Bambini nel tempo – cosa sapevano Victor Hugo e Dostoevskij dell’infanzia

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Durante le vacanze leggo solo i classici. Anche se, senza altri impegni, abbandonando telefono e computer al loro triste destino di filamenti di silicio che nonostante il potere che ora esercitano su di me non parteciperanno un giorno alla redenzione dei corpi, e sprofondando per ore tra le loro pagine, mi rendo conto che non si tratta più di lettura. È una questione di ipnosi.

Come si esce dalla lettura dei classici? Con i polmoni larghi e gli occhi nuovi. Si respira meglio. Si accoglie più vita dentro. E il mondo, lì dove tutto si confonde e si infittisce l’ombra, a tratti diventa più comprensibile.

In territorio selvaggio: un’intervista a Laura Pugno

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(fonte immagine)

In territorio selvaggio (nottetempo, 2018) è uno strano oggetto. Se per mole appare un libricino, per quantità e densità delle idee proposte è uno degli scrigni più capienti apparsi in libreria negli ultimi tempi. Si potrebbe definire un quaderno di appunti, o un diario scosso continuamente da domande e intuizioni che hanno più a che vedere con la poesia che con il saggio, ma sarebbe comunque riduttivo. Le parole chiave sono selvaggio, corpo, romanzo, comunità. Quando ha capito che intessendo e facendo brillare queste quattro parole come una costellazione era possibile non solo orientarsi, ma anche capire alcuni fenomeni che riguardano sia il mondo culturale sia la vita di ciascuno di noi?

L’ho capito, paradossalmente, quando mi è stato chiesto, da Andrea Gessner e Daniele Giglioli, rispettivamente l’editore e il curatore di questo libro, di scrivere un saggio a partire da una parola che era stata, da loro, identificata come particolarmente significativa per me, e del resto la collana in cui In territorio selvaggio è uscito s’intitola appunto Trovare le parole.

Audacia e rivelazione – dodici passaggi ne “La vita delle ragazze e delle donne”, l’unico romanzo di Alice Munro

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Colpevolmente, era da anni che non leggevo un libro di Alice Munro. Ne ho preso coscienza, e ho subito cercato di porvi rimedio. Così, senza saperne niente di più di quanto riportato in quarta di copertina, ho acquistato l’ultimo uscito.

Ultimo uscito, in questo caso, è un’espressione impropria – indica la lancetta di un orologio che scandisce più il tempo cortissimo dell’editoria che quello vasto e segreto della letteratura. Poiché la letteratura, quella vera, eccede sempre il tempo in cui fisicamente appare tra gli scaffali di una libreria. Sembra provenire, insieme, da un passato o da un futuro. Ed è nostra contemporanea, sempre. Anche se la lingua in cui è stata pensata, intanto, è morta o irrimediabilmente sbiadita – così che Archiloco continua ad abbandonare il proprio scudo sotto un cespuglio, e Saffo, perdendo la parola, si fa più verde dell’erba.

Breve trattato di storia naturale

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Eccoli lassù, in cima alla montagna. Nelle brevi estati scintillano al sole, nei lunghi inverni avvertono il peso della neve.

Ma tra loro non parlano, parlare non serve, ascoltano, questo sì, notte e giorno, senza lasciarsi sfuggire nulla, cogliendo la realtà lì dove la realtà svanisce, nel rumore del mondo.

E milioni di anni passati a perfezionarsi, moltiplicarsi, schierati e compatti, in lunghissime file, ricoprendo la cima della montagna.

Sembra ieri, loro lassù, e i dinosauri a valle, con i versi irritanti, le zanne sfoderate in ogni occasione.

Il mattino ha loro in bocca

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L’inquieto, una rivista che unisce narrativa e illustrazioni, è da poco online con  il suo decimo numero, Sabba, catechesi per adulti. Anticipiamo un racconto qui. L’illustrazione è di Serena Schinaia.

Mi dicevo: presto o tardi devono apparire
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Ogni giorno, svegliandosi, vestendosi, uscendo da casa, si aspettava di trovare un segno. Ma anche quella mattina il portone era pulito. Non riportava un coltello conficcato nel legno, né una croce dipinta con la vernice rossa, né un biglietto attaccato con lo scotch su cui una grafia elementare confermava il fatto che loro sapessero dove abitava.

C’era qualcosa, in quella pulizia, che gli gelava la fronte e le mani – e alla fermata, e poi sull’autobus, mentre prendeva posto e la città s’impigliava sui finestrini, si chiedeva come mai non si fossero ancora fatti vivi.

Storia del mio giardino

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Quando ci eravamo lasciati, mi ero dato nuove leggi. Non l’avrei vista. Non l’avrei chiamata. Non sarei passato davanti alla casa che ci aveva trattenuti insieme per anni, e nella quale, essendo di sua proprietà, lei abitava ancora. Per evitare ricadute, cancellai il suo numero dal cellulare e ripulii la memoria del computer.

La rigida osservanza delle leggi mi aveva permesso di sopravvivere – così, altre ancora ne fissai. Avrei cambiato amici. Avrei cambiato città. Avrei cambiato lavoro. Avrei disertato i social network e tagliato i capelli in altro modo.

Tutte queste cose insieme avevano fatto di me un’altra persona, e a volte, fissandomi allo specchio, notavo una crepa tra quel riflesso e l’immagine che credevo di possedere.

Chiamalo sonno, di Henry Roth, è un capolavoro rimasto troppo tempo fuori dalle librerie

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Ho sentito parlare per la prima volta di Chiamalo sonno nel 2015. A un incontro del Salone del Libro di Torino. Ho iniziato a cercarlo. Da allora, in qualsiasi libreria capitassi – di prima, seconda o terza mano – ho sempre chiesto se ne avessero copia. Un «no, niente» si è inanellato più e più volte in questi anni di ricerca svagata – poi, di colpo, la lunga catena dei dinieghi si è spezzata.

La terza guerra mondiale

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Aveva lasciato la festa prima che finisse. Era salito in macchina. Si era risparmiato il dovere sociale di stiracchiare qualche battuta in coda a un racconto affiorato per l’ennesima volta sulle labbra di un amico.

Fu felice di farlo, e ancora più felice di filare tra i viali deserti. L’oscurità affusolava gli angoli e sfumava il profilo dei palazzi. Qualche finestra illuminata, sebbene fosse notte fonda, testimoniava una vita che non era la sua, ancora più lontana e inaccessibile.

Un signore vomita davanti alla donna che ama. Su “Centuria” di Manganelli

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Da qualche tempo sul blog Altri Animali ricorre una rubrica, Racconti dalla cripta, in cui si parla di raccolte di racconti ingiustamente trascurate. Ripubblichiamo qui la puntata dedicata a Centuria di Giorgio Manganelli.

La prima volta che ho avuto per le mani Centuria, sapevo di andare incontro a racconti fuori dal comune, il nome di Manganelli in copertina era una garanzia. Non potevo immaginare, però, di trovare già in terza pagina uno dei miei racconti della vita.

Eppure, il numero due – in Centuria i racconti, lunghi invariabilmente una pagina e mezza, sono contraddistinti da un numero che va da uno a cento – ha preso subito posto tra quella schiera di brevi narrazioni che seguitano a pulsarmi dentro, come un cuore aggiuntivo, anche molti anni dopo la loro lettura.

La carta da parati

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Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un racconto contenuto nella raccolta tutti bambini (egg edizioni), di Giuseppe Zucco. Il libro verrà presentato questa sera presso la libreria Giufà, a Roma (ore 19): interverrà Christian Raimo.

di Giuseppe Zucco

Alle prime luci dell’alba, il bambino si svegliò. Aprì gli occhi. Li chiuse, li riaprì. Strofinò le palpebre con i pugni, si abituò alla luce.

Come piccole dita, la luce sbucava dalle feritoie della serranda di alluminio anodizzato e illuminava la carta da parati proprio sopra il letto. Il bambino tirò di lato lo strato del piumone, poi quello delle lenzuola. Si grattò la testa. Si alzò.