Trump: genesi dell’autoritarismo nell’era iperconnessa

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Questo pezzo è uscito su Valigia Blu, che ringraziamo.

di Fabio Chiusi

“Il fascismo non è il nostro futuro”, scrive il New Yorker, commentando l’incredibile elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. “Non può esserlo. Non possiamo permettere lo sia. Ma, di certo, è in questo modo che il fascismo comincia”. Su Twitter i meme, i bot, il trolling e l’ironia lasciano poco alla volta spazio al sospetto, poi alla paura, infine al panico. Decine e decine di sondaggi si polverizzano. L’asticella delle previsioni in tempo reale del New York Times oscilla impazzita da un estremo all’altro, passando da settimane di percentuali bulgare per Hillary  a un testa a testa e, da ultimo, una valanga senza via di scampo per l’avversario. Trump ha davvero vinto le elezioni.

La scrittura come empatia: intervista a Elizabeth Strout

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Questo pezzo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo (fonte immagine).

“Conosco troppo bene il dolore che noi figli ci stringiamo al petto, so che dura per sempre. E che ci procura nostalgie così immani da levarci perfino il pianto”. E’ un passo di Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, tradotto nei mesi scorsi da Susanna Basso per Einaudi (pagg. 168, euro 17,50), definito da The New York Times come “un romanzo perfetto, nelle cui attente parole vibrano silenzi”.

In una stanza d’ospedale a Manhattan, per cinque giorni e cinque notti due donne che non s’incontravano da parecchi anni parlano con intensità. Sono una madre e una figlia che “ricordano di amarsi”. La protagonista Lucy Barton rievoca quel dialogo inatteso e serrato molto tempo dopo, quando è ormai diventata una scrittrice famosa. Flashback… Nel suo letto ospedaliero, dove si trova per le complicazioni post-operatorie di un’appendicite, “le basta sentire quel vezzeggiativo antico, ‘Ciao, Bestiolina’, perché ogni tensione le si sciolga in petto”.

La storia orale nel mondo digitale: intervista a Alessandro Portelli

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Questo pezzo è uscito sull’Unità, che ringraziamo.

L’importanza della memoria. Viviamo un periodo di cambiamenti epocali e le nostre categorie interpretative sembrano fare acqua. La ricerca di una chiave di lettura che sveli le strutture profonde e apparentemente sconosciute del presente chiama in causa la storia, da sempre grimaldello per scardinare i meccanismi più opachi della realtà: “Anche se l’atteggiamento di trattare la storia come qualcosa di secondario, ornamentale, è ancora molto diffuso. Perché la storia parla del passato e quindi non ci riguarda nel presente: e oggi c’è una forte spinta all’utilitarismo, all’uso immediato delle cose. In tutti i campi”.

A parlare è Alessandro Portelli, uno dei massimi teorici della storia orale. Lo incontriamo in una soleggiata mattina di fine luglio, nel terrazzo che dà sul suo giardino, col frinire di cicale quasi a sovrastare le nostre parole.

Le elezioni americane più atipiche della storia

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(nella foto, l’attore Jimmy Fallon impersona Donald Trump durante uno sketch con Hillary Clinton)

Il primo febbraio, con le primarie in Iowa, cominciano ufficialmente le elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Jon Meacham, premio Pulitzer e vice presidente di Random House, nell’ultima puntata dello show di Bill Maher sulla HBO, ha sostenuto che per la prima volta nella storia delle presidenziali americane la riduzione al common sense nella quale le varie spinte apocalittiche hanno storicamente confluito non si verificherà e questa volta il centro non sarà in grado di reggere.

Effettivamente i sondaggi parlano di un Donald Trump strafavorito tra i repubblicani e di un Bernie Sanders in ascesa in campo democratico nonostante la blindatura di Hillary Clinton sulla nomination.

Running over the same old ground. Il dolore dolce dell’America

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di  Margherita Emo e Alessandro Giovannelli

Prima di partire non lo sapevamo, ma dagli Stati Uniti ci aspettavamo il futuro. In maniera ingenua, irrazionale, e probabilmente come molti nati negli anni ottanta. Forse anche nei novanta. Invece l’aeroporto di Seattle-Tacoma all’arrivo ci sembra un po’ vecchiotto e, quando mettiamo piede in centro, camminiamo stupiti per la downtown sdentata. Non è una siepe di vetro, ma un alternarsi di edifici bassi e grattacieli neri a specchio. Cerchiamo di pescare nella memoria le immagini del 1999, quando Seattle è stata l’avamposto del movimento no-global, ma emerge solo una figura in posizione di lancio. Non siamo nemmeno d’accordo sul colore della tuta. Da astronauta o da black block. Finché non avvistiamo lo Space Needle, simbolo della città: un disco volante a 184 metri da terra sostenuto da un treppiede metallico bianco. È stato costruito per l’Expo 1962, il cui tema era «l’uomo nell’era dello spazio».