Una conversazione con Jonathan Safran Foer sull’11 settembre

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Ho incontrato Jonathan Safran Foer a Milano. Abbiamo fatto una lunga conversazione su come il contesto in cui abbiamo vissuto negli ultimi 15 anni ha influito su chi racconta storie attraverso il cinema e la letteratura. Dal terrorismo ai media alla guerra alle religioni alle disparità economiche. La conversazione è stata pubblicata su “La Repubblica”. Questa è la sua […]

L’uomo di roccia

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Ci scrive Nicola Villa: sull’ultimo numero de Lo straniero (il 150-151 di dicembre 2012 -gennaio 2013) uno speciale intitolato Guerre italiane degli anni 2000 prova a fare luce su come sono cambiate le forze armate e le guerre in questi anni con articoli di Emanuele Giordana, Giuliano Battiston, Francesco Vignarca, Giulio Marcon, Nicola Lagioia e Stefano Talone. Pubblichiamo proprio l’inchiesta di quest’ultimo, L’uomo di roccia, una storia su un “corpo scelto” dell’esercito, un “marine all’italiana” che aiuta a capire com’è mutata la figura del soldato di professione in questi anni.  (Immagine: Banksy.)

di Stefano Talone

Riccardo C. vive a Formello, un paese alle porte di Roma famoso perché ci sono i campi sportivi della S.S. Lazio. Ha trent’anni e sta finendo di costruire una piccola villa in campagna dove andrà a vivere con la sua compagna.

È stato tenente dei Parà, poi si è congedato nel 2006 e ora è un costruttore edile. Non si è mai laureato, anche se avrebbe voluto, è perito industriale e lavora in uno studio di geometri ad Anguillara, nell’entroterra laziale, vicino al lago di Bracciano.

È un uomo alto, muscoloso, con gli occhi azzurri. Gli piace la vita all’aperto, fare palestra e la pesca al luccio, così ha comprato e ristrutturato una barca di legno, che ha chiamato Northern pike e quando il tempo lo permette esce con i suoi amici a pesca sul lago.

Si è arruolato nell’autunno del 2003, ma non per soldi o perché era alla ricerca di un posto fisso e ci tiene a specificarlo. Si è arruolato per passione e perché nella sua famiglia suo padre e suo fratello sono militari.

“Non vengo da un posto come i quartieri spagnoli, non l’ho fatto come tanta gente del sud, che vede l’esercito come l’equivalente di un contratto a tempo indeterminato. Ma l’ho fatto per un motivo, che è sempre stato quello: più uomo di così non puoi essere, giusto? Vai a fare il lavoro più eroico, fico e onorevole che ci sia. Per me sedermi a tavola oggi con mio padre non è come se non fossi mai partito, perché il giorno in cui sono tornato dopo essere stato in altre città, dopo avere viaggiato da solo, dopo avere convissuto con gente che non sono più i tuoi amici, da quello figlio di nessuno a quello ricco che lo fa per il gusto di farlo. Quando sono tornato a casa, dico, e ho visto gli occhi di mio padre che non mi guardavano più come un ragazzino, ma come un uomo, è stata un’altra cosa. Forse è questa la motivazione per cui sono partito”.

La guerra secondo Paolo Giordano

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Questa recensione è uscita sul numero di dicembre dei Quaderni del Teatro di Roma.

Gli accampamenti militari “si assomigliano l’un l’altro, i soldati pure, vengono istruiti ad assomigliarsi”, scrive Paolo Giordano nel suo ultimo romanzo, Il corpo umano (Mondadori, pp. 312, euro 19). Anche i soldati da lui raccontati si assomigliano: tutti vivono dei conflitti irrisolti, tutti abitano nel buio della notte  tra il tramonto della gioventù e l’alba dell’età adulta, nella terra di nessuno tra il “non più” e il “non ancora”. A tutti spetta il compito di decidere cosa vogliono diventare, che tipo di uomini essere, come prendere il mano il proprio destino, quale posto occupare nel mondo. I loro drammi esistenziali, le difficoltà ad affrontare il decisivo passaggio che li renderà adulti si snodano in un luogo molto particolare, all’imbocco della valle del Gulistan, uno dei distretti della provincia meridionale afghana di Farah, nella base militare “Ice”, “un recinto di sabbia esposto alle avversità”. I soldati descritti ne Il corpo umano vivono in un contesto di guerra, dunque. Ma il loro baricentro è altrove, lontano, ostinatamente ancorato alle fragilità esistenziali, immerso nella vita quotidiana, succube di diffidenze ed esasperazioni emotive e sentimentali.

“Don’t forget Sarajevo!”- La Bosnia vent’anni dopo

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Pubblichiamo un articolo di Massimo Vita sulla Bosnia  uscito nell’ultimo numero della rivista «Il Reportage»

Testo e foto di Massimo Vita

Sono passati vent’anni da quel 6 aprile 1992. Vent’anni dall’inizio dell’assedio di Sarajevo e dall’inizio di una delle più atroci guerre europee dal dopoguerra ad oggi. La Bosnia mi accoglie a braccia aperte, con la gentilezza innata dei suoi abitanti, con la voglia di contatto umano, con la voglia di tornare a una normalità che sembra ancora lontana. Si respira aria di primavera a Sarajevo e in tutta la Bosnia, anche se marzo e aprile sono i mesi in cui il freddo balcanico non ha ancora abbandonato il Paese, gli sbalzi di temperatura tra giorno e notte sono notevoli e ogni tanto la neve regala qualche bianco momento anche nelle città.

Bengasi anno zero

di Stefano Liberti

Il premier incaricato, Jibril, è un uomo della Francia e i ministri sono tutti di provata fede anti-gheddafiana. Il governo nato dal Consiglio nazionale di transizione prova a colmare un profondo vuoto politico. Il morale dei ribelli è ancora alto, ma la strada da percorrere è tutta in salita.

«Un gruppo di brave persone che si è trovato a vivere un momento straordinario senza avere la minima idea di cosa fare». La definizione è di Ali Tarhouni, responsabile incaricato delle finanze nel nuovo governo messo in piedi dagli insorti della Cirenaica. Professore di economia negli Stati uniti, Tarhouni è tornato dopo 35 anni in Libia