Nel paese della natura selvaggia. Su “Eroi della frontiera” di Dave Eggers

C’è una trappola in cui è caduto ogni novello Thoreau di questa terra, ogni sprovveduto che ha pensato che partirsene verso le terre ignote, lasciare casa, lavoro e telefono, potesse significare andarsene solamente incontro a un po’ di meritata pace. La trappola è questa: se va tutto bene e non inizia a piovere, non devi sfuggire da un incendio e il vento soffia leggero, andarsene in mezzo al nulla equivale ad alzare il volume dei tuoi pensieri al massimo e, beh, ci sono poche cose peggiori che essere lasciati in compagnia dei propri tormenti, dentro un camper arrugginito, a chilometri dalla forma di vita più vicina.

Elogio della disobbedienza civile

Qual è la differenza tra disobbedienza civile e nonviolenza? Quando i cittadini hanno il dovere di opporsi a uno stato ingiusto e come? E come farlo nell’Italia e nel mondo del XXI secolo?

È da poco uscito in libreria, per nottetempo, Elogio della disobbedienza civile di Goffredo Fofi. Dai tempi Thoreau a quelli Gandhi, dal “trentennio berlusconiano” alla nuova età della crisi: una mappa per chi oggi voglia ancora lottare. Riproduciamo qui qualche brano, ringraziamo editore e autore, e vi invitiamo a comprare e leggere questo libro.

Da Elogio della disobbedienza civile di Goffredo Fofi

La cultura

La cultura […] è diventata la merce fondamentale della distrazione, e chi ne vive accetta molto tranquillamente il proprio stato di sudditanza, contento che lo si lasci scrivere e fare cose inoffensive nella sostanza – le seconde perfino più delle prime, senza rapporto, si direbbe, con le idee dichiarate. Peraltro, si viene eletti e si va al governo grazie alle diverse forme di pubblicità che il potere mette in campo, e di questo noi italiani dovremmo saperne molto, reduci da trent’anni prima craxiani e poi berlusconiani – con la sinistra che è andata assumendo gli stessi modelli e di fatto si è suicidata, divenendo né più né meno che una fiacca variante della destra.

L’antenato di Unabomber

di Tommaso Pincio

Jack London riteneva che, in determinati momenti, antichi e sopiti istinti possono risvegliarsi e spingere un uomo verso la solitudine delle foreste, lontano dalle città rumorose, per uccidere. Espresse questa convinzione nel suo romanzo più famoso, Il richiamo della foresta, senza troppi giri di parole, con il linguaggio diretto e tempestoso tipico di un «realista selvaggio».