Discorsi sul metodo – 7: Dave Eggers

2012-12-26-daveeggers

Riprendono con Dave Eggers i Discorsi sul metodo con le interviste agli ospiti del Premio Von Rezzori.

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Dave Eggers è nato a Boston nel 1970. Il suo ultimo libro è Il cerchio, in uscita per Mondadori a novembre.

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Nei giorni in cui scrivo – dico, in cui scrivo seriamente, in cui lavoro a un romanzo – lavoro esattamente otto ore e devo trascorrerle ininterrottamente nello stesso posto. Negli anni più recenti questo posto è una stanza a casa mia, e non la lascio per nessun motivo per otto ore esatte dal momento in cui mi metto al lavoro.
Una sessione quotidiana di scrittura deve portare a non meno di 800 parole, ovvero, per la lingua inglese, 4000 battute. Meno è inaccettabile.

Un nauseante odore di carciofo

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Domenica scorsa Fabio Volo ha debuttato su La Lettura del Corriere della Sera con un articolo intitolato I miei libri? Broccoletti dell’anima. Pubblichiamo una risposta di Emmanuela Carbè. (Immagine: Arcimboldo.)

di Emmanuela Carbè

Quando ero piccola arrivava un momento dell’anno in cui rientrando a casa (due scalini alla volta, per fare più veloce e per gioco) sbattevo contro un nauseante, disgustoso, intollerabile odore di carciofi. Mia nonna li lasciava cuocere per ore e la puzza invadeva con violenza prima la cucina, poi l’intera casa. Odiavo la mia famiglia perché era insopportabilmente carciofocentrica, c’era in loro una specie di religione del carciofo per cui non si poteva proprio fare a meno, una volta a settimana e nonostante il mio malessere, di celebrare il rito della serata del carciofo lesso.

Nel giorno del carciofo io stavo seduta a tavola e continuavo a lamentarmi, chiudermi il naso con il tovagliolo, platealmente; volevo insomma che fosse chiaro a tutti il mio problema e che si sentissero tutti maledettamente in colpa. Ma il problema era solo mio: la sera dell’attacco di vomito la mia famiglia si schierò definitivamente dalla parte del carciofo e decise che nel giorno del carciofo io avrei cenato in sala da pranzo, lontana da loro e dalla pentola di carciofi; su quel tavolo di legno finto-antico, sola, davanti alla tv, imparai la dura legge della minoranza, ma anche l’eleganza del non lagnarsi quando non si è nella squadra dei vincenti.

Emmanuel Carrère e Limonov

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Aliona Polunina.)

Tra i pochi romanzieri contemporanei che effettivamente non deludono mai c’è Emmanuel Carrère, forse l’unico francese a riscuotere gli unanimi consensi del pubblico e della critica internazionali, anche più del discontinuo Houellebecq. A leggere Limonov (Adelphi, traduzione di Francesco Bergamasco), l’ultimo suo libro, è forte l’impressione che una certa idea di letteratura, allo stesso tempo molto tradizionale e molto innovativa, abbia trovato la sua forma ideale.

Se le sue prime opere, libri come I baffi o La settimana bianca, pescavano nelle ossessioni identitarie e nella cronaca nera per costruire romanzi interessanti e ben fatti ma formalmente ortodossi, con L’Avversario Carrère mischiava le carte e imboccava una strada nuova, quella che l’ha portato fin qui. In quel libro inaudito e scioccante, ricostruendo la personalità vertiginosa di Jean-Claude Romand mitomane pluriomicida incarcerato nel 1996 dopo avere sterminato la sua famiglia il narratore autobiografico esegue un vero e proprio funambolismo sul sottile confine dove il profilo della realtà documentaria sembra coincidere con quello del racconto romanzesco: impossibile decidere dove finisce uno e comincia l’altro.

L’anima vegetale del nostro giardino

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Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su «Repubblica», su «Breve storia del giardino» di Gilles Clément (Quodlibet).

C’è una scena di L’enigma di Kaspar Hauser, il film di Herzog del 1974, che può servire da sintesi di Breve storia del giardino, l’ultimo libro di Gilles Clément (appena pubblicato da Quodlibet), nonché, forse, dell’intera opera di un intellettuale – scrittore, agronomo, paesaggista, giardiniere, docente presso l’École Nationale Supérieure du Paysage a Versailles – tra i più lucidi e consapevoli a livello europeo (e non solo).

Mentre la voce fuori campo di Kaspar racconta di avere piantato dei semi di crescione in modo tale che germogliando formino il suo nome, vediamo le immagini di una piccola aiuola circondata da un’ulteriore vegetazione; dalla terra bruna e densa emergono i fili d’erba che compongono la parola kaspar. Qualcuno però, continua la voce fuori campo, è penetrato nel giardino e ha calpestato la parola. Ugualmente, dopo un lungo pianto, Kaspar afferma il desiderio di seminare ancora il suo nome.

Seminario sui luoghi comuni

9. La realtà nonostante l’autore In un saggio contenuto ne Il Romanzo di Franco Moretti, intitolato «L’incontro con la realtà», Alfonso Berardinelli sostiene in maniera molto efficace che il romanzo è il racconto della distanza fra ciò che i personaggi ritengono sia la realtà, e la realtà stessa. «Il cuore della narrazione romanzesca sono esattamente […]