Roma, 2015

Riot police in Tor Sapienza

E così nel pomeriggio del 9 giugno, in piazza Santi Apostoli[1], i tre sindacati uniti convocano una Fiaccolata per la legalità, dopo la seconda ondata di arresti per “Mafia Capitale”. Non esattamente una folla oceanica. Dal palco parlano i tre segretari regionali di Cgil, Cisl e Uil, preceduti da una compilation registrata di cantautori di ogni tempo. Parole che si perdono nell’afa. Sul finire della manifestazione arriva il sindaco, Ignazio Marino, scortato da mezza giunta. La scena accelera rapidamente. Boati di fischi, qualche applauso, le urla “vattene” o “dimissioni”, soprattutto da gruppi di lavoratori coinvolti in vertenze varie. Il gruppo-sindaco-fotografi scivola prima dal fondo verso il centro, sottopalco, poi devia a sinistra, quindi imbocca una viuzza laterale, proprio mentre gli altoparlanti diffondono i rullanti che aprono “La canzone popolare” di Ivano Fossati. Nel frattempo volano insulti tra pro-sindaco e anti-sindaco. Si accendono le fiaccole, una ventina, nel cielo ancora luminoso delle sette. La piccola folla si disperde.

Il caso Riccardo Muti e la guerra all’Opera di Roma

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di Michelangelo Pecoraro Una farsa annunciata, una sequela di cialtronerie, annunci fumosi, falsità e veleni più o meno motivati, ripicche e alzate di spalle. Un campionario delle peggiori schifezze che l’Italia possa vantare in campo artistico, insomma, racchiuso nella vicenda smossa in questi giorni dal pesante forfait di Riccardo Muti. E, senza eccedere in retorica, […]

Parcheggi a Roma: il film horror di Ignazio Marino

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Con Repubblica-Roma abbiamo concordato di scrivere qualcosa sulle nuove (assurde) norme sui parcheggi a Roma volute dal sindaco Ignazio Marino. Le persone intervistate, a domanda rispondevano con frasi irriproducibili a mezzo stampa. Visto che son giorni di festival, mettiamola così: il film horror di Marino scartato a Cannes e a Venezia sarà proiettato a Roma […]

Il futuro del Valle

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Pubblichiamo un intervento di Tomaso Montanari apparso sul Fatto quotidiano.
Se la storia del Teatro Valle occupato sia finita bene o male, saranno i prossimi mesi a dirlo. Lo si vedrà dalla convenzione, che si scriverà dal due settembre, tra Teatro di Roma e Fondazione del Teatro Valle Bene Comune; e dal calendario dei lavori che la Soprintendenza potrebbe dovervi effettuare. Dalla prima si capirà se e quanto l’esperienza di questi tre anni sarà messa a frutto. Dal secondo si capirà, più concretamente, se l’amministrazione comunale di Roma e il Ministero per i beni culturali sono in buona fede, o se invece pensano di cancellare financo la memoria del Valle Occupato, chiudendo il teatro a doppia mandata e buttando la chiave fino a nuovo ordine.

Una discarica a cinquanta metri dalle case, a cento da un asilo nido, e a centocinquanta dalle sedi di Rai e Sky (che però non ne parlano)

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A casa mia si sente la puzza. Nei giorni di vento soprattutto, un odore cattivissimo, sottile e acre, come di roba lasciata marcire al sole. La ragione di questa puzza è una discarica che si trova a un chilometro in linea d’aria dalle mie finestre: un deposito di raccolta, smistamento e trattamento a via Salaria 981, a Roma. Ma io non sono quello messo peggio. Ci sono case che si trovano a cinquanta metri dalla discarica, c’è un asilo nido a cento metri.
Le proteste contro la discarica di Villa Spada sono iniziate nel 2011. Qui per esempio ce n’è uno del 9 settembre 2011 e a un certo riporta una voce di un abitante del quartiere:

Una lettera aperta al sindaco Marino

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In queste ore il regista Piero Maccarinelli si è fatto promotore di una lettera aperta al sindaco Marino, che condividiamo in toto, e invitiamo a firmare, commentare, ripostare sulla propria bacheca facebook. Signor Sindaco Noi, cittadini e cittadine, artisti operatori culturali della città di Roma, le chiediamo di prendere atto della grave urgenza in cui […]

Che cosa vogliamo da un assessore alla cultura a Roma

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Sarà solo questione di percezione da cronache locali ma in questi giorni mi pare che Ignazio Marino si sia risvegliato dopo un prolungato letargo di vari mesi in cui è riuscito nell’impresa non facile di inimicarsi qualunque suo sostenitore della prima, della seconda, e dell’ultim’ora. Non so quanti articoli ho letto contro di lui sui quotidiani nazionali e romani, non so se lui stesso si sia reso conto del risentimento diffuso per la sua inerzia (“Manco sotto Carraro ho visto ‘na roba del genere”), non so se ha idea di quanti morti si becca ogni sera verso le sei dai pendolari sulla Ostiense-Viterbo o sulla Fara Sabina-Fiumicino “lui e quella sua cazzo di bicicletta”, non so quante persone anche a lui vicine mi hanno detto: ‘Non lo sopporta nessuno, fa tutto da solo, si crede stocazzo’, non so se lui sappia che tutti nel suo partito lo chiamano con sprezzo l’Allegro Chirurgo, non so quanto siano martellanti per le sue orecchie le voci che vorrebbero elezioni anticipate e una candidatura di Marianna Madia al suo posto addirittura il prossimo inverno… Di fatto, leggendo distrattamente i giornali, l’ho rivisto comparire in giro questi giorni, più tonico del solito, più assertivo – forse qualche ufficio stampa ha cercato di rivedere un po’ la strategia comunicativa che l’ha portato a essere in un anno di Campidoglio più odiato di Alemanno, e vi giuro non era facile.

Lo Stato della follia. Un film sugli OPG

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“Caro Socrate tu sapevi di non sapere,  io non so perché mi stanno facendo morire in carcere”.

Roberto G.

“L’uomo è un animale che può provare a abituarsi,  qua viene messo a dura prova”.

Ci sono queste due frasi: la prima scritta su un muro di un OPG, un ospedale psichiatrico giudiziario, la seconda pronunciata da un uomo che in quello stesso OPG è rinchiuso. Entrambe denunciano quello che è chiaro fin dalle prime immagini del film di Francesco Cordio, Lo Stato della follia: uno, gli ospedali psichiatrici giudiziari vanno oltre ogni immaginario detentivo, due, una volta che ci sei entrato puoi scordarti la vita fuori, puoi scordarti di uscire, perché venti anni trent’anni lì dentro ce li passi, stai tranquillo, e se tranquillo non ci stai nessun problema perché tanto ti imbottiscono di farmaci et voilà. Ma cosa c’è che non torna, cosa c’è che lascia perplessi guardando un film che riproduce le stesse situazioni, gli stessi volti, gli stessi luoghi che sembrano appartenere a un’epoca ormai lontana, immagini che richiamano alla mente quelle girate da Frederick Wiseman in Titicut folies. I manicomi in Italia non li hanno chiusi? E la legge Basaglia? E la psichiatria democratica? La risposta è semplice: negli OPG non sono arrivati, la storia lì è ferma al 1978, così tutto si spiega.

I soliti zingari

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L’immagine è una foto di Alessandro Imbriaco. di Christian Raimo Non è per una sorta di captatio benevolentiae che penso che questo post non riceverà molti commenti, non aprirà nessun dibattito, non sarà ritweetato, etc… Magari pone male la questione, magari è pieno di luoghi comuni, magari è semplicemente sciatto, etc… Ma la mia idea […]

8 ½ cinquant’anni fa

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Questo pezzo è uscito su La Gazzetta del Mezzogiorno. La versione restaurata del capolavoro di Fellini in “prima” nazionale a Bari, giovedì 19 dicembre 2013, ore 20.30 Multisala Showville. Un’iniziativa di Oscar Iarussi, Alessandro Laterza e Multisala Showville, in collaborazione con i restauratori del film (Medusa Film, Rti Gruppo Mediaset, DeLuxe Digital Roma, Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale) e con Veluvre – Visioni Culturali, Libreria Laterza, Club delle Imprese per la Cultura Confindustria Bari-Bat. La serata, prima del film, prevede una breve performance musicale del pianista Emanuele Arciuli, che proporrà una “Fantasia” di Nino Rota e un collage di celebri motivi rotiani raccolti da Michele Marvulli. Venerdì 20 a Roma, a Cinecittà, sarà intitolato a Fellini il “suo” Teatro 5. Interverranno Claudia Cardinale, il ministro Massimo Bray e il sindaco Ignazio Marino.

di Oscar Iarussi

Avrebbe dovuto essere La bella confusione il titolo di 8 ½ di Federico Fellini che mezzo secolo fa rivoluzionò la struttura del racconto e tra l’altro ottenne due premi Oscar, assegnati al miglior film straniero (la terza statuetta hollywoodiana delle cinque che avrebbe vinto Fellini) e ai costumi di Piero Gherardi. Il titolo suggerito dal co-sceneggiatore Ennio Flaiano nel 1963 fu scartato da Fellini che lo ritenne didascalico. Eppure Federico il Grande si divertiva a raccontare di quando un tassista – che aveva visto 8 ½ in occasione della tesi di laurea della figlia – gli disse: “A dotto’, mi scusi se glielo dico, ma non ci ho capito un cazzo!”. Il regista postillava: “È la migliore recensione che abbiano mai fatto per questo film” (sempre che la storiella sia vera).

In 8 ½ Guido Anselmi (Marcello Mastroianni) è un famoso regista alla ricerca di riposo in una stazione termale. Realtà e fantasia si mescolano nella sua mente, e il luogo che dovrebbe garantirgli un po’ di relax si trasforma invece in una inquietante ribalta di personaggi, memorie e chimere. L’arrivo dell’amante Carla (Sandra Milo), poi della moglie Luisa (Anouk Aimée) e dell’attrice Claudia (Cardinale), nonché i colloqui con il suo produttore e con altri ospiti delle terme, aumentano la confusione di Guido e ne fanno venire a galla i ricordi: il collegio dell’infanzia e i genitori scomparsi da tempo. Quando il regista appare sul punto di rinunciare al film cui intanto sta lavorando, sul set occupato dalla scenografia di una rampa di lancio per un’astronave, un momento magico dà vita a una sorta di “social catena” leopardiana. È il celebre girotondo dei personaggi del film, scandito dalla musica circense di Nino Rota.