L’essere vivente più vicino a Dio. “Laika” di Celestini è uno spettacolo che parla coi fantasmi: i nostri

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C’è chi lo conosce come volto della tv e chi come uno tra i massimi esponenti della narrazione a teatro, chi ha letto i suoi libri e chi lo ha seguito nel suo cinema poco ortodosso. Ma Ascanio Celestini è molto di più di un artista eclettico. Quando è comparso sulla scena teatrale, oltre quindici anni fa, ha fatto piazza pulita delle vecchie forme di racconto teatrale, tanto è che perfino improprio accostarlo a quel genere lì. Ascanio è un affabulatore, un tessitore di storie che come nessun altro riesce a tenere assieme la critica sociale e il fantastico, l’ambizione di riscatto e l’iperbole comica, animando con la nuda parola un teatro che in realtà è densamente popolato di voci e personaggi.

I marziani del teatro. Rezza-Mastrella in scena con “Anelante”

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Funambolico, spericolato, maturamente infantile e bambinescamente adulto, comico e tragico. Il teatro di Rezza e Mastrella non si può sintetizzare se non, forse, solo attraverso le due figure che lo producono e lo incarnano: appunto Antonio Rezza, comico surreale dalla plasticità impossibile e dall’incredibile versatilità vocale, e la sua complice dietro le quinte Flavia Mastrella, creatrice di scene lunari e impossibili, fatte di astrazione e materia. E forse è tutto qui il segreto di un’arte teatrale trascinante e personalissima, che ha saputo anno dopo anno, centimetro dopo centimetro, conquistarsi il proprio pubblico: l’attitudine del marziano.

Il “porcile” di Pier Paolo Pasolini: intervista a Valerio Binasco

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Da oggi Porcile di Pier Paolo Pasolini è in scena al teatro Metastasio di Prato, per la regia di Valerio Binasco. Pubblichiamo di seguito un’intervista a Binasco, comparsa nel programma dello spettacolo presentato in anteprima al festival dei 2 mondi di Spoleto (fonte immagine).

In un racconto intitolato «Calvino contro Pasolini», Christian Raimo immagina un destino alternativo dei due grandi scrittori del secondo Novecento italiano, in cui il primo è un autore “scomparso” che dopo il successo del primo libro si è rifugiato a Cuba scomparendo dai riflettori, mentre il secondo è diventato il boss un po’ mafioso della letteratura italiana. Proprio lui, PPP, autore contro per definizione. Si tratta ovviamente di un’operazione ironica e un po’ irriverente, che serve a prendere le distanze non tanto dal vero Pasolini, quanto dal momento a lui eretto dalla cultura italiana.

Che posto ha la tragedia in un mondo che non ha più il senso del tragico? Breve ragionamento attorno alla maratona teatrale di Jan Fabre

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“Ma ti è piaciuto?”. La domanda me l’ha posta un amico alla fine di Mount Olympus, la maratona teatrale di Jan Fabre sulla tragedia greca, che si è svolta al Teatro Argentina dell’ambito del Romaeuropa Festival. Travolto da un finale rutilante, osannato con 40 minuti di applausi da un pubblico in delirio, e con addosso un senso di torpore che andava ben oltre la spossatezza e il sonno, non ho saputo rispondere. Sulla base di cosa? Di quello che ho visto? O di quello che ho vissuto in 20 delle 24 ore della maratona? (ho fatto una pausa tra le 7 e le 11 del mattino).

Ascanio Celestini e il Coisp: perché il cinema non può raccontare il caso di Giuseppe Uva?

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Alcuni giorni fa è stato diffuso il testo di una lettera che Franco Maccari, segretario generale del COISP (sindacato indipendente di Polizia), ha pubblicamente indirizzato ad Ascanio Celestini. Si tratta di una lettera dai toni accesi, dovuti al fatto che nel suo ultimo film, «Viva la sposa» che verrà presentato alla Mostra del cinema di Venezia, Celestini affronta la vicenda di Giuseppe Uva, morto il 14 giugno 2008 dopo un fermo di polizia e successivo Tso, il trattamento sanitario obbligatorio. Ecco uno stralcio della lettera:

Lo hanno detto gli economisti!

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È un peccato che del post pubblicato sul suo blog da Stefano Feltri giovedì 13 agosto non sia rimasta traccia della versione originale, pubblicata il giorno prima. Il breve articolo in cui il vice direttore del Fatto Quotidiano prendeva posizione contro le facoltà umanistiche, tacciate di scarsa utilità e di spreco di risorse pubbliche, è stato successivamente corretto – cosa evidenziata da lui stesso in calce all’attuale versione – poiché riportava degli errori. E visto che il commento aveva suscitato un dibattito piuttosto vivace – tanto che l’autore ha sentito poi l’esigenza di tornare sull’argomento il giorno dopo – sembrava giusto correggerlo. E fin qui nulla di male: la rete consente di aggiornare le versioni dei propri scritti e se ci si avvale di questa facoltà onestamente (cioè segnalandolo) non c’è alcun problema.

Remo Remotti, genio e disciplina

Remo Remotti (foto Ilaria Scarpa)

Ancora in ricordo di Remo Remotti, ripubblichiamo una delle sue ultime interviste, concessa a Graziano Graziani e uscita originariamente su Paese Sera. (Foto di Ilaria Scarpa)

Nell’immaginario collettivo Remo Remotti c’è entrato in molti modi. Come Siro Siri, l’istrionico vicino di casa di Nanni Moretti in «Bianca», o come l’autore di “Roma Addio”, geniale invettiva sulla Roma anni Cinquanta. Classe 1924, sulla soglia dei novant’anni Remotti si esibisce ancora in vari locali di Roma, come il Beba do Samba di San Lorenzo, e un pubblico di affezionati anche giovanissimi lo segue con affetto. L’anno scorso ha pubblicato una compilation – «Remo!» – che raccoglie i suoi recital più famosi e quattro brani inediti. Noi lo abbiamo incontrato nella sua casa di Roma, vicino piazza Bologna, piena fino all’inverosimile dei suoi quadri e dei dipinti di amici e colleghi pittori.

Yes We Dead – lo zombi politico di Elvira Frosini e Daniele Timpano

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Questo testo è stato usato come accompagnamento al programma di sala dello spettacolo Zombitudine, in programma al Romaeuropa Festival 2014, fino al 28 novembre al Teatro dell’Orologio di Roma. (La foto è di Sefora Delli Rocioli)

“Gli zombi siamo noi”, dicono Elvira Frosini e Daniele Timpano. Siamo noi i morti viventi che affollano gli uffici, le strade, i centri commerciali e persino i teatri. Portiamo visibili sul nostro corpo i segni del disfacimento da cui pure ci sentiamo braccati, assediati come il classico drappello di sopravvissuti degli zombie-movie, ultima sparuta minoranza umana in un mondo di morti. E se la nostra umanità fosse svanita? Se la linea di demarcazione tra il dentro e il fuori, peraltro già sottile, si fosse completamente dissolta? Se la barbara orda famelica e la minoranza che resiste non fossero altro che ruoli che ci scambiamo di volta in volta?

Evocare l’invisibile. Il teatro di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini

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Pubblichiamo l’introduzione di Graziano Graziani al volume che raccoglie la Trilogia dell’invisibile di Deflorian/Tagliarini (edito da Titivillus). Il progetto è in scena fino al 16 novembre al teatro India di Roma. 

Vittorio Giacopini, durante un intervento alla fiera della piccola e media editoria di Roma di qualche anno fa, individuava un elemento di debolezza della letteratura italiana contemporanea, quello che lui definiva “deficit di esperienza”. Se la gente passa la maggior parte del suo tempo tra casa e ufficio, se si informa attraverso un computer e sempre attraverso un computer legge, guarda film, comunica, stabilisce delle relazioni, la parte della vita in cui si fa esperienza diretta del reale si riduce drasticamente. È un effetto evidente, quasi lapalissiano, delle società del terziario avanzato, che la contemporaneità – con la sua accelerazione tecnologica e l’erosione costante del tempo libero a favore di quello lavorativo – ha portato alle estreme conseguenze. E se uno scrittore non ha esperienza diretta della realtà, di cosa può mai scrivere nei suoi libri? Ecco allora l’avanzata vittoriosa e inarrestabile della letteratura di genere, dove il racconto finzionale deve seguire o variare quello che, a tutti gli effetti, è una sorta di “canone”; oppure lo sviluppo, ben più minoritario, di una letteratura minimale e di autofiction che restringe il campo visivo a quella parte di esperienza che è ancora possibile praticare.

Claudio Morganti, Gianni Celati e la vita errabonda dell’attore Vecchiatto

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Radio 3 dedica il mese di novembre al teatro: vi segnaliamo il programma completo e pubblichiamo una recensione di Graziano Graziani allo spettacolo La recita dell’attore Vecchiatto nel teatro di Rio Saliceto di Claudio Morganti e Elena Bucci. (L’immagine è di Ilaria Costanzo. Fonte.)

«La recita dell’attore Vecchiatto nel teatro di Rio Saliceto» messo in scena da Claudio Morganti e Elena Bucci è un piccolo capolavoro. “Piccolo” per la sua dimensione scenica – io ho avuto la fortuna di vederlo nella cripta del Magnolfi, a Prato, per il festival Contemporanea, con poche altre decine di persone sedute ai tavolini che sorseggiavano un vino offerto dalla compagnia – ma nella sostanza si tratta di uno dei più bei lavori degli ultimi anni, nonostante stiamo parlando di una lettura scenica. Come succede a diversi gioielli della scena contemporanea degli ultimi anni, complice un sistema teatrale ingessato e perennemente “a due velocità”, il lavoro di Bucci e Morganti non è stato visto da un grande numero di persone – cosa a cui ha posto parzialmente rimedio Radio 3, che ha scelto inaugurato il suo “mese del teatro”, che si svolge tradizionalmente a novembre, proprio con questo lavoro prezioso.