L’Heysel all’inizio della storia

Tabellone_Heysel

di Giacomo Raccis

Il 29 maggio 1985, esattamente trent’anni fa, a Bruxelles si gioca la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool: da una parte Platini, Boniek, Scirea, Tardelli; dall’altra Rush, Dalglish, Grobelaar. Juventus e Liverpool sono le due squadre più forti d’Europa; già a gennaio si sono sfidate nella prima edizione della Supercoppa Europea e ad affermarsi è stata la Juventus, con una doppietta del centravanti polacco. Adesso sono arrivate a contendersi nuovamente un titolo europeo, il più prestigioso. Anche per questo una semplice partita diventa, sulla bocca, di tutti, “la partita del secolo”, o “le match dusiècle”, come si sente dire per le strade di Bruxelles.

L’attesa nei giorni precedenti è molto sentita e non priva di tensioni: si dice che un numero imprecisato di hooligans inglesi arriveranno a Bruxelles senza biglietto e che qualcuno abbia messo in circolazione centinaia di biglietti falsi, facendo confluire sulla capitale belga un numero di tifosi enormemente maggiore rispetto alla capienza dello stadio Heysel. Il quale, visto da Avenue des Athlètes, non sembra nemmeno tanto adatto – per bellezza e per struttura – a ospitare un evento sportivo di simile portata.A metà del pomeriggio, quando le strade cominciano a riempirsi di giovani con sciarpe rosse e bianconere, la situazione sembra comunque tranquilla. L’arrivo in città dei tifosi inglesi non ha finora prodotto gli scontri che si temevano. Ed è un bene, perché la polizia belga, schierata lungo le strade e intorno allo stadio, a piedi e a cavallo, non ha per niente l’aria di poter rintuzzare un’eventuale carica.

Addio al calcio

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Questo pezzo è uscito su Studio.

Ha incarnato la speranza di un’intera nazione di tornare, almeno calcisticamente, la squadra che la storia ricorda come rispettata e temuta da tutti, e si è palesato agli occhi del mondo in una partita – per gli inglesi La Partita – con un’importanza politica e patriottica unica. Dalla storia Michael Owen non si è fatto spaventare, e a riguardare le immagini oggi, a quattordici anni di distanza, vedi un ragazzino infilato in una divisa troppo larga per il suo fisico di diciottenne (ma erano gli anni Novanta), lo vedi correre, più del doppio di José Chamot e resistere a uno, due falli, evitare il totem (immobile) di Ayala che gli si para davanti a presidiare l’area di rigore, scartare a destra e quando sembra essere troppo lontano, troppo sbilanciato – come un Forrest Gump che non riesce a fermarsi e continua la sua corsa anche fuori dallo stadio – e con l’interno destro toccare appena la palla, prima che si allunghi di quel centimetro di troppo. Il finale è scontato, con certi presupposti c’è l’happy ending garantito: goal sotto il sette, e debutto ufficiale nel club dei miracolati del calcio – quegli individui che cessano di essere soltanto umani e ascendono a una sfera superiore: oggi abbiamo Messi, e forse nessun altro.