Cosa fare dei padri? Un Edipo contemporaneo secondo Oscar De Summa

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Oscar De Summa è uno degli autori più ispirati di questi ultimi anni. Tempo fa “Stasera sono in vena”, straordinario esorcismo teatrale attraverso il fiume in piena del racconto-confessione, ne ha consacrato le doti di monologhista. “La cerimonia”, che ha debuttato in prima assoluta al Teatro Metastasio di Prato, nello spazio del Fabbrichino, lo fa ora per i testi con più personaggi.

A teatro con Roberto Bolaño

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Difficile portare in scena Bolaño! A Modena ci hanno provato dei ragazzi giovanissimi, freschi d’accademia e carichi di quell’energia sacra giovanile che è di per sé già spettacolo, guidati dal regista croato Ivica Buljan. «Universo Bolaño» ruota soprattutto attorno a «2666», opera mondo e ultima fatica dell’autore cileno scomparso a 53 anni, di cui restituisce soprattutto la ferinità allucinata.

Tutte le sfumature del femminile. In scena le “due spose” di Balzac

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«Louise e Renée» – in scena al Piccolo Teatro Grassi – è la traduzione scenica di un romanzo di Honoré de Balzac e rappresenta uno strano e sorprendente ircocervo teatrale. Da un lato lo si potrebbe definire un esempio di teatro borghese di oggi. Nel senso di un’operazione colta destinata a un pubblico avvezzo alla grammatica teatrale. Dall’altro lato, però, la regia di Sonia Bergamasco apre a immagini quasi oniriche, che scaturiscono da una scenografia minimale e raffinata che attinge all’immaginario del contemporaneo – fatta di panelli scorrevoli, trasparenze che creano profondità in grado di comunicarci una distanza nello spazio e nel tempo che si annulla nel rapporto epistolare tra le due protagoniste.

Santa Medea, migrante e martire. Il nuovo lavoro di Teatr Zar

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Nonostante i nomi altisonanti che affollavano il cartellone delle Olimpiadi del Teatro, ospitate lo scorso ottobre da Wrocław Capitale europea della cultura 2016, il vero cuore della manifestazione è stato lo spettacolo «Medee. Sul varcare», diretto da Jarosław Fret, regista della compagnia Teatr Zar e direttore dell’Istituto Grotowski. Lo spettacolo è stato poi ripreso a marzo di quest’anno, sempre all’interno dello spazio sacro del Teatr Laboratorium, uno dei luogo da cui partì la rivoluzione teatrale di Jerzy Grotoswki. Si tratta di una sala piccola, di mattoni nudi, per questo lavoro completamente invasa dalla struttura che ingabbia l’attrice Simona Sala, interprete e protagonista (ma in parte anche autrice del lavoro).

Roberto Herlitzka e la maschera dell’attor vecchio

Palermo 22.02.2016 - Teatro Biondo, "Minetti" Ritratto di un artista da vecchio, regia di Roberto Andò con Roberto Herlitzka.
Ph. Franco Lannino/Studio Camera

La maschera dell’attor vecchio è una delle più affascinanti della modernità, per quanto riguarda la drammaturgia. E oggi, in questo tempo che non sa più guardare al passato ma che ha anche smarrito un’idea costruttiva di futuro, è forse la maschera che meglio incarna quel senso di smarrimento nei confronti della contemporaneità che, mi sembra, si sta delineando come il tratto comune dei nostri giorni. I testi più interessanti sono tre (ma se ne potrebbero citare degli altri). «Il canto del cigno», capolavoro di poche pagine scritto da un Cechov ventiseienne, è forse il capostipite di questa schiera di vecchi artisti consumati dall’arte e rigettati dal tempo; sicuramente il più dolente e al contempo il più romantico.

Un pugno di libri ci salverà la vita. «By Heart» di Tiago Rodrigues

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Nadežda Mandel’štam riuscì a salvare le poesie del marito Osip, morto a causa delle purghe staliniane, mandandone a memoria i versi. Non usò solamente la propria, di memoria, ma anche quella degli altri, trasmettendo ogni poesia a dieci persone per volta. Quando arrivò alla decima poesia, cento persone conoscevano e trasmettevano i versi del marito. E così via. A quel punto, per quanto nascosta e segreta, la poesia di Mandel’štam si era pian piano trasformata in un fiume carsico che attraversava la Russia, per riemergere poi con forza al termine del periodo staliniano. Tra le persone che Nadežda incontrò in questa paziente opera di trasmissione ci fu Joseph Brodsky, futuro premio Nobel.

Simone Carella e il teatro del Tremila

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E alla fine se n’è andato, Simone Carella. A guardarlo lì, smagrito nel letto di un ospedale di Roma, non sembrava più lui, finché gli occhi un po’ spersi si facevano di nuovo attenti e ti guardava. E allora eccolo di nuovo lì, a fare capolino da una faccia scavata che non sembrava la sua, e a dire, senza riuscire davvero a parlare, con quella noncuranza sorniona che lo contraddistingueva, “Oggi non va, ci vediamo domani”.

E come fare, adesso, a raccontarlo Simone Carella? A raccontare le tante incarnazioni che ha avuto? Regista, artista sperimentale, organizzatore, agitatore culturale. Sempre in movimento eppure sempre legato a quella Roma che, se ancora vale la pena, è anche per l’impronta lasciata da gente come lui. Gente curiosa, attenta, gente per cui il gesto artistico è sempre legato agli altri, al teatro inteso come “noi” prima che come “io”. Persone che aprono spazi dove provare, sbagliare, ricominciare, spazi dove sentirsi a casa. C’è n’è sempre meno di quella gente. Oggi, con la scomparsa di Simone, c’è n’è drammaticamente ancora meno.

Venezia o Castalia? La Biennale fa danzare la città

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(foto di Andrea Avezzù)

Mentre sull’Europa soffia un vento di disgregazione con l’uscita del Regno Unito dall’Unione, Venezia grazie alla Biennale Danza torna a trasformarsi in quella città delle arti di taglio internazionale che ambisce ad essere per sottrarsi al destino di svendita a cui il turismo di massa sembra averla destinata. Un’utopia concreta e percorribile, allo stesso tempo affine e diametralmente opposta alla Castalia di Herman Hesse nel suo Giuoco delle perle di vetro, chiusa nel sogno di un’arte isolata dal mondo.

Qui il segno invece è l’apertura: dei palazzi storici, delle performance offerte allo sguardo del pubblico causale che si accalca lungo le calli. Col progetto “college”, che permette ai giovani danzatori di entrare in contatto con il lavoro di coreografi affermati, i campi di Venezia si riempiono di performance di breve durata che la gente si ferma a guardare incuriosita e – quel che più conta e stupisce – in religioso silenzio.

Edificare castelli. C’è un’alternativa alla desertificazione culturale?

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C’è un racconto di Chuck Palahniuk dove lo scrittore si meraviglia del fatto che diverse persone abbiano speso tempo e soldi per edificare castelli in giro per gli Stati Uniti. Non si tratta di un’opera di fiction, perché il libro da cui è tratto, «La scimmia pensa, la scimmia fa», è composto da una serie di reportage narrativi che raccontano storie improbabili ma assolutamente vere. Anche se si tratta di un’attività completamente senza senso, almeno dal punto di vista pratico, se la si guarda da un’altra angolazione può non stupire più di tanto: i castelli sono forme che hanno smesso di abitare la sfera del valore d’uso ma non sono mai usciti da quella del simbolico.

Anche l’Italia ha avuto i suoi eccentrici “costruttori di castelli”. È il caso del Castello di Sammezzano, del cui destino incerto si è tornato a parlare di recente. O del Castello Pasquini di Castiglioncello, che è stato invece recuperato dal comune di Rosignano, in provincia di Livorno. Chi si aggira per le strade del teatro contemporaneo il Castello Pasquini lo conosce bene, perché è da anni la sede di Armunia e del suo lavoro preziosissimo tra danza e il teatro.

Shakespeare 400. Ancora nella Tempesta

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Nel quinto atto del «La Tempesta» il mago Prospero, giunto alla conclusione della sua macchinazione che lo porterà a suon di incantesimi a riottenere il ducato di Milano e far sposare la sua Miranda con il figlio del Re di Napoli, decide di abbandonare la magia. Spezza la verga con cui dà ordini agli spiriti e sotterra il suo amato libro degli incantesimi.

Con un’assonanza abbastanza semplice, diversi studiosi hanno voluto vedere in questo monologo l’addio di William Shakespeare al teatro. «La Tempesta» è infatti l’ultima opera del drammaturgo inglese, andata in scena per la prima volta la notte di Ognissanti del 1611, cinque anni prima della sua morte, il 23 aprile del 1616.