Le fotografie di Henri Cartier-Bresson a Palazzo Grassi. Il gran gioco del guardare in mostra

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di Anna Toscano

Come gli sguardi guardano a una opera fotografica, come la avvicinano o la allontanano, come la leggono, come la sorvolano, come la serbano, come diviene nel tempo la colonna sonora per immagini di una vita, perché i grandi capolavori fotografici scandiscono l’esistenza delle persone fino a crearne una colonna visiva, fino a divenire parte integrante della vita di chi le ama.

Henri Cartier-Bresson ha fotografato il mondo per moltissimi anni, circa ottanta, quasi senza sosta, i suoi scatti in bianco e nero marcano i momenti dell’esistenza di molti appassionati o solo simpatizzanti di fotografia; incontabili le mostre a lui dedicate nel mondo, sia quando era in vita sia dopo, moltissime le immagini iconiche che lo hanno reso indimenticabile.

Incroci di strade. I ritratti fotografici di Khalik Allah

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Harlem, 125th Street con Lexington Avenue, esterno notte. L’ambientazione è sempre la stessa: il marciapiede buio illuminato dalla luce che arriva dalle vetrine e dalle insegne dei negozi, le automobili e gli autobus che passano, ogni tanto qualche sirena e lampeggiante di ambulanze o polizia. Anche le facce sono sempre quelle: tossici, senzatetto, uomini e donne ai margini di un quartiere di New York dove la gentrificazione ha esasperato in maniera esponenziale la distanza tra integrati e outsider.

Maira Kalman: Fai presto e aspetta

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Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica (fonte immagine).

La collaborazione tra il Moma di New York e l’artista e designer Maira Kalman (autrice di diversi libri illustrati e di alcune meravigliose copertine del New Yorker) è nata poco più di un anno fa. Nel 2014, ispirata da alcune foto della collezione permanente del Museum of Modern Art, Kalman realizza insieme allo scrittore Daniel Handler (quello di Lemony Snicket) un piccolo bellissimo libro scritto, con foto e disegnato che si chiama Girls Standing on Lawns, ragazze in piedi sui prati. Le foto e i disegni (di Kalman, accompagnate dai testi di Handler) sono esattamente questo: giovani donne di altri tempi in piedi su un prato in posa per farsi fotografare.

C’è chi dice sì e seduce il mondo

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Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su Repubblica, su Mabel dice sì di Luca Ricci (Einaudi). (Immagine: Henri Cartier-Bresson.)

«Non lo sai che la parola NO è la parola più selvaggia che affidiamo al Linguaggio?», scriveva in una lettera Emily Dickinson nel 1878. Per Molly Bloom, invece, il senso delle cose si raduna e si esprime nel molteplice e crescente che chiude l’Ulisse di James Joyce. Hermann Melville fonda (e sprofonda) il suo Bartleby sul mitissimo implacabile «Preferirei di no» mentre, ancora, è l’affermazione che scandisce le scelte della voce narrante di Gli esordi di Antonio Moresco (e a ogni sì segue uno scarto, una deviazione, un vuoto).

Sofia si veste sempre di nero

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Riprendiamo un testo di Paolo Cognetti, uscito sul suo blog, che racconta «Sofia si veste sempre di nero». Stasera Paolo Cognetti incontra i lettori romani alla libreria minimum fax. (Foto di Henri Cartier-Bresson)

Ho cominciato a scrivere di Sofia nel gennaio del 2008, immaginando una raccolta di racconti su una ragazza della mia età. Sarebbero andati su e giù per la sua vita dagli anni Settanta in poi. Volevo che fossero il più possibile diversi tra loro: molto lunghi e molto brevi; scritti in prima, seconda e terza persona; al passato, al presente e se possibile anche al futuro. In uno la storia sarebbe durata vent’anni, in un altro un giorno solo; non sempre Sofia avrebbe occupato il centro della scena, ma anche nascosta dietro le quinte sarebbe stata la causa o l’effetto delle azioni altrui; e nel percorrere la sua vita mi sarei fermato spesso per tornare indietro, ricominciando da un altro punto di vista. Nelle mie intenzioni ogni pezzo del mosaico doveva poter vivere da solo, oltre che legarsi agli altri e comporre un disegno più ampio, in modo da conservare le qualità che amo tanto nella forma racconto – l’immediatezza, l’economia rigorosa del materiale narrativo, la libertà di sperimentare e quel senso di illuminazione che i migliori finali possiedono – e perseguire allo stesso tempo la profondità, la complessità del romanzo. Naturalmente non era un’idea originale.