Guardando ovunque. Gli straordinari racconti di Grace Paley

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Amo Grace Paley al punto che una volta ho tentato di catturare (per poi usare) il suo sguardo e di chiuderlo dentro una  poesia. L’ho presa come se fosse ancora viva (e non lo è?) e l’ho portata a Napoli, in pieno centro, davanti alla chiesa dello Splendore di Montecalvario. Volevo vedere che effetto potesse avere la capacita di osservazione, di sintesi, di empatia, di lucidità, spostata da New York (teatro vivente di tutta la sua opera) a Napoli; la mia città d’origine, vitale e piena di gente e voci proprio come nel Bronx, ma voci di un coro molto diverso.

Lucia Berlin, la donna che scriveva racconti

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di Lucia Brandoli Bousquet

Ho iniziato a leggere i racconti di Lucia Berlin, A Manual for Cleaning Women, in agosto, in esilio dalla civiltà sulla riviera romagnola, quando per una serie di ragioni non riuscivo né a mangiare o dormire, figuriamoci deglutire le pillole d’integratori con cui speravo di emanciparmi dal cibo e ricrearmi una vita ai lidi che fosse simile a quella nello spazio. Diciamo che a me hanno reso le notti più sopportabili, semplicemente perché mi hanno fatto dimenticare chi ero, nonostante Whatsapp, l’infinite-scroll e i vari deficit d’attenzione.

Buona estate

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Care lettrici e cari lettori di minima&moralia,

come avrete notato stiamo riuscendo a mantenere il blog aggiornato quotidianamente anche in questi giorni estivi, garantendo l’uscita di almeno un pezzo al giorno – a proposito, un grande ringraziamento a tutti i collaboratori che con i loro articoli contribuiscono alla vita attiva del blog.

Uno sforzo, il nostro, ripagato dall’attenzione crescente verso minima e i suoi contenuti, tanto che l’ultima classifica di Teads sui blog più seguiti ci vede in seconda posizione. Letta la rilevazione, ciascuno di noi s’è concesso un piccolo urrà interiore, qualcuno avrà tracannato un altro sorso di liquore, dopodiché qualche giorno di vacanza, sempre con un occhio rivolto al blog.

Meditazioni sull’arte di scrivere racconti

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Pubblichiamo un estratto da A pesca nelle pozze più profonde di Paolo Cognetti (minimum fax) e vi segnaliamo l’incontro di domenica 7 alle 11 al Caffè letterario di Più libri più liberi: Paolo Cognetti e Christian Raimo si confronteranno sul tema “L’arte del racconto o della narrazione breve”.  (Fonte immagine)

Fuori dalla mia finestra, davanti al tavolo su cui scrivo, c’è un bosco di larici di una sessantina d’anni, piantato dalla forestale dove per secoli c’era stato un pascolo. Lo so per aver visto la foto di una famiglia di contadini nei campi: accanto passa una mulattiera delimitata da muretti a secco, sullo sfondo ci sono alcune baite. «Quella è casa tua», mi ha detto la signora che me l’ha mostrata, e che di quei contadini è nipote. «Casa mia?», ho chiesto io incredulo. Del bosco che sono abituato a vedere non c’era traccia. Neanche il profilo del pendio, così spoglio d’alberi, sembrava lo stesso. Poi ho dovuto riconoscere che la mulattiera era quella, e di case allineate in quel modo quassù non ne esistono altre.

A pesca nelle pozze più profonde

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È in libreria A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull’arte di scrivere racconti di Paolo Cognetti (minimum fax). Pubblichiamo il post, uscito sul suo blog il 24 ottobre, in cui Cognetti racconta come nasce questo libro e vi segnaliamo la presentazione oggi, mercoledì 19 novembre, alle 19.30 alla libreria minimum fax di Roma. Interviene Luca Ricci.

Ho cominciato a leggere racconti verso i sedici anni. Cioè, in pratica, quando ho cominciato a leggere per conto mio. I primi furono quelli di Bukowski: Storie di ordinaria follia, Taccuino di un vecchio porco, Musica per organi caldi. Adoravo il vecchio Hank come una rockstar, anzi un punk alcolizzato ed erotomane sopravvissuto fino alla terza età. Lo scrittore successivo a farmi secco fu Hubert Selby Junior, il tossico, il tubercolotico, con Ultima fermata a Brooklyn, e poi venne Dago Red di John Fante, quel figlio di immigrati abruzzesi che proprio Bukowski aveva salvato dall’oblio. Sono tortuose le vie che ti portano da un libro all’altro: allora la mia tecnica era quella di cercare gli scrittori preferiti dei miei scrittori preferiti – e in effetti funzionava. Mi piacevano gli americani per la loro lingua semplice, e per la vita che traboccava dai loro libri.

Ricordando Grace Paley

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L’undici dicembre del 1922 nasceva Grace Paley. Pubblichiamo la prefazione di Paolo Cognetti a Fedeltà, il diario in versi uscito per minimum fax nel 2011. (Fonte immagine)

America

L’ultimo libro di Grace Paley fu composto tra il 2000 e il 2007, mentre l’America eleggeva il suo presidente più fanatico e bellicoso, reagiva furente al trauma dell’11 settembre, invadeva l’Afghanistan e l’Iraq precipitando in un’epoca buia. Triste finale per una poetessa di ottant’anni, tutti spesi in una lotta appassionata contro le guerre, l’uso del petrolio e dell’energia nucleare, la violenza sulle donne e sul mondo. Ma non è che da vecchia si fosse ammorbidita, e le sue poesie lo testimoniano. Una volta, durante una festa del Ringraziamento, viene invitata a tenere un discorso ed esordisce in questo modo: Chiunque abbia raggiunto / gli ottant’anni rende grazie / all’Unico di turno e poi im- / mediatamente comincia a protestare. Un’altra volta si celebra l’anniversario di una certa istituzione del Vermont, e lei ne approfitta per ricordare ai poeti (anche i più gentili) che vivono in un paese impegnato in una guerra ingiusta, e il loro ruolo è quello di salire sui carri e gridarlo forte. Quando un editore le propone di pubblicare i suoi diari, taccuini pieni di me, la risposta suona più o meno così: e come la mettiamo con le mine antiuomo?

Too much happiness

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Alice Munro ha vinto il Nobel per la Letteratura. Pubblichiamo un commento di Paolo Cognetti uscito sul suo blog.

Sono giorni di festa per noi lettori di racconti. Chi l’avrebbe mai detto: il Nobel per la letteratura a una narratrice che, in vita sua, non ha scritto nemmeno un romanzo. Certo che per ottenerlo Alice Munro ha dovuto lavorare parecchio: circa centocinquanta racconti scritti in quarantacinque anni di carriera, al ritmo di tre o quattro all’anno, senza fermarsi mai. Nel più vecchio, “Walker Brothers Cowboy”, parlava di suo padre e di se stessa bambina, proprio come negli ultimi usciti l’anno scorso, nel libro che ha dichiarato essere il suo addio alla scrittura. Ma in fondo per tutta la vita ha scritto di fughe e ritorni. E ora mi piace ricordare che quando ha esordito lei, nel 1968, Raymond Carver faceva le pulizie di notte in un ospedale, il più delle volte ubriaco, e Grace Paley manifestava contro la guerra in Vietnam per le strade del Village, e adesso che entrambi sono morti da tempo questo premio è anche per loro due, che della Munro sono stati fratelli. E per le sue maestre del sud, Flannery O’Connor e Carson McCullers, e tutti quelli che hanno scelto di scrivere storie di poche parole.

Per Esmé, con amore e squallore 5

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Per Esmé: con amore e squallore è la rubrica di Paolo Cognetti dedicata all’arte della narrazione. Qui le puntate precedenti. (Immagine: Raymond Carver ritratto da Bob Adelman.)

Se avessi uno studio tutto per me, con una bella libreria e la luce giusta e i ritratti incorniciati di Hemingway e Fitzgerald, sul muro davanti al tavolo appenderei la regola di Sant’Agostino, solo un po’ modificata: Ama i tuoi personaggi, e poi fai quel che vuoi.

Davvero sento che questa è l’origine di ogni buona storia, e tutto il resto viene di conseguenza. Chi se ne frega della trama. «La trama», disse Grace Paley, «la linea assoluta tra due punti, roba che ho sempre disprezzato. Non per ragioni letterarie, ma perché non lascia speranze. Qualunque personaggio, vero o inventato che sia, merita un destino aperto nella vita». Per questo scriveva racconti: la forma breve le permetteva di scardinare le prigioni narrative e dedicarsi a ciò che le interessava, le voci, i ricordi, le vite delle persone. Ama i tuoi personaggi sarebbe piaciuto anche a lei, nonostante l’imperativo.

Per Esmé, con amore e squallore

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Inauguriamo oggi Per Esmé: con amore e squallore, la nuova rubrica di Paolo Cognetti – in concorso al Premio Strega 2013 con Sofia si veste sempre di nero – dedicata all’arte della narrazione. Di volta in volta Cognetti affronterà un autore diverso, a partire da Ernest Hemingway. Alle 18, a Benevento, verranno presentati ufficialmente i dodici candidati al Premio – per la prima volta sarà possibile seguire l’incontro in streaming qui.

Il racconto non è solo una narrazione breve, è una narrazione incompleta. Comincia dopo che qualcosa è già accaduto, finisce quando qualcos’altro deve ancora accadere: lascia fuori un bel pezzo della storia, e certe volte quello che resta fuori è perfino più importante di quello che c’è dentro. Il racconto, diceva Grace Paley, è un punto di domanda. Il romanzo ha l’ambizione di rispondere, di contenere tutto – se non proprio tutto il mondo almeno tutto un mondo – di costruire per noi una casa in cui abitare: alla fine chiuderemo la porta su un luogo che ci ha accolti per un po’ di tempo, e che conosciamo bene. Il racconto è piuttosto una finestra sulla casa di qualcun altro (o come in una poesia di Carver, “Chiudersi fuori e poi cercare di rientrare”, è una finestra su casa nostra quando abbiamo dimenticato le chiavi). Da fuori possiamo solo indovinare che cosa c’è dentro, farci un’idea della vita di chi ci abita, riflettere su quante cose non sappiamo. Confessare che non ne sappiamo quasi niente: il racconto è insieme una resa (non provo neanche a scrivere questa storia per intero, perché sarebbe un fallimento) e una sfida (ma ne scrivo un pezzo: tu sei capace di immaginare il resto?).

Fidelity

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Iniziamo questa giornata (mondiale della poesia) regalandovi due poesie di Grace Paley, poetessa americana scomparsa nel 2007, intellettuale militante, pacifista e femminista, che credeva nel valore laico della testimonianza. I suoi ultimi versi, vale a dire le poesie degli ultimi anni, sono stati raccolti nel prezioso volume «Fedeltà», curato e tradotto da Paolo Cognetti e Livia Brambilla.