“Poca azione e un quintale d’amore”: Il gabbiano di Čechov

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Pubblichiamo un estratto da “Il medico, la moglie, l’amante. Come Čechov cornificava la moglie-medicina con l’amante-letteratura“, scritto da Fausto Malcovati e pubblicato da marcos y marcos, che ringraziamo.

di Fausto Malcovati

Nella piccola dipendenza che ha fatto costruire per sé, l’autunno del 1895 Čechov lavora a uno dei suoi racconti più complessi e battaglieri, La casa col mezzanino: un tenero amore sullo sfondo di accese polemiche sull’inutilità di scuole e biblioteche per i contadini estenuati dal lavoro.

Ogni tanto si distrae, gli viene in mente un soggetto per il teatro. “Figuratevi”, scrive a Suvorin “sto scrivendo un testo teatrale, sarà pronto non prima di novembre. Scrivo con gusto, anche se mando all’aria tutte le buone regole. È una commedia, ci sono tre parti femminili, sei maschili, quattro atti, un bel paesaggio (vista sul lago), molti discorsi sulla letteratura, poca azione, un quintale d’amore”.

Pianeta Roth #1: L’umiliazione

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Dopo la clamorosa decisione di Philip Roth di smettere con la scrittura, questa rubrica intende offrire uno sguardo retrospettivo sulla sua opera, dai grandi capolavori ai libri meno noti; l’omaggio parziale e appassionato di un lettore irrimediabilmente compromesso, ma anche l’onesto tentativo di analizzare dall’interno il segreto della sua magia, le sue contraddizioni, le doti di lealtà, ironia, umanità e sapienza letteraria: gli ingredienti che l’hanno portato a essere tra gli scrittori più visceralmente amati da due generazioni di lettori.

Il capriccio e l’inversione

«Aveva perso la sua magia. L’impeto era venuto meno. In teatro non aveva mai fallito, tutto ciò che aveva fatto era stato valido e convincente, poi gli successe una cosa terribile: non era più capace di recitare. Andare in scena divenne un tormento. Invece di avere la certezza che sarebbe stato magnifico, sapeva che avrebbe fatto fiasco. Accadde tre volte di seguito, e l’ultima volta Axler smise di interessare alla gente, e in teatro non venne più nessuno. Non era più capace di conquistare il pubblico. Il suo talento era morto». Già a partire dal suo incipit memorabile, L’umiliazione – il penultimo romanzo di Philip Roth – mette a fuoco una delle tematiche più importanti nella produzione letteraria dell’autore: il potere sconfinato della finzione e la sua inesorabile precarietà. Simon Axler, attore sessantacinquenne all’apice della carriera teatrale, smarrisce d’un tratto il talento per la recitazione, andando incontro a una serie sconfortante di insuccessi. All’improvviso gli era venuta a mancare quella dote straordinaria che per tutta la vita gli aveva consentito di svolgere al meglio il più ardimentoso tra i compiti di un attore: instillare negli spettatori la fede in quella spettacolare illusione che è il teatro.