Leone dell’Atlante

adel taarabt

Questo pezzo è uscito su Studio.

Prologo

I Leoni dell’Atlante, si fanno chiamare. Eppure, durante l’ultima partecipazione alla Coppa d’Africa, 15 dei 23 “leoni” marocchini, alle pendici dell’Atlante, non ci sono nemmeno nati e cresciuti. È il riflusso post-coloniale che il mondo calcistico sperimenta negli ultimi anni, quando sempre più giocatori scelgono di indossare maglia e colori della nazione in cui affondano radici, ma non in quella in cui sono concretamente venuti al mondo. Come nati in cattività eppure aspiranti alla libertà di una terra promessa, la spina dorsale verde e innevata che si alza fino a quattromila metri dalle pianure del Sahara occidentale.

“Leoni dell’Atlante”: non è un modo di dire, un epiteto artificiale per esaltare il coraggio in campo di una squadra nata nel 1957 e mai davvero vittoriosa, in continente e fuori (eccezion fatta per lo storico passaggio agli ottavi di finale del 1986, prima rappresentativa africana a riuscirci). Di leoni, su quell’Atlante che è la più grande catena montuosa dell’Africa settentrionale e del Mediterraneo tutto, ce n’erano eccome.