Scene dalla mia vita: Liv Ullmann

livullmann

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Una scogliera filmata in bianco e nero, le rocce piatte e scabre, sullo sfondo un frammento di mare grigio. Dal limite basso dell’inquadratura compare una donna, indossa un lupetto e una giacca impermeabile: ci guarda, solleva una macchina fotografica, fissa nell’oculare del mirino, scatta, impercettibilmente ci sorride, si volta e si allontana verso la costa caliginosa.

È una scena brevissima di Persona, il film con cui nel 1966 Ingmar Bergman ridefinisce la grammatica della narrazione per immagini, eppure, forse proprio per questa sua fugacità, quel lampo di fotogrammi è uno dei modi in cui il volto di Liv Ullmann – il suo sguardo perentorio e disarmato – si è fatto cinematograficamente indimenticabile.

Miss Julie, un dramma del potere. Intervista a Liv Ullmann

ullmann

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica (fonte immagine).

C’è un momento nella Miss Julie diretto da Liv Ullmann in cui l’imminente suicidio della protagonista viene annunciato da un coro di uccelli che cinguetta nel bosco. In altre circostanze gli uccelli avrebbero distratto la ragazza, le avrebbero fatto barattare il dolore con la bellezza del mondo. Ma Julie procede già separata da sé e dal bosco, ormai incapace di ascoltare uccelli che non siano il suo, un cardellino giallo brutalmente ucciso poche scene prima dall’amatissimo amante.

Fårö e Ingmar Bergman

bergman

di Pierfrancesco Matarazzo

Proprio al centro del Mar Baltico c’è un’isola di monoliti lunari che escono dall’acqua cristallina come attori dormienti in attesa di un segnale dal loro regista: Ingmar Bergman che, dagli anni ’60, fece di Fårö la sua casa. È lui stesso che racconta l’arrivo sull’isola per trovare la location ideale per il primo film della trilogia del silenzio di Dio: Come in uno specchio (1961): «Stavo lavorando a un film di quattro persone su un’isola. Senza essere mai stato lì volevo ambientarlo sulle isole Orcadi in Scozia, ma i finanziatori del film non erano d’accordo. Io ero determinatissimo, poi uno di loro suggerì Fårö. […] Arrivammo lì in un giorno tempestoso di Aprile. […] Un taxi ci portò alle steli, colonne di roccia sul lato nord dell’isola che resistevano alla potenza degli elementi. Siamo rimasti in piedi a fronteggiare il vento pur di osservare questi idoli misteriosi e reticenti che si confrontavano con le onde e il cielo oscuro. Non so davvero cosa accadde […] avevo trovato il mio paesaggio, la mia casa.»

Le camminate di Puccini e i proiettori di Bergman

07_Puccinialpiano

di Biancamaria Sacchetti

Vi è chi eredita una tenuta, un frutteto, un nome o magari un bel mucchio di debiti. Vi è poi chi eredita un mestiere, prendendo parte ad una vera e propria staffetta generazionale, in cui il testimone da passare è un determinato lavoro che, pur subendo delle piccole variazioni, rimarrà negli anni o addirittura nei secoli sempre il medesimo.

Nascere in una di queste famiglie votate alla “conservazione del mestiere a tutti i costi” potrà essere una fortunata circostanza che assicurerà, delle volte, fermezza economica e serene abitudini di vita. Una simile gabbia aurea rischierà, però, di annichilire, in taluni casi,  le potenzialità di scelta, ossia di limitare il libero arbitrio, da quello applicabile agli usi più marginali e quotidiani fino alle decisioni capitali dell’esistenza.