Notizie da un’emittente occupata

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Qualche giorno fa la polizia ha sgomberato la sede della tv pubblica greca, occupata da giugno. Pubblichiamo un reportage  di Graziano Graziani uscito sul giornale brasiliano Opera Mundi subito dopo l’occupazione. (Fonte immagine)

A Salonicco, davanti alla sede della ERT 3, il terzo canale della radio-televisione pubblica greca, c’è una sorta di presidio permanente in solidarietà ai lavoratori. Si è formato spontaneamente a partire dall’11 giugno, giorno in cui il governo ha deciso l’immediata chiusura dell’emittente, annunciandola in diretta tv alle cinque del pomeriggio. Il segnale, che secondo le parole del ministro avrebbe dovuto cessare alla mezzanotte di quello stesso giorno, è stato oscurato un’ora prima, alle undici, senza preavviso ulteriore. L’effetto, dal punto di vista simbolico, è stato dirompente. Soprattutto nelle zone più remote del paese, dai villaggi e dalle isole, hanno cominciato a chiamare. C’è chi pensava a una guerra, chi a un colpo di stato; fatto sta che per alcune ore l’oscuramento della televisione e della radio pubbliche ha gettato migliaia di greci nel panico. La parola più usata è “choc”. Poi si è diffusa la voce di quello che stava succedendo e molte persone si sono riversate in strada, radunandosi sotto le sedi della televisione ad Atene e Salonicco. I più anziani ripetono che nemmeno sotto la dittatura il servizio pubblico aveva mai sospeso il segnale. Quello che non è riuscito al regime dei colonnelli è stato realizzato dall’austerity greca, invocando come giustificazione le indicazioni della “Troika”. Settantacinque anni di servizio pubblico sono stati silenziati dall’oggi al domani, anzi, in una manciata di ore.

Il teatro di Andrea Cosentino

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Questo pezzo è uscito su Paese Sera. Vi segnaliamo che domenica 13 ottobre Andrea Cosentino sarà alla Casa Internazionale delle Donne a Roma.

Non qui, non ora. Suona come un manifesto il titolo del nuovo spettacolo di Andrea Cosentino. Perché al centro della sua riflessione – ma anche di un certo grado di irrisione – c’è la contrapposizione tra arte contemporanea e teatro, tra performance e rappresentazione. Davvero due filosofie estetiche contrapposte? A dirlo non è Cosentino, o una delle sue maschere dialettali che stanno partecipando a un’ipotetica performance in un ipotetico museo (il romano caustico, il presunto viterbese che parla un improbabile dialetto), ma Marina Abramovic in persona, una delle icone dello star system dell’arte contemporanea. È dalle sue parole che prende forma la contrapposizione tra l’hic-et-nunc della performance e l’altrove ipotetico della rappresentazione teatrale, dove la “verità” e la “vita” sarebbero automaticamente dalla parte della prima.

Bertolucci, arte e verità

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L’aneddoto raccontato da Vittorio De Sica sulla lavorazione di «Ladri di biciclette», dove per ottenere un pianto di “scottante verismo” il regista umiliò pubblicamente il piccolo protagonista di nove anni, Enzo Staiola, ha avuto molta fortuna nella cultura popolare. È stato anche al centro di un passaggio di «C’eravamo tanto amati», memorabile commedia di Ettore Scola. Cos’era successo? De Sica aveva fatto nascondere delle cicche di sigaretta nella giacca del ragazzino, aveva fatto finta di trovarle per caso e fingendo scandalo gli diede del “ciccarolo”: il ragazzino pianse a dirotto.

Mi è venuto in mente questo aneddoto leggendo la polemica che c’è stata sui giornali in questi giorni per quanto dichiarato da Bernardo Bertolucci – e riportato da la Repubblica – riguardo la famosa scena di «Ultimo tango a Parigi», la cosiddetta scena del burro. Lui e Marlon Brando si accordarono, senza dire nulla a Maria Schneider, per ottenere una scena di sodomia più credibile. Anche in quel caso l’attrice, che aveva vent’anni, parlò di umiliazione.

Il teatro di Lucia Calamaro

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Questo pezzo è uscito su Orwell.

I presupposti c’erano tutti. Ritorno alla parola, artigianalità della scenografia, perfino la scelta di toccare un argomento che sui palchi contemporanei è più che tabù: la psicologia e addirittura la psicanalisi. Insomma, il teatro di Lucia Calamaro ce le aveva tutte, ma proprio tutte per essere considerato un oggetto fuori tempo massimo. E invece si è attestato, e giustamente, come una delle realtà più interessanti della scena teatrale contemporanea. Sancito con l’assegnazione di ben tre Premi Ubu, il riconoscimento più prestigioso del teatro italiano: miglior novità drammaturgica alla stessa Calamaro per la quadrilogia «L’Origine del mondo. Ritratto di un interno»; miglior attrice protagonista a Daria Deflorian (anche per lo spettacolo «Reality») e miglior attrice non protagonista a Federica Santoro. Un en plein, quindi, e per nulla scontato: perché Lucia Calamaro proviene da quel circuito di compagnie indipendenti romane che per anni hanno provato in sale occupate, senza altro sostegno se non quello della rete di artisti che ruota attorno al mondo del cosiddetto teatro di innovazione.

Un clown contro la crisi

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Questo pezzo è uscito sul numero di maggio dei Quaderni del Teatro di Roma.

Conversazione con Leo Bassi

“Il buffone più pericoloso di Spagna”: così anni fa è stato definito Leo Bassi. Ma forse oggi lo è dell’intera Europa. I poteri forti sono da sempre il bersaglio preferito dei suoi spettacoli corrosivi e “scorretti”. Per questo è naturale che nel suo ultimo lavoro Bassi se la prenda con la deriva economicista che sta spazzando via il pensiero umanista. Ma “Utopia” – che quest’anno ha fatto più volte tappa in Italia – è anche un inno al teatro e al suo potere di rigenerazione della società. E Leo Bassi ci ha raccontato perché.

Discorsi alla nazione in crisi d’identità. L’ultimo spettacolo di Ascanio Celestini

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Un aspirante tiranno che esorta i cittadini ad eleggerlo “democraticamente”, una nazione immaginaria sprofondata in una guerra civile a cui corrisponde una pioggia senza fine, un condominio abitato da persone sprofondate in iperboliche solitudini, che hanno più a che vedere con la disgregazione sociale che con una condizione esclusivamente intima. Con «Discorsi alla nazione» Ascanio Celestini si smarca dalla sua classica cifra affabulatoria per costruire uno spettacolo dal respiro differente rispetto ai suoi precedenti lavori, che è in grado di materializzare pezzo dopo pezzo una sorta di distopia orwelliana, un futuro prossimo che potrebbe essere il nostro sen non fosse per alcune “interferenze” di carattere surreale (o, forse, proprio a causa di esse). Ma nonostante questo cambio di passo abbia in parte spiazzato una fetta del pubblico che ha assistito allo spettacolo al Teatro Palladium di Roma, che si aspettava forse una formula collaudata e rassicurante, questo “studio” può a ragione definirsi un esperimento riuscito, che conferma le grandi doti autoriali di Celestini, al di là del classico schema del cosiddetto “teatro di narrazione”, o degli sketch televisivi, che lo hanno fatto conoscere al grande pubblico.

La crisi a teatro secondo Fausto Paravidino

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Questo pezzo è uscito sul numero di aprile dei Quaderni del Teatro di Roma. (Foto: Ilaria Scarpa.)

“Crisi” è una delle parole più frequentate dalla politica e dall’arte nell’ultimo quinquennio. E anche se a tutti noi è chiaro il contorno di questa parola, le sue coordinate economiche e i suoi effetti possibili sul futuro, quello che ancora è immerso nella nebbia è la sua sostanza, il modo cioè in cui i numeri della crisi si traducono nell’incandescente materia della vita, né intaccano le abitudini e le sicurezze e a poco a poco trasformano le relazioni, gli affetti, le dinamiche sociali e lavorative. Per questo Fausto Paravidino ha scelto di partire da questa parola per avviare il suo laboratorio di drammaturgia, che si sta tenendo in più fasi al Teatro Valle Occupato nel corso di questa stagione.

«Abbiamo scelto di partire dalla ‘Crisi’ perché ci sembrava un tema unificante – spiega Paravidino – Per due motivi: da un lato è un tema all’interno del quale tutti quanti si possono riconoscere, perché è quello che stiamo vivendo tutti. Dall’altro parlare di crisi significa parlare di teatro: una commedia inizia quando un ordine entra in crisi».

Il palcoscenico ostinato e contrario. Intervista a Claudio Remondi (di Rem&Cap)

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Questo pezzo è uscito sul numero di marzo dei Quaderni del Teatro di Roma. (Immagine: foto: IlRossetti/AGF.)

A febbraio è scomparso un grande protagonista del teatro italiano dell’area della cosiddetta ricerca: Claudio Remondi. Assieme a Riccardo Caporossi ha dato vita a una compagnia dal taglio particolarissimo, dalle atmofere pittoriche e rarefatte che ha animato per oltre quarant’anni la scena contemporanea. Rem&Cap sono stati uno degli ensemble artistici di punta della straordinaria stagione del teatro d’innovazione italiano della seconda metà del Novecento.

Per ricordarlo abbiamo deciso di pubblicare un lungo stralcio di un’intervista rilasciata a “Carta” nel 2006, dove Claudio Remondi raccontava come fosse nata la sua passione per il teatro, coltivata con la forza dell’ostinazione. Rispetto al rapporto con il potere e le istituzioni, ad esempio, oltre a bacchettare la politica, ne aveva anche per gli artisti: «In tanti, appena girava il vento, si sono messi a fare i teatranti ‘di cassetta’ – osservava –. Per me, se uno prende una strada di ricerca dovrebbe portarla fino in fondo». Questo che vi riproponiamo è dunque un prezioso racconto delle proprie radici, condotto però con un occhio al presente e al futuro.

Teatri e Agis: se i talenti non sono figli di papà

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Questo pezzo è uscito su PaeseSera. (Immagine: Santasangre – Harawi.)

Pietro Longhi, direttore dell’Agis Lazio, ha diramato un comunicato stampa in cui si scaglia contro le realtà degli spazi occupati romani. Il succo del discorso è che mentre tante sale lavorano nella legalità, pagando affitti e Siae, gli spazi occupati bypassano tutti questi oneri facendosi belli di collaborazioni prestigiose che si offrono gratuitamente a causa del sostegno politico. In sostanza, fanno concorrenza sleale (anche perché i biglietti sono a prezzi sensibilmente più bassi dei teatri associati all’Agis).

Angelo Mai, ultimo atto di una desertificazione culturale

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Pubblichiamo un commento di Graziano Graziani, uscito su Paese Sera, sulla sospensione delle attività del centro sociale Angelo Mai di Roma.

La chiusura del bar dell’Angelo Mai, e la conseguente sospensione delle attività da parte del collettivo che lo gestisce, è l’ultimo atto di un processo che ha cambiato profondamente la geografia culturale di Roma. E che la rende oggi, di fatto, una città desertificata. I centri culturali scaturiti dall’esperienza dei centri sociali hanno avuto alterne fortune, ma di fatto sono stati l’unica polarità per la sperimentazione, i nuovi linguaggi, le nuove generazioni e – cosa non secondaria – dei punti di incontro e discussione. E garantendo un certa, per quanto precaria, continuità. Tutto quello che le istituzioni culturali di questa città – ricca di eventi, ma solo da “consumare” – riescono a fornire poco e male.