Diario afghano, terza parte: Mullah, dollari e Corano

ingresso ufficio campagna elettorale Abdullah Faizabad

Riprendiamo il diario elettorale afghano interrotto subito dopo il primo turno delle presidenziali del 5 aprile. Il 14 giugno si terrà il ballottaggio. Giuliano Battiston è tornato in Afghanistan a sentire che aria tira. Un diario elettorale bonsai è sul suo profilo Twitter e su Tumblr.

Kabul. Giovedì 5 e venerdì 6 giugno 2014

Dollari americani, barbe lunghe e citazioni dal Corano si sono incrociati ieri mattina nella sala conferenze del Kabul Star, albergo di lusso a due passi dall’ambasciata iraniana e a quattro dall’ospedale di Emergency. Per almeno un paio d’ore alcuni leader religiosi, rappresentanti del ministero dell’Haj per gli affari religiosi e membri della società civile hanno discusso del ballottaggio che si terrà il 14 giugno tra il tecnocrate Ashraf Ghani e l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah.

Diario afghano, seconda parte

il governatore di NangarharLudin al voto

Qui la prima parte del diario. (Le foto sono di Giuliano Battiston.)

Lunedì 31 marzo, Faizabad

La sala conferenze dell’hotel Setara-e-Shar è colma di gente. Duecento, duecentocinquanta persone, molti giovani, qualche barba lunga, tante donne. Sono qui per sentire cos’hanno da dire alcuni candidati al consiglio provinciale. Il 5 aprile, insieme al successore di Hamid Karzai, gli afghani dovranno scegliere anche i rappresentanti delle 34 province. Qui ce ne sono una quindicina. “Li abbiamo invitati per dare l’opportunità di far conoscere i loro programmi, se ne hanno”, mi spiega Saifuddin Sais, a capo del Badakhshan civil society forum, un cartello di associazioni “che include 32 diverse organizzazioni”. Completo scuro, cravatta a righe, un ciuffo ribelle sulla fronte, Saifuddin Sais rivendica il lavoro svolto dal forum che dirige, “con i nostri programmi abbiamo raggiunto più di mille persone nei distretti rurali, ora sanno quali sono le procedure elettorali e come votare”.

I buoni, i criminali e i corrotti. L’Afghanistan post-2014

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Questo pezzo è uscito sul numero 9/2013 di MicroMega. Da venerdì riprendiamo il diario di Giuliano Battiston da Kabul. (La foto è di Giuliano Battiston.)

In Afghanistan la guerra dura ormai da dodici anni. Alcune settimane fa è entrata nel suo tredicesimo anno di vita, celebrato con l’ennesimo, triste record di vittime civili. Il paese attraversa uno dei periodi più delicati della sua storia recente, la transizione (Inteqal), il processo con cui la responsabilità della sicurezza viene trasferita dalle forze internazionali a quelle afghane. A un anno dal compimento della transizione, che avverrà alla fine del 2014, è tempo di tirare le somme: sul piano militare, gli americani e le forze che fanno capo alla missione Isaf-Nato sono stati sconfitti; sul piano simbolico, la comunità internazionale ha sperperato l’intero capitale politico di cui godeva nei primi anni post-talibani.

Il tesoro afghano di Sar-e-Sang

minatori al lavoro, Sar-e-Sang, credits Giuliano Battiston

Pubblichiamo un reportage di Giuliano Battiston da Sar-e-Sang, le miniere di lapislazzuli più antiche del mondo, uscito sul «manifesto». (Foto: Giuliano Battiston)

Per arrivare a Sar-e-Sang ci vogliono scarpe buone e una certa dose di pazienza e determinazione. Sia che si parta dalla capitale afghana, Kabul, salendo a nord-est per la valle del Panshjir, per poi superare il passo di Anjoman (4430 metri) e raggiungere infine la valle di Iskazer, sia che si decida (come ha fatto chi scrive) di partire da Faizabad, capoluogo della provincia nordorientale del Badakhshan, puntando a sud-est, verso i villaggi di Baharak e Jurm, per poi seguire il corso del fiume Kokcha, dentro una valle dai fianchi stretti, lungo una strada accidentata, isolata e pericolosamente inclinata verso il fondovalle. Una volta a Sar-e-Sang, la fatica del lungo viaggio è ricompensata dal fatto di trovarsi tra le più antiche miniere di lapislazzuli del mondo, già attive, secondo alcuni resoconti, 7000 anni fa.

Diario da Kabul 3/3

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Pubblichiamo la terza parte del diario/reportage di Giuliano Battiston, a Kabul durante gli attentati degli ultimi giorni, uscito in forma ridotta sulle pagine del «manifesto» e dell’«Unità». Qui la prima parte e qui la seconda.

Kabul martedì 17 aprile

Dopo quasi 24 ore di esplosioni, battaglie e scontri cruenti, Kabul torna alla normalità. E il quotidiano a prevalere sugli episodi clamorosi di domenica e lunedì. Per le strade, animate dal solito via vai e dallo strombazzare ininterrotto delle automobili, si esercita la nobile arte di arrangiarsi. Nei palazzi del potere e nelle sedi diplomatiche, ci si interroga invece su alcuni avvenimenti recenti, “nascosti” dal fragore delle armi, ma altrettanto significativi degli attacchi dei Taleban (o della rete Haqqani). E che potrebbero segnare una svolta nel burrascoso rapporto che lega Washington e Kabul. Sono mesi che si parla dell’Accordo di partenariato strategico che dovrà sigillare l’amicizia di lunga durata tra gli Stati Uniti e l’Afghanistan. Quell’accordo, assicurano tutti, dovrà essere firmato a ridosso del prossimo summit della Nato, previsto per maggio a Chicago. Finora, le due parti non hanno ancora trovato la quadratura del cerchio.