatizzato. Ripetere una scena anche quindici volte, perché ogni dettaglio sia perfetto, anche nei movimenti delle comparse sullo sfondo, è un metodo di lavoro deleterio per il temperamento dell’attore cremonese, per quanto gratificante possa rivelarsi il risultato finale.

La parola mala: un estratto

mala

Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un estratto dal libro La parola mala, a cura di Giovanni Chianelli, uscito per Ad est dell’equatore.

di Giuseppe Sansonna

La volgarità non è volgare: si potrebbe parafrasare così il Maupassant citato da Max Ophuls, ne Le Plaisir. Quello che affermava che la felicità non è allegra.

Forse tutto dipende da come le si maneggiano, volgarità e felicità: declinazioni diverse, a volte complementari, del vitalismo espressivo. L’ebbrezza della liberazione del linguaggio, lo sconfinamento improvviso nella trivialità, può generare lampi d’allegria. Per questo il parlar grasso è usato, e spesso abusato, da tanto cinema comico.

Alla ricerca di Franco Citti per un film (in preparazione) su Carmelo Bene

bene-citti

Giuseppe Sansonna sta preparando un film su Carmelo Bene. Un film che nasce da una sfida paradossale. La voce di Bene, autentica e inedita, entrerà in collisione con un immaginario filmico interamente ricostruito, impostato sulla soggettiva beniana. Sullo schermo scorrerà l’ipotesi di ciò che Bene ha visto o creduto di vedere. Si susseguiranno lunghi carrelli, piani sequenza di ampio respiro, ricchi di movimenti interni. Affollati di volti e luoghi salentini, rimasti immutati nel tempo, molto simili a quelli che hanno popolato l’infanzia beniana. Il linguaggio filmico tenderà a mimare il processo mnemonico. Una memoria attiva, evocativa,  dichiaratamente aperta a deformazioni immaginifiche, sospesa tra lirismo e ineluttabilità del grottesco.
Potrebbe intitolarsi “Ventriloquio”, come un film di Carmelo Bene, mandato inavvertitamente al macero dalla Rai.
Franco Citti è il primo personaggio incontrato da Sansonna per questo suo progetto. Il primo corpo di cui Carmelo Bene è diventato ventriloquo. minima&moralia vi terrà aggiornati sullo stato di lavorazione di questo film. Speriamo – con Giuseppe – di darvi presto belle notizie.

Intanto vi proponiamo questo articolo che, con foto inedite, è contenuto nel numero 18 di “Il Reportage”, attualmente in libreria. Ringraziamo il direttore Riccardo De Gennaro e vi invitiamo ad acquistare la rivista (sempre più interessante e bella da sfogliare) e a visitare il sito: www.ilreportage.eu. (L’immagine è di Claudio Abate)

Due anni fa, in una fase dadaista della mia esistenza, fui scaraventato nel centro storico di Cave, un piccolo borgo a sud di Roma. Vivevo in via Prenestina Vecchia, all’ombra dell’arco sconnesso e pieno d’edera che delimitava la fine del paese. “Una casa pasoliniana” raccontai a me stesso, per indorare la miseria. Il malfermo appartamentino, al secondo e ultimo piano di una casupola in pietra scura era impreziosito da un bagno abusivo, innestato sulla parete esterna, come una palafitta di metallo bianco. Affacciandomi alla finestra, scoprii l’unico pregio della  casa: una vista sconfinata sulla vallata, lussureggiante di castagni.

Il nostro coetaneo

compleanno-paz-15

Venticinque anni fa, il 16 giugno 1988, moriva Andrea Pazienza, probabilmente per overdose. È sepolto nel cimitero di San Severo.

Pescara è un paradosso disteso sul mare. Conteso tra due anime, speculari e opposte. Da un lato l’estetismo armato di Gabriele D’Annunzio, dall’altro la vena caustica di Ennio Flaiano. Il primo tuonava in divisa di gala “Memento audere semper”, il secondo sibilava perfido che “gli italiani sono sempre pronti a correre in soccorso dei vincitori”. Oggi, sul lungomare, rimangono sparuti residui delle splendide ville liberty e art nouveau, annichilite nel 1943 dalle bombe alleate. L’avveniristico Ponte sul mare, da Miami minore, incombe sull’infinito filare di palme e sulla fitta schiera di stabilimenti balneari. Qui, in una casa tra il Lido Medusa e il Bagno Orsa Maggiore, nasceva nel 1958 Marco Masoni, eroe mancato del calcio pescarese. Uno che in campo sprizzava talento, considerava il sonno come tempo rubato alla vita e non voleva che il calcio gli prosciugasse le altre passioni. Nei primi anni settanta era un gioiellino delle giovanili del Pescara. Già annoiato dalla vacuità dell’ambiente, preferiva frequentare il coetaneo Andrea Pazienza, durante le occupazioni del liceo artistico locale.