Lo smoking di D’Alema

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Questo pezzo è uscito su Studio.

Ero andato a questi Oscar del Vino 2014 un po’ controvoglia, più per assecondare la mia mamma che non per smanie mie; il luogo, questo hotel Hilton su su a Monte Mario, leggenda di abusi edilizi romani e lussi olimpici: o meglio, una volta si chiamava Hilton, e ora invece Rome Cavalieri Waldorf Astoria, con l’onomastica a difficoltà crescente che l’hôtellerie coltiva negli anni. Luogo simbolico, solita atmosfera da Hitchcock sul Grande Raccordo, gigantesco corpo di fabbrica che domina la città con architettura anni Sessanta e cancellate barocco-cinesi che sembrano cingere un gigantesco ristorante Lanterne Rosse, o l’ambasciata di Pechino.

«Questi Hilton pare siano alberghi coloniali, alberghi non solo di affari, ma di prestigio e Guerra fredda. Sorgono nei luoghi dove si vuole affermare un potere, come al Cairo, a Baghdad, all’Avana, a Berlino» scriveva Carlo Levi nel suo Roma Fuggitiva (2002). Ottocento stanze, cemento armato e vetro delle facciate, balconcini fioriti, un piazzalone tipo policlinico Gemelli. Pini romani. Bandiere. La meglio vista su Roma.

La scoperta traumatica che Pasolini regista non è amato

teorema

Dal 1952, ogni dieci anni la rivista inglese Sight & Sound, emanazione del British Film Institute, chiede a una banda internazionale di cinefili di votare i loro film preferiti. Ogni volta arriva primo Quarto Potere. Quest’estate c’è stato un sorpasso: La donna che visse due volte di Hitchcock è arrivato primo, Welles secondo. Al terzo posto c’è Viaggio a Tokyo di Ozu. 846 tra operatori del settore, critici, accademici hanno inviato la propria top-ten, citando in totale 2.045 film. La classifica è stata resa nota fino al 250esimo posto.

Gli italiani: Fellini arriva decimo (Otto e mezzo), 39esimo (La dolce vita), 117esimo (Amarcord). C’è Antonioni al 21esimo (L’avventura), 73esimo (L’eclisse), 110imo (Professione: reporter), 144esimo (Blow Up), 202esimo (Deserto rosso). Molto amato anche Rossellini, di cui compare Viaggio in Italia al 41, Roma città aperta al 183, Germania anno zero al 202. C’è La battaglia di Algeri di Pontecorvo al 48, Il Gattopardo di Visconti al 57, Il conformista di Bertolucci al 102.

Tutti i modi per essere dei veri impostori

magritte

Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su «la Repubblica», su «Il sentimento d’impostura» di Belinda Cannone (Edizioni di Passaggio).

È un’esperienza comune a molti (a tutti, azzarderemmo): trovarsi in un posto e sentirsi abusivi; avere cioè la coscienza di non dover essere lì, di non meritarlo. Essere, di fatto, impostori.

All’interno di quella macrocondizione che è il sentimento dell’inadeguatezza, accanto al senso di estraneità, al percepire sempre e comunque la mancanza (anche di chi c’è), al sentirsi intrusi, al millantato credito (da intendere non come strumento di un raggiro bensì come parte naturale del raccontarsi agli altri), l’impostura è uno stato d’animo nodale. Perché nel descrivere una balbuzie dell’io, un suo tragicomico inciampo tanto imprevisto quanto inevitabile, ci rivela che la famigerata identità è sempre un’esperienza balbettata e che barcollare, temere di essere scoperti per ciò che realmente si è (qualsiasi cosa significhi), non è per nulla un’anomalia.